Visualizzazione post con etichetta Libri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Libri. Mostra tutti i post

Dalle radici al fiume





Ha un titolo volutamente polemico, il bel libro di Maurizio Bettini, "Contro le radici", pubblicato di recente dal Mulino. Nonostante il titolo, si tratta di una confutazione al contempo raffinata e concreta del "mito" delle radici culturali o delle civiltà. La mitizzazione dell’identità e della tradizione costituisce una reazione, non solo in Occidente, ai grandi sconvolgimenti provocati dalla modernità. Come scrive Francesco Lubian, " alla globalizzazione e ai fenomeni migratori, insomma, si tende a reagire rafforzando (al limite: inventando) una cultura fortemente identitaria, che trova un perfetto paradigma metaforico nella “radice”, immagine di cui Bettini ricostruisce da par suo la genealogia: grazie a questa metafora la tradizione si trasforma in qualcosa di biologicamente primordiale, che sorregge e nutre, godendo di un rapporto privilegiato con la terra. Lo studio della metafora delle radici smaschera il dispositivo di autorità che alimenta di nuclei semantici forti (vita, natura, terreno) in grado di rendere, oggi, il discorso sulla tradizione particolarmente forte e pervasivo a ogni livello culturale, come dimostrano gli stralci dei discorsi di Marcello Pera e i comunicati della Lega Nord citati a più riprese dall’autore. Dietro questa forza, però, albergano grandi pericoli, come la storia, dalla guerra fra Troiani e Latini a quella fra Hutu e Tutsi, non smette di ricordarci." . In un articolo pubblicato da La Repubblica il 24 gennaio 2012 "Contro il mito delle radici", Bettini sintetizza efficacemente la sua critica alla metafora "radicale". "Nel nostro dibattito culturale sempre più frequentemente ricorre l' associazione fra tradizione e identità, quasi che l' identità collettiva - l' identità di un certo gruppo - dovesse essere concepita come qualcosa che deriva direttamente e unicamente dalla tradizione. Una delle affermazioni oggi più circolanti è proprio la seguente: «l' identità si fonda sulla tradizione». Basta rammentare gli anatemi che negli scorsi anni sono stati lanciati contro l' immigrazione, in particolare islamica, e i mutamenti culturali che da essa sarebbero provocati. Ora, il rapporto di causa / effetto che viene stabilito fra tradizione e identità - l' identità è prodotta dalla tradizione - emerge direttamente dalle stesse metafore che vengono usate per parlarne. Quando si vuole indicare la tradizione culturale di un gruppo o di un paese, infatti, l' immagine più ricorrente è quella delle radici. Queste sono le nostre radici, si dice, questo dunque siamo "noi". Basta ricordare l' acceso dibattito relativo alla proposta di inserire nel preambolo della costituzione europea una menzione delle radici cristiane dell' Europa. L' immagine arboricola intendeva sottolineare il rapporto di stretta interdipendenza che, a parere dei sostenitori di questa tesi, legherebbe fra loro la cultura europea da un lato, il cristianesimo dall' altro. (...) In questa selva di radici identitarie c' è un aspetto generale della questione che merita di essere messo in evidenza: le immagini non sono oggetti neutri, anzi, molto spesso hanno la capacità di condizionare fortemente la nostra percezione della realtà. Ciò che definiamo "metafora" non è solo un ornamento del discorso, è anche un potente strumento conoscitivo. Così accade anche nel caso delle radici. Questa immagine ha infatti la capacità di suggestionare fortemente qualsiasi discorso su identità e tradizione, e per un motivo abbastanza semplice: in un campo così astratto come quello delle determinazioni filosofiche o antropologiche, l' immagine delle radici permette di sostituire il ragionamento direttamente con una visione. (...) In una discussione sulla tradizione, anche il più accanito dei tradizionalisti avrebbe difficoltà a dirci da che cosa sia concretamente costituita la tradizione di cui parla. Lo stesso discorso vale per quella cosa che chiamiamo identità. Ecco il motivo per cui è molto meglio spostare tutto sul piano della metafora, e far balenare di fronte agli occhi dell' ascoltatore semplicemente delle radici. Ma che cos' hanno poi, di così efficace, queste radici? (....) Le radici stanno immerse nella terra, il luogo da cui tutto nasce e a cui tutto ritorna; le radici sostengono la pianta, che altrimenti cadrebbe al suolo; e soprattutto le radici trasmettono al tronco, ai rami e alle foglie il nutrimento di cui hanno bisogno. Tramite l' immagine delle radici, e dunque dell' albero, anche la tradizione si muta in qualcosa di biologicamente primordiale, che sta immerso nella terra, qualcosa che sorregge e nutre - chi? Ovviamente noi, la nostra identità. Il rapporto di determinazione fra tradizione e identità assume in questo modo l' aspetto di una forza che scaturisce direttamente dalla natura organica. Se un albero è quel certo albero perché è cresciuto da quelle radici, noi siamo noi perché siamo cresciuti dalle radici della nostra tradizione culturale. In un certo senso, è come se noi non potessimo essere altrimenti: se si dà retta a questa metafora, la nostra identità finisce ineluttabilmente per essere determinata dalle nostre radici, cioè dalla tradizione cui si appartiene. Inutile dire che il ricorso alla metafora arboricola punta a questo scopo: costruire un vero e proprio dispositivo di autorità, che, attraverso i contenuti evocati dall' immagine, si alimenta di nuclei semantici forti quali la vita, la natura e la necessità biologica. Una volta che questo dispositivo di autorità sia stato messo in movimento, la conseguenza non può che essere la seguente: l' identità culturale predicata attraverso la metafora delle radici viene estesa a un intero gruppo, indipendentemente dalla volontà dei singoli. Un ramo può forse decidere di non appartenere all' albero con cui condivide le radici o, addirittura, di non essere un ramo? Una volta "radicati" in una certa tradizione, scegliere autonomamente la propria identità culturale diventa impossibile, ci si può solo riconoscere in quella che altri hanno costruito per noi." "É per questo che Bettini - commenta Lubian- suggerisce di abbandonare, per quanto riguarda l’identità, la metafora delle radici per scegliere invece quella del fiume, immagine che valorizza la portata di tutti i diversi apporti secondo un paradigma di orizzontalità e non più di verticalità: anche l’identità, del resto, risulta in ultima analisi il frutto di un incessante processo di continua reinvenzione." Il fiume fluisce, a volte scorre placido, a volte è irruento; in alcuni tratti assomiglia a un lago, in altri dà origine a cascate fragorose; a volte è compatto, a volte si divide e si "complica" in molti rami; riceve i contributi di altri corsi d'acqua, oppure procede solenne e solitario verso la foce. Insomma, il fiume è una realtà cangiante e dinamica. La metafora del fiume è assai più democratica di quella delle radici.

Paura dell'Islam?


Lo spirito che anima questo libro dei coniugi Zahoor Ahmad Zargar e Renata Rusca Zargar ("Paura dell'Islam", edizioni Caravaggio) e' bene espresso dalla citazione di Gandhi in apertura e dalla novella “Melchisedech e il Saladino” riportata in chiusura nella postfazione. La citazione del Mahatma merita di essere riportata: “Io credo alle verità di tutte le grandi religioni del mondo. Non ci sarà pace durevole sulla terra fino a quando non impareremo non solo a tollerare, ma anche ad avere riguardo per le fedi diverse dalla nostra. Uno studio rispettoso dei detti dei vari maestri dell’umanità è un passo in direzione di questa stima reciproca”. La novella conclusiva, invece, fa parte del Decameron di Boccaccio, ma era già presente in una raccolta precedente di autore sconosciuto ed era probabilmente derivata da un testo arabo del XII secolo: racconta di un interrogativo molto imbarazzante posto dal Saladino ad un saggio ebreo, Melchisedech, su quale delle tre religioni, giudaica, cristiana od islamica, fosse la migliore. Il saggio si trasse fuori dall’insidiosa domanda ricorrendo con intelligenza ad una parabola ed arrivò alla conclusione che ognuna crede di essere prediletta da Dio, ma quale sia veramente la migliore lo sa solo il “Padre”. Saladino non ebbe nulla da obiettare. Gli autori sottolineano che anche oggi quello che conta è la fedeltà al proprio messaggio spirituale e non il senso di superiorità che rappresenterebbe un’implicita denigrazione dell’altro. Un obiettivo di questa pubblicazione è fornire elementi di conoscenza per comprendere ragioni antiche e recenti di una conflittualità che viene spesso esasperata da deformazioni dovute ad una storiografia, che, in entrambi i versanti, ha difficoltà ad osservare ed analizzare gli eventi in modo spassionato. Un altro obiettivo, forse ancora più importante, è l’informazione “di prima mano” sui cinque pilastri dell’Islam e sul loro significato, nonché sulla figura e sulle opere di Mohammed; sappiamo bene quanta superficialità e banalizzazione ostacoli una conoscenza effettiva ed alimenti sottovalutazioni e pregiudizi. In particolare, ad esempio, in riferimento al Paradiso si rimarca la necessità di non fossilizzarsi in una interpretazione letterale della descrizione coranica, che ha dato luogo a tanti “invidiosi” sarcasmi, dimenticando od ignorando, aggiungerei, che già nelle scritture ebraiche e cristiane l’analogia con le nozze viene spesso utilizzata per dare un’idea della felicità e della leggerezza che si verifica nell’unità con l’Eterno. Viene anche ricordato il grande apporto della cultura fiorita nel mondo islamico in campo filosofico, artistico, letterario e scientifico alla civiltà mediterranea, che ci riguarda da vicino, ma anche ad altre civiltà. Tutto questo non è noto al grande pubblico, ma spesso sfugge anche ad un pubblico più colto. Uno spazio adeguato viene riservato alla “questione della donna” nell’Islam: vengono opportunamente distinte le indicazioni del Corano da prassi etniche e tribali che sono sopravvissute in popolazioni che pure hanno assunto come via spirituale l’Islam, prassi che sono destinate a diventare residuali fino all’estinzione in un mondo ormai largamente interconnesso ed interdipendente. Si è parlato molto in questi anni di “Scontro di Civiltà”: direi che è stata un po’ la trasposizione ideologica di grandi tensioni geopolitiche, legate alla preoccupazione crescente nei paesi industrializzati per la sopravvivenza dei propri complessi sistemi economico-produttivi così legati alle fonti energetiche che sono per lo più localizzate in paesi a maggioranza musulmana. Oserei dire che questa è la “Paura Madre” che ha alimentato l’islamofobia contemporanea, proprio mentre sul piano strettamente religioso sono aumentate le aperture; infatti, anche se molta strada resta da fare, l’orizzonte del dialogo e del pluralismo religioso è irreversibile: in passato non era affatto così … Tornando alla parola chiave “Paura”, vorrei collegarmi alla considerazione che gli autori stessi fanno circa il dato della paura dell’altro come costitutivo dell’umano: riflesso difensivo che può travalicare il fisiologico e diventare distruttivo fino all’assurdo. Affermava Gandhi che la non-paura produce prima o poi non-violenza (“ahimsa”= innocenza, nel senso letterale di non nuocere). Allora vorrei dire che il compito degli “operatori” e delle “operatrici” di pace dovrebbe essere innanzitutto riconoscere e prendersi cura delle paure, soprattutto latenti, e mettere in moto dinamiche di incoraggiamento per prevenire le violenze che diventano inevitabili se “l’altro” è vissuto come una “minaccia per me”. Ne conseguirebbe, fra l’altro, ad esempio, che la risposta al razzismo non dovrebbe essere l’antirazzismo, nel quale facilmente scivola “l’impazienza progressista”, ma la facilitazione degli incontri per la conoscenza reciproca e la scoperta di quanto ci accomuna, che deriva dall’unica identità indiscutibile che è quella di esseri umani. Mi piace ricordare che “Liberi dalla paura” è anche il titolo molto significativo della raccolta di scritti del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, che con il coraggio della non violenza si batte nel suo paese, la Birmania, per l’affermazione dei diritti civili ostacolati dalla dittatura militare. Per concludere con una nota di fiducia verso il superamento delle contrapposizioni religiose e culturali, vorrei portare all’attenzione due eventi di speranza ai quali abbiamo assistito negli ultimi mesi in occasione di fatti per il resto tristissimi,cioè i tragici lutti nazionali di L’Aquila e di Viareggio: la preghiera fianco a fianco di un vescovo romano-cattolico e di un’autorità religiosa musulmana; è una traccia preziosa da seguire per consolarci e diventare amici nei dolori e nelle gioie.(Luigi De Salvia, segretario generale sezione italiana “Religions for Peace”)

A proposito del populismo: il mito del popolo “omogeneo” e la politica della “terra patria”


Per meglio decifrare la condizione politica contemporanea, e’ forse bene leggere o rileggere il bel testo di Paul Taggart dedicato al “populismo”. In esso Taggart tratta alcuni temi –chiave: i populisti e la loro ostilita’ verso la politica rappresentativa; i populisti che si identificano con l’idealizzata e mitica “terra patria” (heartland) della comunita’ che favoriscono; il populismo come ideologia priva di valori profondi; il populismo come forte reazione a un sentimento di estrema crisi; il populismo come fenomeno che ha fondamentali dilemmi che lo auto-limitano; il populismo come un camaleonte che adotta il colore del suo ambiente. Illuminante l’analisi di Taggart sui concetti di “popolo” e “terra patria” che si rinvengono al cuore del populismo contemporaneo.
La retorica populista parla di popolo non tanto perche’ vuole esprimere convinzioni democratiche profondamente radicate circa la sovranita’ delle masse, quanto perche’ il “popolo” abita lo heartland, la “terra patria”, ed e’ questo concetto, in sostanza, che i populisti cercano di evocare. (....) Il ricorso al “popolo” come espediente retorico e’ onnipresente nel populismo perche’ tale concetto deriva da una concezione profondamente radicata anche anche se implicita dello heartland, la terra dove, nell’immaginario populista, risiede una popolazione virtuosa e unita. La “terra patria” (heartland) e’ un territorio dell’immaginario. Viene evocata esplicitamente solo in tempi difficili, da’ luogo ad un concetto indistinto ma molto efficace nell’evocare quella vita e quelle virtu’ che vale la pena difendere e muove quindi i populisti all’azione politica. La “terra patria” rappresenta quel luogo che racchiude gli aspetti positivi della vita quotidiana. La ideologie si basano su societa’ astratte, che solitamente sono l’immagine di come sarebbe un mondo futuro costruito realizzando i valori fondamentali che gli ideologi propugnano. Talvolta, questi mondi ideali possono costituire delle utopie. Il concetto di “terra madre”, pero’, e’ diverso sia dalle societa’ astratte sia dalle utopie perche’ con esso i populisti richiamano nel proprio immaginario un tempo passato, tentando di ricostruire cio’ che e’ stato perso con il presente. Mentre le societa’ ideali e ancora di piu’ le utopie sono opere della mente e del pensiero, la “terra patria” deve il suo potere al cuore, all’evocazione di sentimenti che non sono necessariamente ne’ razionalizzanti ne’ razionalizzabili. L’appello alla “terra patria” spiega un’altra ricorrente osservazione avanzata a proposito del populismo. Sebbene sia in pratica legato al sostegno di particolari classi sociali, il populismo e’ visto in teoria come un fenomeno al di sopra delle classi e addirittura senza classi. Nell’enfasi rivolta al “popolo” e’ implicita l’idea che esso costituisce una massa indifferenziata. E’ per il suo essere collettivita’ che “il popolo” e’ in grado di generare saggezza. La singolarita’ della “terra patria” implica la singolarita’ della sua popolazione. La “terra patria” come singolo territorio dell’immaginazione richiede un’unica popolazione. L’unita’ e l’omogeneita’ degli immaginari abitanti della “terra patria” spiegano perche’ la retorica populista sia cosi’ spesso orientata a considerare il “popolo” come qualcosa di omogeneo. La “terra patria” e’ definita non soltanto con riferimento al passato, ma anche attraverso l’individuazione dei suoi confini. Piu’ semplicemente, essa e’ una giustificazione per escludere quelli che vengono demonizzati. Mentre i confini di inclusione risultano sfumati, c’e’ solitamente, da parte dei populisti, una maggiore chiarezza in merito ai confini che definiscono l’esclusione. La tendenza dei populisti ad escludere esplicitamente certi gruppi sociali come non facenti parte del vero “popolo” trova notevole risonanza nel concetto di “terra patria”. Per loro, infatti, la “terra patria” e’ parte di quel territorio che a sua volta fa parte dell’identita’ nazionale (o, potenzialmente, di altri tipi di identita’), ma che rappresenta una componente piu’ pura di tale identita’. Essenziale al concetto di “terra patria” e’ la sua assoluta centralita’. La “terra patria” si trova nel cuore della comunita’ ed esclude tutto cio’ che e’ marginale o estremo. I populisti di considerano al centro delle cose, o il cuore stesso delle cose. L’importanza riservata alla “terra patria” spiega la natura isolazionista del populismo. Internazionalita’ e cosmopolitismo sono anatemi per il populismo. C’e’ un atteggiamento di diffidenza nei confronti di tutto cio’ che si trova al di fuori dei confini di quel popolo prescelto dai populisti.

Un’etica del confine

Nella prospettiva di una riconsiderazione delle varie "architetture" dei rapporti internazionali, che e' uno degli aspetti del processo che va sotto il nome di revisione della "governance" globale, Predag Matvejevic (con un intervento pubblicato nel "Mattino" di oggi) propone una rivisitazione radicale dell'idea di confine o di frontiera, non certo per perorare un'impraticabile "abolizione" universale dei confini tra gli stati, quanto per suggerire che essi dovrebbero trasformarsi in sempre piu' in luoghi di connessione piu' che di separazione e "respingimento". C'e' materia per un dibattito intenso, tornero' sull'argomento.
L’antica e sempre nuova questione delle frontiere e dei confini riemerge in un momento decisivo della nostra storia: tanti Paesi provenienti dall`Altra Europa sono diventati membri dell`Unione europea e gli altri si preparano di entrarci.Le frontiere devono a un tempo cambiare e comunque rimanere uguali a se stesse, sottoposte contemporaneamente a un controllo costante e rigoroso per respingere coloro la cui presenza non è desiderata né benvenuta. Le stesse persone che hanno vissuto, ancora ieri, tra frontiere bloccate, che dovevano superare con artifici e a volte pagando il prezzo della umiliazione, oggi si vedono chiamate a diventare i guardiani attenti di quelle barriere e a sorvegliarle rigorosamente. C`è un paradosso in questo ruolo. Non è difficile immaginare un polacco che impedisce a un russo o a un ucraino di passare attraverso il suo territorio. Ma come si comporterà un ungherese quando si presentasse davanti a lui un altro cittadino con la stessa nazionalità, che provenga dalla minoranza ungherese della ex Jugoslavia? 0 uno sloveno che, a una ventina di chilometri da Zagabria, debba fermare un croato con il quale in passato aveva condiviso una sorte comune? I vecchi particolarismi potrebbero facilmente ridisegnare le frontiere interne dell`Europa incoraggiatì da ogni tipo di nazionalismo, di regionalismo, di localismo, di devoluzionismo e da altre tendenze simili che si manifestano con arroganza e alle quali ogni idea di convergenza o di sintesi rimane estranea. Si tratta di ripensare, di fronte a queste tendenze irrazionali verso la divisione e la separazione, ciò che si potrebbe chiamare una nuova architettura della frontiera o, perché no, una nuova etica del confine. La cultura avrebbe sicuramente da dire le sue parole, se non fosse così messa ai margini nella elaborazione del progetto europeo, chiamata in soccorso molto raramente o solo per liberarsi la coscienza. Non sarebbe dunque inutile lasciare libere alcune idee che riguardano il tema e tentare di definirlo diversamente, confrontandolo con le consuetudini concrete che conosciamo, vecchie e nuove. Conviene prendere nuovamente in considerazione le diverse nozioni di permeabilità delle frontiere-confini, della loro accessibilità, della permessività, della fragilità, della «doganalità» e della «custodialità» in riguardo. Alcuni di questi termini sono da inventare o da ridefinire, e ciascuno merita una riflessione particolare. In questo contesto mi viene alla mente un antico esempio che già Tacito evocava nell`introduzione della sua «Germania»: a fianco delle cosiddette frontiere naturali, come il Reno e il Danubio, o come alcune catene di montagne, si crea spesso una frontiera particolare imposta dalla paura reciproca. «Mutuo metu», diceva il vecchio storico, facendo una felice allitterazione. Questo sentimento è ben noto a una buona parte di noi esuli, in particolare a quelli umiliati e offesi, che dovevano viverlo in passato durante la Guerra Fredda. E’ inutile oggi parlare ancora una volta delle cortine di ferro e dei muri simili a quello di Berlino. I processi di globalizzazione e di mondializzazione - quando non consistono semplicemente nell`imporre un nuovo ordine mondiale - presuppongono un riesame della natura stessa della frontiera e del confine. La crisi che stiamo vivendo tutti ci spinge in questo senso. È ben chiaro che una vera alleanza fra gli Stati non può essere immaginata con delle frontiere rigide o poco permeabili. Il nostro pianeta si confronta, ogni giorno con più insistenza, con le richieste che vengono da un ordine umanista, morale, etico: la richiesta di diminuire se non di abolire i confini tra ricchi e poveri, tra uomini ben nutriti e altri affamati, tra istruiti e analfabeti. I teorici e i protagonisti della globalizzazione di ieri sembravano dimenticare che la cultura europea aveva già conosciuto al suo interno vari movimenti a tendenza universale o, se preferiamo, mondialisti: il cosmopolitismo dei Lumi, l`ecumenismo in campo religioso, l`internazionalismo in politica, quello che non era compromesso dal comunismo di tipo staliniano. La cultura stessa dovrebbe ricordarlo a questi teorici, se non fosse scoraggiata come appare. Queste tendenze, anche se ai nostri giorni sono minimizzate, non potranno essere sostituite da un’unificazione mondiale a buon mercato. Mi fermo qui, e so bene che spesso si offre un’immagine ingenua, a volte ridicola, proponendo in questo testo una qualunque idea morale. La nostra proposta è molto più modesta: mettere in evidenza alcune contraddizioni nel momento in cui sì crea una nuova architettura non solo del nostro del Vecchio continente ma forse anche del mondo intero.

Il Pianeta della Grande Occasione




Il pensoso giornalista e scrittore Ryszard Kapuścińki, giramondo con una sua personalissima ma funzionale “bussola etica”, ci ha lasciato pagine illuminanti sulla questione dell’incontro con l’altro e sul tema del dialogo.



Ogni volta che l’uomo si e’ incontrato con l’altro, ha sempre avuto davanti a se’ tre possibilita’ di scelta: fargli guerra, isolarsi dietro a un muro o stabilire un dialogo. Nel corso della storia vediamo l’uomo esitare in continuazione tra queste opzioni, scegliendo l’una o l’altra a seconda della situazione e della cultura. E’ mutevole nelle sue decisioni, non sempre si sente sicuro, non sempre sente la terra salda sotto i piedi. Quella della guerra e’ un’opzione difficilmente giustificabile: penso che ne escano tutti perdenti, poiche’ e’ una sconfitta dell’essere umano che rivela la sua incapacita’ di intendersi, di immedesimarsi nell’altro, di mostrarsi buono e intelligente. In questo caso l’incontro con l’altro si conclude sempre tragicamente nel sangue e nella morte. Nel mondo moderno l’idea che induce l’uomo a erigere grandi muraglie e a scavare profondi fossati per mantenersi isolato dagli altri e’ stata definita come la dottrina dell’apartheid. Un concetto erroneamente limitato alla sola politica del regime, oggi scomparso, dei bianchi del Sudafrica. In realta’ l’apartheid veniva gia’ praticato in tempi remoti. Semplificando, si tratta di un’ideologia secondo la quale chiunque non appartenga alla mia stessa razza, religione e cultura e’ libero di vivere come vuole, purche’ alla larga da me. La cosa, tuttavia, e’meno semplice di quanto sembri. In realta’ abbiamo a che fare con una dottrina proclamante la fondamentale ed insanabile disuguaglianza che divide il genere umano. (...) L”incontro con l’altro viene definito da Emmanuel Lévinas come un “evento”, anzi come l’”evento fondamentale”, il limite estremo dell’esperienza umana. Lévinas, come sappiamo, appartiene al gruppo dei filosofi del dialogo quali Martin Buber, Ferdinand Ebner e Gabriel Marcel (ai quali in seguito si unira’ Józef Tischner). (...) Per quanto riguarda il rapporto nei confronti dell’altro e degli altri, questi filosofi respingevano l’opzione della guerra in quanto causa di distruzione; criticavano la scelta dell’indifferenza e dell’isolamento, sostenendo invece la necessita’, anzi il dovere etico dell’apertura, dell’avvicinamento e della benevolenza.(......) Comunque sia, il mondo in cui stiamo entrando e’il Pianeta della Grande Occasione. Un’occasione non incondizionata, ma alla portata solo di coloro che prendono il proprio compito sul serio, dimostrando automaticamente di prendere sul serio se stessi. Un mondo che se, da un lato, offre molto, dall’altro chiede anche molto e dove cercare facili scorciatoie significa spesso non arrivare da nessuna parte. Vi incontreremo continuamente il nuovo altro, lentamente emergente dal caos e dalla confusione del mondo contemporaneo. Puo’ darsi che questo altro scaturisca dall’incontro tra le due opposte correnti che formano la cultura del mondo moderno: la corrente che globalizza la nostra realta’ e quella che consenva le nostre diversita’, la nostra unicita’ e irripetibilita’. Puo’ darsi che egli ne sia il frutto e l’erede. Per questo dobbiamo cercare di stabilire con lui un dialogo e un’intesa. L’esperienza di tanti anni trascorsi in mezzo agli altri di paesi lontani mi insegna che la benevolenza nei loro confronti e’ l’unico atteggiamento capace di far vibrare la corda dell’umanita’.

L'unica famiglia umana



Un testo straordinario di Dionigi Tettamanzi, tratto dal suo nuovo libro Non c'è futuro senza solidarieta' (ed. San Paolo)







Mi verrebbe d'iniziare con l'antica citazione biblica: "Amate dunque il forestiero, poiché anche voi foste forestieri nel paese d'Egitto" (Deuteronomio 10,19). Come a dire, che il fenomeno migratorio, sia pure in modalità e intensità diverse, accompagna sempre la storia dei popoli. E che esso deve suscitare, come prima e più immediata forma di solidarietà, la condivisione obiettiva di una medesima situazione. (...) Ma qual è la situazione da noi oggi, nelle nostre città e nei nostri paesi? Potrei rispondere in termini quanto mai sintetici dicendo, anzitutto, che troppe volte e con troppa insistenza negli ultimi tempi si è pensato agli stranieri soltanto come a una minaccia per la nostra sicurezza, per il nostro benessere. Con l'immediata conseguenza che il peso dei pregiudizi e degli stereotipi hanno impedito un dialogo autentico con queste persone, finendo per causare spesso il loro isolamento, relegandole così in condizioni che hanno provocato e provocano illegalità e fenomeni di delinquenza. Ma la realtà presenta anche un'altra faccia: noncuranti delle tante e, troppe, eccessive polemiche, molte persone - in modo silenzioso e nel nome della propria fede e di un alto senso umanitario - hanno operato e continuano ad operare per assistere questi "nuovi venuti " nei loro bisogni elementari: il cibo, un riparo o, degli indumenti, la cura dei più piccoli.(...) Cade qui una riflessione elementare, la cui forza razionale invincibile conduce all'adesione, anche se poi la prassi, purtroppo, può divenirne una smentita. Ci sono così tante "etnie" e "popoli" diversi, ma tutte le etnie hanno la loro radice e il loro sviluppo nell'unica etnia umana, così come tutti i popoli si ritrovano all'interno del tessuto vivo e unitario dell'unica famiglia umana. (...) Troviamo qui l'approccio culturale nuovo che deve caratterizzare la nostra valutazione e il nostro comportamento - certo nel segno della solidarietà ora affermata - nei riguardi dei migranti. Lo indicavo così nel Discorso alla Città per la Vigilia di Sant'Ambrogio 2008: "Occorre, con una visione complessiva del fenomeno, guardare agli immigrati non solo come individui, più o meno bisognosi, o come categorie oggetto di giudizi negativi inappellabili, ma innanzitutto come persone, e dunque portatori di diritti e doveri: diritti che esigono il nostro rispetto e doveri verso la nuova comunità da loro scelta che devono essere responsabilmente da essi assunti. La coniugazione dei diritti e dei doveri farà sì che essi non restino ai margini, non si chiudano nei ghetti, ma - positivamente - portino il loro contributo al futuro della città secondo le loro forze e con l'originalità della propria identità". Riprendendo ora la riflessione generale, vorrei riproporre qualche spunto nel segno di una concretezza quotidiana e con un riferimento più specifico alle due realtà della famiglia del lavoro. Il primo passo da compiere dovrebbe condurci a superare una paura: quella che ci impedisce di riconoscere in pienezza l'uguale dignità sul lavoro degli immigrati. In realtà, per non pochi di noi essi sono visti come una minaccia, non solo perché considerati come uomini e donne che disturbano la tranquillità del nostro quieto vivere e del nostro paese, ma anche perché a noi "rubano" il lavoro. E se invece vengono accolti, rischiano di essere trattati come una forza lavoro a buon mercato, in particolare per quelle attività che noi ci rifiutiamo di compiere perché ritenute troppo faticose o poco dignitose. Ma, anche in mezzo a difficoltà e incomprensioni, diverse forze sociali danno prova di solidarietà attiva con i migranti, creando nuove forme di accoglienza e di inclusione sociale, a cominciare dal lavoro. Si tratta di una testimonianza cristiana e civile forte in un contesto di fin troppo facile contrapposizione. Una testimonianza non astratta e fuori della storia, ma in grado di avviare una integrazione all'insegna della solidarietà e della legalità, che diventa dono per tutti e risposta non secondaria alla domanda di sicurezza legittimamente posta da città spaventate e non poco preoccupate, anche per i segnali sconfortanti che vengono dalla cronaca quotidiana. Una testimonianza che deve interpellare tutti e ciascuno. (....) Non è spontaneo per nessuno in queste occasioni rifarsi e ispirarsi allo spirito più radicale del Vangelo e c'è per tutti il rischio di chiudersi in una eccessiva preoccupazione di se stessi, che ci fa scoprire sovente la nostra più grande miseria morale. È importante allora acquisire innanzitutto una reale conoscenza della situazione e delle persone, nelle loro qualità positive, nei loro limiti e nelle loro differenze. Solo così riscopriremo gli aspetti positivi della loro nuova presenza, le risorse culturali e religiose di cui sono portatori, la loro capacità di essere protagonisti in diversi ambiti, non appena offriamo loro l'opportunità di farlo. (..) È onesto - ed è bello - riconoscere l'apporto che tanti immigrati danno alla vita delle nostre città e, in termini certo più ristretti ma quanto mai concreti ed efficaci, alla vita delle nostre famiglie. Tanti - in assoluta prevalenza donne - appena giunti in Italia da paesi stranieri si fanno carico - nelle case degli italiani d'origine - dei servizi della casa, della cura dei bambini, dell'assistenza agli anziani e malati. Ed è con spirito di ammirazione e di gratitudine che dobbiamo riconoscere che queste stesse donne - le chiamiamo "badanti" - con i loro figli sono le prime persone che pagano il costo di una separazione forzata, dell'esclusione dai diritti, della privazione per se stesse e per i propri familiari. Di conseguenza, come non chiedere che - insieme ai vantaggi che vengono a noi dalla loro presenza e attività - si giunga presto a riconoscere i loro giusti diritti e a migliorare le loro condizioni di lavoro?

"Meticciato" e nuove identita'


Riprendo gli appunti scritti in occasione della presentazione del libro di Paolo Gomarasca, Meticciato: convivenza o confusione? (Marcianum Press, Venezia 2009). Una riflessione bella e profonda sulle "contaminazioni" delle identita'. Per Gomarasca, "il multiculturalismo promette 'riconoscimento reciproco', ma contemporaneamente rinuncia ad una 'comprensione sociale condivisa'". Il multiculturalismo si limita, per cosi' dire, a stabilire delle regole minime di coesistenza pacifica. Manca pero' la relazionalita' tra le culture che esso istituzionalizza.Vi e', in altre parole, l'assenza di una dimensione "interattiva", in quanto il multiculturalismo non richiede ne' prevede alcun apprendimento reciproco fra le culture. Gomarasca tenta di proporre un nuovo modello, atto a "superare le aporie delle politiche multiculturali"; un progetto politico "realmente disponibile a generare solidarieta' tra estranei". Gomarasca compie un raffinatissimo "excursus" (in "dialogo ideale" con Hegel, Kant, Marx, Gramsci, Habermas, Derrida, Deleuze, Rorty, Taylor, Fayad...) sulla nozione di meticciato, inoltrandosi nella letteratura della "conquista" e in quella "post-coloniale", precisando che il concetto di "meticcio" non ha nulla a che vedere con la percezione di una "ibridazione" o semplice sommatoria. Nel pensiero "meticcio" sembra porsi l'alternativa tra una concezione del meticciato come "ibridismo indiscriminato" e "nomadismo delle differenze". Per superare tale dicotomia, occorre tentare la strada di un "pensiero non meticcio del meticciato". Il "meticcio" inteso in questo senso specifico
e' un novum che nasce dalla relazione dell'uno con l'altro, ma che non puo' essere ridotto ne' all'uno ne' all'altro.

Gomarasca precisa che
non si tratta di un semplice effetto aggregato dell'uno e dell'altro singolarmente presi, come se fosse possibile sommare le loro rispettive culture, bensi' di un effetto emergente, che risulta dallo scambio, dalla relazione (aperta e imprevedibile) dell'uno con l'altro (....) La nuova identita' e' davvero terza perche' nasce dall'aver messo creativamente in gioco la propria identita' nella relazione con l'identita' dell'altro. E non c'e' vita buona (....) senza questo interesse di legame.

Mi sembrano poi straordinarie le considerazioni di Gomarasca sulla difficolta' di ricostruire un percorso della fraternita' (come specificazione o anche come "ragione" del meticciato) a prescindere dall'analogo concetto di "filiazione". Con tale categoria Gomarasca compie
un tentativo di declinare a livello antropologico la fondamentale co-appartenenza di tutte le cose nell'essere. (.....) La storia ci mostra (...) che l'ossessione per la purezza, per l'esclusivita', conduce a un vicolo cieco. Viceversa, la filiazione, come riconoscimento di un'origine comune, e' condizione necessaria della vita buona.

La guerra "incivile"


Ci sono le guerre "internazionali" o trans-nazionali, ma ci sono anche guerre "interne", che tuttavia non sono affatto "civili". Quelle generate dalle "forze di occupazione" endogene delle grandi organizzazioni criminali, dalla mafia alla camorra alla 'ndrangheta alla nuova corona unita al cartello di Medellin. In realta', anche queste forme di criminalita' hanno sempre piu' una chiara caratterizzazione internazionalistica: basti considerare che gli Stati Uniti hanno inserito la 'ndrangheda tra le organizzazioni delinquenziali piu' pericolose del pianeta. E' interessante notare il parallelismo che viene proposto tra i processi di risoluzione dei conflitti e quelli di "debellatio" della criminalita' transnazionale, che vanno pero' accompagnati da iniziative di ricomposizione del tessuto sociale, di riattivazione della fiducia ("confidence-building"), di riconciliazione. Tutti questi percorsi si ricompongono nella categoria piu' ampia di "legalita'", un concetto forse piu' profondo di quello (pur imprescinfibile) del rispetto della "rule of law". E' tenendo presente questo quadro complesso che segnalo il libro di Roberto Mazzarella, "L'uomo d'onore non paga il pizzo" (Citta' Nuova, Roma 2009), nel quale l'autore, che conosco da vecchia data, da' conto con realismo, senza enfasi, ma con una irriducibile "forza tranquilla", di una maturazione progressiva di un coscienza sociale piu' responsabile, la sola in grado di estirpare le radici delle mafie. Ed e' fondamentale che siano sempre piu' i giovani a condurre il cammino verso una "exit strategy" da un conflitto che, considerati i numeri di morti, solo in senso "tecnico" puo' essere definito "a bassa intensita'". Per connessione, ricordo anche, come ulteriore segnale di questo incipiente risveglio, che speriamo si consolidi progressivamente, la recente manifestazione svoltasi a Napoli a favore della legalita' dall'associazione "Libera" di don Ciotti, all'insegna del “No alla mafia, il No alla camorra, il No alla ‘ndrangheta, il No alla sacra corona, il No a tutte le mafie del mondo”! E' anche questo un modo per manifestare e soprattutto per impegnarsi pro-attivamente a favore della pace.

Diaogare con il nemico? (parte terza)

Segnalo una ricerca di un paio di anni fa, ma tuttora validissima, di Dalia Dassa Kaye, della Rand Corporation, sul tema del dialogo con il nemico, che prende in considerazione non già l'ottica politico-diplomatica o governativa, ma il cosiddetto "secondo binario" ("track two diplomacy") in chiave regionale e multilaterale. L'approccio politico non-ufficiale sta diventando, in questo difficile ambito, pieno di rischi ed incognite, una componente sempre più rilevante in un panorama internazionale in profondo mutamento, anche nel settore della sicurezza in senso lato. Ed in effetti il lavoro si concentra sulle tematiche del controllo degli armamenti e su altre misure di "sicurezza cooperativa" in Medio Oriente ed in Asia meridionale. Kaye non teme di affrontare in questo contesto anche tematiche estremamente delicate, quali ad esempio la non-proliferazione nucleare in un auspicabile quadro di sicurezza regionale, mettendo in luce il contributo che la diplomazia del secondo binario può offrire al riguardo. Questo a riprova che l'approccio del secondo binario non è di tipo vagamente "solidaristico" o residuale rispetto alla politica in termini di "potenza". Il secondo binario, in effetti, ha la potenzialità di poter far emergere idee nuove e nuove prospettive di soluzione dei conflitti che, nel corso del tempo, possono influenzare le scelte politiche "ufficiali". Nello studio in questione si mette in evidenza come l'impegno per una diplomazia di secondo binario (non mi piace la definizione, talvolta usata, di "diplomazia parallela") in Asia Meridionale e nel Medio Oriente abbia indotto i partecipanti a "pensare" il tema della sicurezza in termini più cooperativi, prospettando anche una verifica dell'impatto che le idee sorte nel corso di tale esercizio hanno avuto a livello della società in sempo ampio e se ed in che modo esse abbiano influenzato anche le scelte politiche dei governi e degli apparati ufficiali. Nel comparare le due regioni studiate, Kaye giunge alla conclusione che gli incontri riguardanti l'Asia meridionale, relativi ad esempio al Kashmir e ad altre aree problematiche, sono stati nel complesso più efficaci rispetto ai risultati riscontrati per il Medio Oriente, dove l'assenza di progressi sostanziali nei colloqui di pace ufficiali arabo-israeliani hanno negativamente influenzato anche gli approcci regionali di secondo binario. Questa constatazione sembra dunque suggerire una "complementarità" più che una sostitutività o alternatività tra la diplomazia ufficiale e la diplomazia informale (o "sociale") del secondo binario.

Gerusalemme, la città veramente globale

Enrico Molinaro is is founder, organizer, and fundraiser of the non-profit association Mediterranean Perspectives, and Primary Coordinator of international scholarly conferences with the participation of academic, diplomatic, religious and political authorities. He lectures at Luiss University’s Doctoral Program of Political Theory, and at La Sapienza University’s Master Program of International Protection of Human Rights in Rome, Italy. He has also authored the book Negotiating Jerusalem (Passia, 2002).

“A well-researched book that displays profound insight into the unique legal regime of the Status Quo at the Holy Places. Dr. Molinaro is to be congratulated for having written an authoritative and readable account. Courageously, he has not shrunk from rightly setting the question of the Holy Places into their wider context of diplomacy, philosophy, and politics. He has produced an outstanding legal-historical analysis with great relevance for the future of Jerusalem.” Professor Raymond Cohen (Chaim Weizmann Professor of International Relations, Hebrew University of Jerusalem, and Corcoran Visiting Professor of Christian–Jewish Learning, Boston College), author of Saving the Holy Sepulchre. “To forecast peace in the Palestinian territories may seem like a dream, but we, Europeans, are striving in all possible ways to see that dream realized. One of the best ways to do this is to conduct a thorough investigation of the details concerning Jerusalem’s Holy Places, where three religious faiths meet and too often collide. This is what Dr. Enrico Molinaro has done in a really outstanding book full of useful suggestions. This is a book which is strongly recommended for those seeking to fully understand the historical and legal specifics of the situation in and around Jerusalem.” Luigi Ferrari Bravo, Professor of International Law, University of Rome, Former Judge of the International Court of Justice. Throughout history, Jerusalem and its Holy Places have been the objects of fierce religious controversy over worship rights, such as the Holy Sepulchre inter-Christian disputes and the Har Ha Bait/Haram Al Sharif (Temple Mount/Noble Sanctuary) Israeli–Jewish/Palestinian-Muslim disputes. This multidisciplinary study offers two competing political ways of interpreting these disputes and the Arab–Israeli conflict in general: the state/national (territorial) perspective focuses on Israelis and Palestinians as the two main groups entitled to possession of and worship in Jerusalem’s Holy Places; the global/transnational perspective, on the other hand, entitles millions of Jews, Christians, Muslims and their respective clergy worldwide to raise claims to the city’s Holy Places as universal symbols of devotion and worship. This work provides international law practitioners and Middle East scholars with a thorough overview of the legal, historical and diplomatic interpretation of the provisions embodied in the international documents adopted in the Middle East Peace Process. In addition to applying the legal notion of international local custom, this study provides three alternative terms to express the three different meanings of sovereignty namely, independence, authority and title. Based on his work’s methodology and conclusions, the author has initiated second track meetings behind closed doors between Israelis and Palestinians, which have resulted in a political–diplomatic data-base. Those seeking a deeper understanding of the intricate legal terminology surrounding Jerusalem will find the main results produced by these meetings to be of particular interest, such as The Guidelines for a Jerusalem Statute, wherein both parties share cultural–religious principles towards building a better coexistence in Jerusalem (Annex III), and The Glossary of historically complex terms such as Status Quo and Holy Places (Annex IV).

L'elefante ha messo le ali


Ho partecipato alla presentazione del libro di Antonio Armellini
L’elefante ha messo le ali.L’India del XXI secolo (prefazione di Giuliano Amato - Università Bocconi editore, 2008). Un punto mi e' sembrato interessante, e cioe' che in India (come altrove) la persecuzione o discriminazione non riguardano solo i cristiani. Credo che occorra chiedere la liberta' religiosa (e il rispetto della diversita' culturale in genere) non solo per chi ci appare "simile", ma in modo universale, valido cioe' per tutte le persone e tutte le comunita'. Ecco uno stralcio del libro di Armellini che tratta della situazione della comunità musulmana in India (pagg.148-150):

La comunità musulmana si sente parte della nazione e al suo interno non vi sono frange significative che guardino al Pakistan come alla madrepatria negata. Eppure, nell’immaginario collettivo la sua lealtà viene messa regolarmente in discussione ed è usata come argomento – o meglio, come scusa – per tutta una serie di piccole e grandi prevaricazioni. Dalle partite di cricket alle scelte di politica estera, i musulmani vengono guardati come «indiani avventizi», il cui cuore tende a battere comunque altrove.
Si tratta di un atteggiamento mentale che non trova, beninteso, una sanzione legislativa: i governi hanno promosso negli anni diverse misure volte a compensare questi squilibri, ma la loro efficacia è stata inferiore alle aspettative ed è giudicata inadeguata anche dalla parte più moderata della comunità musulmana. Al di là di qualsiasi altra considerazione, esse non sono riuscite a chiudere il golfo della diffidenza, che in qualche occasione è stato reso anche più ampio. A partire dal terrorismo. Gli indiani non si stancano di ripetere che il fenomeno terroristico, che vede coinvolti i musulmani, non ha una matrice islamica, bensì una di esclusivo stampo interno: Manmohan Singh ha ripetuto in numerose occasioni, con assoluta sicurezza, che in India non vi è un solo aderente ad al Qaeda. Agli occhi indiani il terrorismo ha un solo Satana, che si chiama Pakistan. Dalle bombe di Bombay nel 1993, all’attacco al Parlamento nel 2001, allo stillicidio di attacchi in Kashmir, il leitmotiv è sempre stato quello del coinvolgimento di Islamabad, grazie alla disponibilità di una vasta reste di basisti nel paese, tratti da un brodo di coltura islamico inaffidabile per definizione. Che i pakistani tengano un occhio su quanto accade nel paese vicino, è probabile; che abbiano messo mano in tutti i fenomeni violenti che presentano un coinvolgimento musulmano è possibile, ma un po’ meno probabile. Le condizioni di emarginazione dei musulmani in India costituiscono un terreno più che fertile per movimenti eversivi di carattere locale. Eppure, ci sarebbe più di un motivo per guardare lontano: gli attacchi alla ferrovia suburbana di Bombay nel 2006, in contemporanea casuale – o forse no – con una serie di esplosioni a Srinagar, nel Kashmir, potrebbe- ro rappresentare il segnale di una capacità organizzativa e di un coordinamento a distanza di tipo nuovo e non troppo dissimile da tecniche e modalità del terrorismo qaedista. Il governo ha messo a tacere qualsiasi speculazione in proposito, ma gli interrogativi rimangono. Di influenze qaediste non si vedono altre tracce, per ora, e le condizioni di arretratezza culturale della comunità musulmana potrebbero averla resa più impermeabile a messaggi ideologici esterni – anche perché essa è nel complesso assai meno radicale di quanto certa propaganda voglia dare da intendere (un solo dato: appena il 4% dei giovani musulmani frequenta le madrassa). Ciò detto, le stesse condizioni di arretratezza potrebbero favorire una progressiva radicalizzazione, alimentata dall’emergere di gruppi acculturati e ideologicamente estremizzanti, specie fra i giovani. Il tante volte evocato Students Islamic Movement of India (SIMI) viene visto dai servizi indiani come la porta d’ingresso privilegiata nel paese per l’ISI. Potrebbe valere la pena di esaminare un po’ più da vicino se da essa – o da strutture consimili – non potrebbe cominciare a fare capolino in questo paese quell’«internazionale del terrorismo» che fiorisce non troppo lontano dai suoi confini. Le condizioni di povertà, isolamento ecc. sembrerebbero esserci tutte e il karma, per i musulmani, non conta. Ancora una volta, la barriera più efficace potrebbe essere stata fornita sinora dalla solidità del tessuto democratico del paese, che si è mostrato in grado di resistere ad onta delle diseguaglianze. Ma fino a quando? I musulmani hanno rappresentato per anni una delle vote banks più affidabili per il partito del Congresso. Nell’intreccio fra casta, comunità e potere, hanno rappresentato una componente tanto solida quanto prevedibile: un fatto questo che, da un lato, ha garantito una certa rappresentanza, ma dall’altro ne ha diminuito il potere contrattuale in termini di scelte elettorali e di influenza. Con la fine dell’egemonia del Congresso, le cose sono andate progressivamente cambiando e oggi il voto musulmano non è più una variabile scontata. I musulmani in India non si sono mai riconosciuti in un partito confessionale (e questo è di per sé un dato significativo, rispetto alle accuse di oscurantismo bigotto che vengono loro regolarmente rivolte); la loro identità politico-elettorale ha teso tradizionalmente a confondersi con quella dei dalit e delle OBC/SC, sia pure con variabili importanti da stato a stato. Il crescente peso delle formazioni regionali ha attribuito un maggior ruolo anche ai musulmani, i quali hanno potuto sfruttare il vantaggio di «fare la differenza» in quegli stati dove la loro consistenza, non rilevantissima in termini assoluti, risultava decisiva per conseguire la maggioranza. Uno schema dal sapore «italiano», che ha dato qua e là risultati paradossali: nella sua campagna vittoriosa in Uttar Pradesh, Mayawati ha riproposto la convergenza bramini-musulmani-intoccabili che aveva garantito negli anni la vittoria del Congresso, da una prospettiva in cui la componente dominante non era più la bramina, bensì l’altra. Persino Narendra Modi, il Chief Minister del Gujarat responsabile politico delle stragi di Godhra del 2002, ha pensato bene di lanciare qualche modesto segnale al voto musulmano durante la sua recente campagna elettorale. Per i musulmani, insomma, la fine della discriminazione non è dietro l’angolo, ma la frammentazione del quadro politico indiano offre la possibilità di entrare in maniera più diretta nel gioco delle influenze e di acquisire una voce meno flebile, in attesa di un’uguaglianza che, terrorismo ed estremismo hindutva permettendo, prima o poi verrà.

Dialogo interculturale e diritti umani


Segnalo un'opera di grande rilievo:Dialogo interculturale e diritti umani. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Genesi, evoluzione e problemi odierni (1948-2008), a cura di Luigi Bonanate e Roberto Papini (Il Mulino, Bologna 2008). Mi hanno colpito in particolare alcuni passaggi dell'introduzione:
Sappiamo di essere minacciati da due rischi: il ripiego identitario e l'omologazione culturale, rischi che, portati all'eccesso, comportano, nel primo caso, relativismo culturale (quindi difficolta' a stabilire basi etiche comuni) e, nel secondo, l'annichilimento di ogni differenza, la fine dell'uomo quale essere culturale sotto il dominio pieno delle tecnoscienze e del funzionalismo di cui la globalizzazione dei mercati non sarebbe che l'ultimo dei fattori. Dobbiamo trovare una via mediana affinche' la contaminazione delle culture (fenomeno che esiste da sempre anche se in forma piu' latente) produca arricchimento e non ripiegamento o scontro.(.....) La conoscenza reciproca favorisce il dialogo interculturale che non puo' pero' stabilirsi sul piano della pura neutralita' assiologica, il che avallerebbe, tra l'altro, la tesi che le culture siano del tutto equivalenti. La scoperta della comune umanita' passa attraverso le culture in una ricerca che tende a valorizzare cio' che e' piu' umano, cio' che apre maggiormente all'altro, perche' l'uomo e' un essere relazionale. La prospettiva dovrebbe essere dunque quella di alcuni principi fondamentali relativi ad una cultura civica mondiale.

L'umanita' multiculturale


Leggo nel bel libro di Carlo Galli, L'umanita' multiculturale, questa esauriente enunciazione del dilemma particolare/universale, locale/globale, identita'/differenza:
(...) L'eta' globale e' l'eta' della mobilitazione globale, in cui l'umanita' puo' essere prodotta e immaginata solo come universale critica degli universalismi non critici e, allo stesso titolo, dei particolarismi tribali. Quali configurazioni storico-politiche questa critica assumera', non lo sappiamo; cio' che sappiamo e' che l'alternativa all'umanita' multiculturale, a un nuovo rapporto concreto fra particolare e universale, e' il conflitto fra le culture, lo scontro di civilta', ossia il trionfo armato del biopotere come potere di morte. E' contro questa prospettiva di guerra globale, di guerra perpetua, di guerra senza frontiere, di guerra di tutti contro tutti, che oggi l'umanita' piu' che un dovere e' una sfida. La sfida di dare un volto umano all'umanesimo; di stare nella contingenza secondo la modalita' di un conflitto che, per quanto reale, non sia distruttivo ma sia anche un "prendersi cura" di Se' e dell'Altro; di esprimere una passione per l'uomo non inutile ma tanto sapiente da consentire che attraverso di essa si salvi l'umanita' nella concretezza e nella differenza delle creature e degli individui, e che la natura umana non sia piu' stravolta dall'ostilita' verso se' stessa e verso la natura del mondo.

Giovanni Sale, "Stati islamici e minoranze cristiane", Jaca Book, Milano 2008


(recensione di Michele Brignone, Centro Oasis, www.oasiscenter.eu.)
Già noto per i suoi lavori sulla Chiesa e sul cattolicesimo in età contemporanea, lo storico e gesuita Giovanni Sale prende in esame in questo volume la recente evoluzione degli stati islamici e la situazione delle minoranze cristiane. Lo fa a partire da una serie di casi studio (Impero ottomano e Turchia contemporanea, Egitto, Arabia Saudita, Iran, Pakistan, Afghanistan, Sudan, Africa Occidentale, Maghreb, Iraq, più un appendice sulla coabitazione nel Mediterraneo fra cristiani, musulmani ed ebrei), alcuni dei quali già precedentemente trattati e pubblicati nella rivista La Civiltà Cattolica e successivamente rivisti, ampliati e aggiornati. Dalla lista mancano alcune realtà tutt'altro che marginali, come la Palestina e il Libano, ma la loro assenza è giustificata dalla scelta dell'autore di non affrontare situazioni che «meriterebbero una trattazione a parte», e che «non rappresentano, almeno per il momento, modelli significativi di stato islamico».
Il filo rosso che attraversa e unisce la serie di saggi dedicati ai singoli stati è già tutta contenuta nel titolo del volume. Ogni contributo analizza infatti il processo, visibile in tutti gli stati musulmani, di radicalizzazione politico-religiosa e ne esamina le ricadute sulle minoranza cristiane. Certo, vista anche la sintesi imposta dai saggi che compongono il volume, l'autore non può entrare in maniera molto approfondita nel dibattito sulla politicizzazione dell'islam e si abbandona talvolta ad alcune affermazioni discutibili (per esempio considera il politico pakistano Ali Jinnah un musulmano moderato, giudizio forse corretto dal punto di vista culturale, ma non da quello religioso, visto che il personaggio in questione era agnostico se non ateo e stabilisce una troppo facile equazione tra islam sufi e militanza politica). Ma, nel complesso, il libro offre al lettore non specialista una buona chiave di lettura di un fenomeno che fa ormai parte delle cronache quotidiane.
Ne emerge un quadro piuttosto omogeneo a dispetto dei diversi contesti geografici, politici e sociali trattati. In quasi tutti i paesi presi in esame, infatti, alle garanzie formalmente presenti nei singoli ordinamenti giuridici non corrisponde una reale tutela delle minoranze religiose. Questo non solo perché l'avanzata del fondamentalismo islamico sta causando un progressivo peggioramento della condizione della vita della comunità cristiane presenti nel mondo islamico. Ma anche perché in molti paesi musulmani non è mai stata risolta la questione dello status giuridico delle minoranze non musulmane. In questa prospettiva si danno in generale due possibili situazioni. Da una parte vi sono i paesi che tradizionalmente non conoscono la presenza di minoranze cristiane e molto semplicemente considerano stranieri i fedeli cristiani. Dall'altra si trovano invece i paesi che facevano parte dell'Impero Ottomano e nei quali si registra una presenza storica di comunità cristiane. Sotto l'Impero, la vita di questa comunità era disciplinata dal regime dei millet, che, pur ponendole in una situazione di subordinazione giuridica rispetto ai musulmani, garantiva loro un'ampia autonomia. L'abolizione dei millet non si è tradotta in un miglioramento dello status delle minoranze, dal momento che l'equiparazione ottenuta con la nascita degli stati nazionali è rimasta un concetto puramente formale, lasciando aperta la questione di una effettiva co-cittadinanza.