La pace più forte del terrore

L’attentato del 7 gennaio a Parigi segna un punto di svolta nella strategia della radicalizzazione perseguita dai gruppi dell’integralismo para-islamista deviante. L’intenzione è del tutto evidente: portare nel cuore dell’Europa la violenza anomica, diventare gli araldi psicotici di un Islam inautentico, dal volto aggressivo e divisivo; ciò che rimane di una religione, qualunque religione – anche laica o civile – quando essa si è fatta infettare dal germe del totalitarismo e dell’imperialismo, dal desiderio di conquista e di dominio.
Se una fede è esangue, facilmente diventa sanguinaria. Pulsioni mondane, umane-troppo-umane, che nulla hanno a che vedere con il sentimento religioso. L’assassinio si accompagna non alla presenza, ma all’assenza di Dio, anzi alla sua negazione. La strategia di questo terrore omicida e distruttivo è pantoclastica, persegue cioè il fine dello scontro totale, con un cinismo che contempla l’annichilazione reciproca dei contendenti, una sorta di “mutual assured destruction” (distruzione mutua assicurata) ripescata dagli armadi della Guerra fredda.
Se c’è un’agenda politica, essa coincide, in sostanza, con la fine di ogni politica. Dove non c’è possibilità di confronto - anche senza scomodare il dialogo – non c’è la minima possibilità di risolvere questioni, affrontare problematiche complesse, e nemmeno lo spazio per un’autocritica bilanciata. Questi religio-sabotatori globali assomigliano agli alieni di certi film hollywoodiani: niente negoziato, niente coabitazione, solo sterminio per fare spazio ai conquistatori venuti da un altro mondo. In un certo senso, essi sono tecnicamente extra-terresti: sono estranei all’umanità come tale, e pertanto non si preoccupano minimamente della sua – e della loro – distruzione. La fine della politica, per questi adoratori del Terrore, consiste nell’inscenare qui ed ora, nel cuore dell’Europa, un titanico scontro di in-civiltà.
Da una parte, il "cosmo-terrore" ammantato di ideologismi anti-occidentali che rappresentato in realtà l’alibi supremo dei mestatori di morte in cerca di giustificazioni a buon mercato. Sarebbero lo colpe dell’Occidente – che peraltro nessuno nega o nasconde – a provocare una reazione violenta e incontrollabile. Ma il disordine globale andrebbe suddiviso in parti uguali, quanto alla sua origine, tra America, Europa, Russia, Cina, Golfo Persico. Si dovrebbe trattare, quanto meno, di una chiamata di correo. Le enormi ingiustizie globali non sarebbero possibili senza un’alleanza di fatto di oligarchie di ogni colore politico, etnia, religione. Paesi cristiani, Paesi islamici, Paesi buddisti, Paesi agnostici o irreligiosi condividono una responsabilità planetaria che appare semplicistico e mistificante addossare al solo “Occidente”. Potere politico e potere economico, quasi ovunque, Africa compresa, hanno tradito la finalità di servizio all’uomo, di essere strumenti per creare condizioni di “felicità” di persone e comunità. Al contrario, sono divenute spesso strutture oppressive.
Dall’altra parte di questa invisibile, ma reale barricata, questi traditori di ogni vero spirito religioso vorrebbero collocare società europee divenute intolleranti, sempre più contrarie all’immigrazione, alle diversità, spinte sempre più verso posizioni anti-islamiche. La micidiale miscela di crisi economica, con la disoccupazione galoppante, e sentimenti anti-pluralisti e contro-multiculturali prospetta una tempesta perfetta, che gli omicidi al servizio del male assoluto auspicano e che rischia di diventare una esplosiva condizione sociale e politica.
Evitare accuratamente di cadere in questa trappola mortale è, in particolare, la grande sfida dell’Europa. Oggi come non mai se c’è una “missione” europea essa consiste nel dimostrare che la speranza del mondo consiste nell’integrazione, e non nella disgregazione; nella libertà, uguaglianza e fraternità pertutti i popoli e tra tutti i popoli; nel rispetto reciproco tra religioni, culture, civilizzazioni. Evitiamo, soprattutto, di confondere la forza con la reazione violenta, o con lo strumento militare; da sempre, gli uomini liberi e forti sono anzitutto uomini di pace. Ma la pace, come ricordava già negli anni ’30 del secolo scorso Emmanuel Mounier, non è affatto uno stato debole; esso richiede il massimo di impegno, di determinazione, di perseveranza, di rischio. Una pace che non è certo appeasement, acquietamento; al contrario, la pace è iniziativa, rilancio, invenzione del nuovo. Questa idea di pace è infinitamente più forte di ogni terrore.