Il centro di identificazione ed espulsione di immigranti «illegali» a Lampedusa è diventato il simbolo del trattamento riservato ai «boat people» del continente africano da parte della fortezza Europa. Questa «illegalità» degli immigranti non è ciò che viene proclamato o fatto passare attraverso formule come «stranieri in situazione irregolare». E’ un`illegalità decretata in virtù di una categorizzazione frutto di un`Europa che ha quasi abolito l`immigrazione «legale» delle persone provenienti dal continente africano. Non si tratta della violazione da parte di persone internate di una legalità rispettosa dei diritti umani. Si tratta piuttosto della conseguenza di una negazione dei diritti umani da parte della potenza sovrana. Le persone «trattenute» a Lampedusa, come negli altri centri di detenzione europei, vengono private fin dall`arrivo del «diritto di ospitalità», elemento centrale del diritto cosmopolita, quello che Emmanuel Kant definiva «il diritto dello straniero, una volta arrivato in un territorio di altri, a non essere trattato come un nemico». Il «diritto di visita», ossia il diritto alla libera circolazione, che l`Europa riconosce ai cittadini dei paesi ricchi accolti senza bisogno di visto, viene negato ai cittadini dei paesi poveri - quegli stessi paesi che aveva annesso come colonie, solo qualche decennio fa, assoggettandone le popolazioni. Certo, il diritto di visita non equivale a un diritto d`accoglienza, come spiegava Kant, cioè il visitatore non può invocare il diritto di stabilirsi nel paese visitato e di beneficiare dei vantaggi riservati agli autoctoni. Notiamo tuttavia che quanti sono contrari al diritto all`immigrazione in virtù di questa distinzione non fanno in generale nulla affinché sia effettivamente riconosciuto il diritto di visita, o «il diritto di ospitalità». Inoltre, per i cittadini di paesi africani non si tratta di un diritto d`accoglienza generico - che pure viene riconosciuto de facto ai cittadini dei paesi ricchi. Per questi ultimi, lo fa con il pretesto di una reciprocità che pure non viene accettata come condizione sufficiente nel caso dei paesi poveri, che accorderebbero volentieri un diritto d`accoglienza reciproco agli europei. Si tratta piuttosto di un diritto alla riparazione, in compensazione del saccheggio del continente africano da parte degli europei, tanto sottoforma del saccheggio diretto esercitato durante il lungo calvario coloniale che sotto forma del saccheggio indiretto per mezzo dello scambio ineguale a partire dalla decolonizzazione Un saccheggio e una soggiogazione che hanno creato il «sotto-sviluppo», come condizione durevole di cui l`Africa, come il resto del mondo già colonizzato, possono difficilmente uscire attraverso i loro soli sforzi nel quadro di un sistema mondiale di essenza gerarchica. In riparazione del lungo saccheggio e dei crimini contro l`umanità che l`Europa e le sue propaggini nelle Americhe hanno commesso nei confronti dei paesi e delle popolazioni dei continenti colonizzati, la giustizia elementare esige la combinazione di due azioni: un diritto di visita senza restrizioni per i cittadini dei continenti più poveri (oltre che il rigido rispetto del diritto d`asilo per i perseguitati) e un piano massiccio di finanziamento dello sviluppo e di trasferimento di tecnologia agli ex paesi colonizzati, accompagnato dalla formazione massiccia dei loro cittadini, sia all`interno dei paesi interessati che in Europa. Non potendo riconoscere un diritto d`accoglienza agli ex colonizzati, ossia l`obbligo di fornire loro un lavoro o un reddito minimo, l`Europa ha il dovere di fornire a questi paesi un aiuto massiccio, e non le misere briciole che concede loro oggi per farli uscire dal sottosviluppo. Ponendo come uniche condizioni a questo aiuto massiccio il rispetto dei diritti umani e la democrazia, l`Europa finirebbe per realizzare quella «missione civilizzatrice» che si era ipocritamente attribuita quando imponeva il suo barbaro giogo alle colonie. Lo sviluppo delle ex colonie è l`unico modo, giusto ed efficace, di ridurre l`emorragia umana di questi paesi - un`emorragia tanto più grave in quanto coloro che emigrano sono in maggioranza persone utili allo sviluppo locale. Un Piano Marshall perle ex colonie sarebbe nello stesso interesse dell`Europa e dell`umanità tutta. In questi tempi di grave crisi dell`economia mondiale - una crisi che molti ritengono tanto profonda, se non di più, della Grande depressione tra la prima e la seconda guerra mondiale ci sono due vie certe d`uscita: o una nuova guerra mondiale come quella che ha messo fine alla depressione degli anni Trenta, strada fortunatamente impossibile perché annienterebbe l`umanità; oppure «una guerra contro la povertà» su scala mondiale, uno sforzo della stessa ampiezza di una guerra mondiale, e non la buffonata così battezzata da Tony Blair e dai suoi pari - una «guerra» molto particolare, dal momento che dovrebbe cominciare dalla riduzione massiccia delle spese militari e dalla loro riconversione per lo sviluppo mondiale. Un`Europa che ritrovasse gli antichi livelli di crescita potrebbe poi accogliere di nuovo le masse di immigrati del terzo mondo che la sua demografia rende indispensabili al suo sviluppo.
Kant e il "diritto di visita"
Gilbert Achcar, politologo francese di origine libanese, nonche' professore di politica e relazioni internazionali in Francia, ha pubblicato sul "Manifesto" del 29.3.2009 un articolo che, nella tradizione della "filosofia pubblica" (come direbbe Bobbio) affronta in un'ottica kantiana il complesso tema delle migrazioni e della "risposta" dei Paesi occidentali a un fenomeno che, senza retorica, e' davvero epocale. Nel suo scritto Per la pace perpetua, Kant inserisce il "diritto di visita" di altri Paesi a favore di tutti gli stranieri, in una prospettiva cosmopolita ed universalista. Tuttavia Kant, nel proporre una sorta di versione ante litteram e mondializzata del sistema Schengen (che ha caratterizzato una delle conquiste piu' significative dei Paesi europei, legata alla libera circolazione delle persone) riflette su un fenomeno che solo gli andamenti demografici della fine del XX secolo e dell'inizio del XXI hanno rivelato in tutta la sua problematicita' e direi persino nella sua drammaticita'. E' importante notare che Kant non parla del "diritto di accoglienza" ne' di un "diritto di residenza" a cui lo straniero possa appellarsi, che comportano invece una serie di regole e prescrizioni. Nelle parole di Kant, il "diritto di accoglienza" a favore dello straniero richiederebbe "un particolare e benevolo accordo per farlo diventare per un certo periodo un abitante della stessa casa". E' da osservare inoltre che - precisa Kant - in questo caso "non e' in discussione la filantropia, ma il diritto, e allora ospitalita' significa il diritto che uno straniero ha di non essere trattato come un nemico a causa del suo arrivo sulla terra di un altro". Ancora - continua il nostro contemporaneo Immanuel Kant - il diritto di visita spetta a tutti gli uomini "in virtu' del diritto della proprieta' comune della superficie terrestre". Il diritto di visita non puo' essere rifiutato, secondo Kant, qualora un simile rifiuto comporti la distruzione (untergang)dello straniero. Dunque, e' il dilemma etico-politico non solo rispetto ai richiedenti asilo, ma anche rispetto a quanti fuggono da condizioni di vita disperate, suscettibili di portarli alla morte. Inoltre, oggi i diversi aspetti della mobilita' su scala globale si vanno ricongiungedo nella misura in cui, ad esempio, l'opposizione all'immigrazione (talvolta anche a quella "legale") coinvolge il regime dei controlli preventivi, dei visti e di una precisa categorizzazione delle nazionalita' sulla base della loro "affidabilita'" proprio in relazione alle intenzioni di "stabilimento" in un altro Paese. La questione e' materia di riflessione filosofica sin da quando lo stesso Kant introdusse un sistema giuridico-politico a tre livelli: lo ius civitatis (nazionale), lo ius gentium (internazionale) e lo ius cosmopoliticum (transnazionale). Quello che accade oggi e' l'intrecciarsi ed il sovrapporsi di queste tre dimensioni della vita pubblica sul pianeta. Nell'acuta analisi di Seyla Benhabib (Cittadini globali) il diritto di ospitalita' "e' situato ai confini della comunita' politica: delimita lo spazio civico regolando le relazioni tra i suoi membri, gli stranieri e le comunita' circoscritte. Occupa quello spazio che sta tra i diritti umani e i diritti politici e civili, tra i diritti di umanita' che risiedono nella nostra persona e i diritti che ci spettano in quanto cittadini di Stati particolari". In particolare, le migrazioni transnazionali "concernono - scrive la Benhabib -i diritti degli individui non in quanto membri di concrete comunita' circoscritte, ma simpliciter in quanto esseri umani, che entrano in contatto con comunita' territorialmente delimitate, cercano di entrarvi o ambiscono a diventarne membri". E' un tema talmente cruciale che la Benhabib non esita ad effermare che il sistema degli Stati moderni e' intrappolato tra la sovranita' e l'ospitalita'. Un invito alla lettura di Kant, quindi; nel frattempo, ecco il testo di Achcar, che, come abbiamo visto, puo' avviare una riflessione ben piu' ampia che non spicciole polemiche d'attualita' sul tema serissimo delle migrazioni. In particolare, Achcar propone l'adozione di un vero (e non "mediatico" e virtuale) Piano Marshall per creare nei Paesi di provenienza dei piu' ingenti flussi migratori condizioni di vita degne della persona umana, tali da non costringere milioni di uomini e donne ad abbandonare la propria terra alla ricerca di un mondo migliore, che tuttavia spesso si rivela deludente se non addirittura tragico. Come sempre, vale per tutti noi la regola che prima di avviare campagne politiche (o, peggio, securitarie e persino militari) sarebbe bene leggere prima qualche buon libro.
Dialogare con il nemico? (parte seconda)
Nel dibattito in corso sulla questione dell'approccio da avere nei confronti del nemico "politico", mi sono ricordato del post del 14 gennaio del blog di Enrico Franceschini, giornalista di "Repubblica", nel quale riferiva di un ipotetico parallelo ("cum grano salis") che Jonathan Freedland, uno dei commentari più validi del "Guardian", ha proposto tra la tattica usata verso l'I.R.A. ("Irish Republican Army", l’esercito clandestino degli indipendentisti cattolici in Irlanda del Nord) e quella che dovrebbe essere adottata nel caso di Hamas. La questione è divenuta attuale a seguito della pubblica esortazione che Gerry Adams, leader dello Sinn Fein, il braccio politico dell’Ira (che non è più un esercito, avendo deposto e in parte smantellato le sue armi), ha rivolto a Israele e ai palestinesi, inclusi quelli di Hamas, ad iniziare un dialogo per la pace, sull’esempio di quanto fatto da cattolici e protestanti in Irlanda del Nord. Dove dopo trent’anni di guerra e migliaia di morti - osservava Franceschini - oggi le due parti governano insieme e il conflitto, sebbene non ancora del tutto risolto (i cattolici sperano un giorno di riunificarsi con il resto dell’Irlanda, i protestanti vogliono rimanere parte della Gran Bretagna) è finito dal punto di vista militare e della violenza. Personalmente nutro parecchi dubbi che le due situazioni siano persino comparabili, men che meno che si possa applicare lo stesso metodo. Ma la prospettiva merita un'attenta valutazione. L'articolo comunque dà correttamente conto dell'impostazione di Freedland, che è problematica più che superficialmente risolutiva, ed in ogni caso inserisce un ulteriore elemento di riflessione, perché nei conflitti e nei percorsi per uscirne non bisogna dare nulla per scontato né basarsi sui luoghi comuni o sullo scetticismo sistematico (che talvolta è tutto, fuorché "realistico", come pretende invece presuntuosamente di essere):
Naturalmente, scrive Freedland, i due conflitti non sono uguali. Per dirne una, osserva, per quante azioni militari la Gran Bretagna abbia lanciato contro l’Ira, non ha mai bombardato Belfast con l’aviazione o distrutto un intero edificio perchè nelle fondamenta potevano nascondersi dei combattenti nemici. Ma hanno anche parecchie somiglianze: un territorio conteso, la questione religiosa, quella demografica. Ciò detto, quali lezioni trarre per il Medio Oriente dal negoziato di pace concluso positivamente, con la mediazione di Tony Blair, nel 1999 in Irlanda del Nord?
1) Israele - scrive Freedland - dovrebbe fare, come prima mossa, una solenne dichiarazione d’intenti, analoga a quella con cui il governo britannico nel 1990 annunciò di non avere interessi strategici o economici per mantenere il possesso dell’Ulster, l’altro nome con cui viene identificata l’Irlanda del Nord. In fondo basterebbe che un premier israeliano ripetesse quello che l’attuale premier Olmert ha detto in settembre in un’intervista, ma in modo formale e ufficiale in un messaggio ai palestinesi: la pace avverà solo con la restituzione delle terre occupate nel ‘67.
2) La seconda mossa, continua il columnist del Guardian, dovrebbe essere la reciproca ammissione delle due parti che non esiste una soluzione militare al conflitto. La strada verso la pace in Ulster cominciò quando Londra riconobbe che combattere contro l’Ira poteva portare al massimo a un “onorevole pareggio”, e quando l’Ira comprese che a forza di bombe non avrebbe costretto le truppe britanniche al ritiro. In Medio Oriente, allo stesso modo, Hamas deve riconoscere che attacchi suicidi e razzi ritarderanno la fine dell’occupazione, anzichè accelerarla, e Israele deve capire che un movimento popolare come Hamas non può essere sconfitto con la sola forza.
3) Terzo: Israele dovrebbe citare il precedente dell’Ira, dicendo che non può negoziare con Hamas finchè Hamas non cessa la violenza. I cattolici repubblicani irlandesi infatti non ottennero un posto al tavolo delle trattative finchè non accettarono di perseguire i propri scopi unicamente con mezzi pacifici. Ma quale è il consiglio, rivela Freedland, dato dai membri dell’Ira che hanno incontrato dirigenti di Hamas? “Mantenete unito il movimento”. Ossia non dividetevi tra chi è pronto a riconoscere Israele e chi no, altrimenti nascerebbe soltanto una nuova Hamas. Essi ritengono che l’intero movimento vada lentamente sospinto verso la trattativa, dapprima attraverso un dialopgo indiretto con coloro al suo interno che sono più favorevoli ad avviarla: in questo modo, se e quando Hamas accetterà i metodi pacifici, tutto il movimento sarà costretto a rispettare l’accordo.
4) La quarta regola da ricordare è che ogni compromesso, lungo la strada della pace, deve ricevere un premio. Questo è sempre accaduto nei confronti dell’Ira da parte britannica, e se non accadrà con i palestinesi e/o con Hamas, i fautori della pace perderanno la faccia. In tal senso è stato un grave errore da parte israeliana, conclude il commentatore del Guardian, ritirarsi unilaterlamente da Gaza tre anni fa: se ci fosse stato un ufficiale passaggio delle consegne da Israele ad Al Fatah, il partito del presidente Abu Mazen avrebbe potuto incassare agli occhi della popolazione il merito della liberazione. Così invece al Fatah non ha potuto incassare niente, e il merito se lo sono avocato Hamas e i suoi kamikaze.
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