J Street


Una nuova organizzazione ha fatto da qualche tempo la sua apparizione a Washington: e' la "J Street", che si definisce contemporaneamente come "pro-Israele" e "pro-pace". Leggiamo nella mission:
J Street is the political arm of the pro-Israel, pro-peace movement. J Street was founded to promote meaningful American leadership to end the Arab-Israeli and Israeli-Palestinian conflicts peacefully and diplomatically. We support a new direction for American policy in the Middle East and a broad public and policy debate about the U.S. role in the region. J Street represents Americans, primarily but not exclusively Jewish, who support Israel and its desire for security as the Jewish homeland, as well as the right of the Palestinians to a sovereign state of their own - two states living side-by-side in peace and security. We believe ending the Israeli-Palestinian conflict is in the best interests of Israel, the United States, the Palestinians, and the region as a whole. J Street supports diplomatic solutions over military ones, including in Iran; multilateral over unilateral approaches to conflict resolution; and dialogue over confrontation with a wide range of countries and actors when conflicts do arise. J Street will advocate forcefully in the policy process, in Congress, in the media, and in the Jewish community to make sure public officials and community leaders clearly see the depth and breadth of support for our views on Middle East policy among voters and supporters in their states and districts. We seek to complement the work of existing organizations and individuals that share our agenda. In our lobbying and advocacy efforts, we will enlist individual supporters of other efforts as partners.


[Stralci del lungo articolo di Christian Rocca pubblicato su “Il Foglio” del 28.10.2009, come sempre molto ben informato, anche se non ne condivido alcune valutazioni piu' squisitamente politiche]:
A Washington è scoppiata un’altra guerra, quella tra le lobby pro Israele. Un anno e mezzo fa è nato “J street”, un gruppo di pressione politica con l’obiettivo di rappresentare gli ebrei americani di sinistra e controbilanciare l’influenza sulla politica estera americana dell’Aipac, l’American Israel Public Affairs Committee. L’Aipac è da anni la più potente tra le tante associazioni americane filo israeliane, certamente la più efficace nel convincere i politici di Washington, di destra e di sinistra, che il problema della sicurezza dello stato ebraico coincide perfettamente con gli interessi nazionali degli Stati Uniti. I critici dell’Aipac sostengono che l’organizzazione in realtà abbia a cuore gli interessi israeliani più che quelli americani e denunciano le proposte troppo muscolari, se non proprio guerrafondaie, suggerite al Congresso e alla Casa Bianca per difendere le ragioni di Israele. Con queste ricette, sostengono gli anti Aipac, la politica estera americana viene vincolata a una visione internazionale che non sempre rientra nei veri interessi nazionali degli Stati Uniti. Ora però c’è J street, organizzazione sionista progressista nata per contestare il sostegno automatico che l’establishment ebraico americano assicura ai vari governi israeliani. L’idea è di coinvolgere le giovani generazioni di ebrei americani e di sostenere le ragioni di Israele e della pace in modo diverso da quello del passato, ma a poco a poco J street è stata anche usata come piattaforma pubblica da chi non sopporta la specificità dello stato ebraico. La “j” di J street sta per “jewish” e la pronuncia del nome suona simile a “K street”, ovvero la strada di Washington dove storicamente hanno sede le grandi lobby americane (le strade del centro di Washington, inoltre, hanno i nomi delle lettere dell’alfabeto, ma la “j” non c’è e passano dalla “i” direttamente alla “k”). Domenica (25.10.2009) si è aperta la prima conferenza annuale di J street e l’evento ha creato un mezzo terremoto a Washington, in particolare tra i politici del Partito democratico, e una forte spaccatura nel mondo ebraico che in America è largamente di sinistra. Tra i partecipanti alla conferenza ci sono centocinquanta tra deputati e senatori e anche il consigliere per la Sicurezza nazionale di Barack Obama, Jim Jones. (...) L’ambasciatore israeliano a Washington, Michael Oren, stimato saggista e storico con doppio passaporto americano e israeliano, non solo ha rifiutato di partecipare alla conferenza di J street, ma non ha mai voluto incontrare i capi dell’organizzazione. Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha usato parole dure, mentre la leader dell’opposizione di Gerusalemme, Tzipi Livni, pur declinando l’invito ha inviato una lettera molto cortese. Presente, invece, tutta la sinistra pacifista israeliana. “Il governo di Israele ha perso l’opportunità di incontrare più di 1.200 militanti pro Israele”, hanno detto quelli di J street. (...) L’ultimo sondaggio svela infatti che soltanto il sei per cento degli israeliani considera il nuovo presidente americano filo israeliano. Obama, tra l’altro, nei mesi scorsi ha invitato alla Casa Bianca i leader del mondo ebraico, compresi i rappresentanti di J street, escludendo però lo storico gruppo “Zionist Organization of America” guidato per anni dal leggendario presidente della Corte Suprema Louis D. Brandeis. In un’intervista a Newsweek pubblicata lunedì, il premier israeliano Netanyahu però ha liquidato le indiscrezioni sui cattivi rapporti con la Casa Bianca: “Tra l’Amministrazione Obama e il mio governo c’è una cooperazione molto più ampia di quanto la gente sappia. Parliamo apertamente e ho apprezzato enormemente i passi intrapresi da Obama contro il rapporto Goldstone, la sua pressione sull’Iran affinché fermi il programma nucleare militare così come l’impegno continuo per rilanciare i negoziati di pace tra noi e i palestinesi”. I leader di J street sostengono esplicitamente di essere a favore di Israele, ma anche a favore della pace in medio oriente, “pro Israel and pro peace”, quasi a dire che le due cose spesso non coincidono, ma la sua ala universitaria ha appena deciso di cancellare la parte “pro Israel” dallo slogan, in modo da non disturbare i potenziali studenti che non si trovano a proprio agio con una chiara identificazione filo israeliana dell’istituzione. L’approccio non può essere più diverso da quello dell’Aipac. I dirigenti dell’Aipac sono orgogliosi della loro influenza sulla politica americana e alle loro conferenze annuali sfila sempre la crema politica di Washington, da Barack Obama in giù. Sono loro stessi a definirsi “lobby pro Israele”. Gli avversari più spericolati non hanno remore a definirla “lobby ebraica” e gli studiosi Stephen Walt e John Mearsheimer pensavano innanzitutto all’Aipac quando hanno scritto il controverso saggio “The Israel Lobby” che ha creato grande imbarazzo nei circoli culturali, accademici e politici americani. (....) Ma nell’aprile del 2008 è nato J street per offrire agli americani di religione ebraica, e non solo, un gruppo di pressione meno radicale, più pacifico e in realtà non molto distante dalle posizioni di Walt e Mearsheimer, lunedì salutati come eroi dai partecipanti alla conferenza di Washington. Walt, in un’intervista al mensile di sinistra Mother Jones, ha detto che la politica americana su Israele può essere decisa da questa battaglia intrapresa da J street: “Per Obama sarà decisivo avere una copertura sufficiente da J Street e dall’Israel Policy Forum in modo da poter dire che l’Aipac non è rappresentativa della comunità ebraica americana. Ma devo dire che non sono molto ottimista. Non sono sicuro che Obama sia davvero pronto a dargli una regolata”. (...) La nascita di J street ha creato subito scompiglio, un anno e mezzo fa, non solo per le posizioni non sempre coincidenti con quelle ufficiali di Israele, ma soprattutto perché l’obiettivo dichiarato era quello di intercettare la grande maggioranza degli ebrei americani che tradizionalmente vota Partito democratico e sulle questioni mediorientali non si trova sempre in sintonia con le ragioni del sionismo a senso unico dell’Aipac. J street, infatti, si batte contro le sanzioni internazionali all’Iran, una posizione assolutamente minoritaria tra i deputati e i senatori del Partito democratico, tanto che ora ne parla sempre di meno. J street critica le operazioni militari di Israele a Gaza come “sproporzionate”, è favorevole a una trattativa diretta con Hamas, non ha accettato ma nemmeno condannato il famigerato rapporto Goldstone.