Chiudere i porti, maggiori controlli alle frontiere, distinguere tra migranti economici e richiedenti asilo (rifugiati), aiutare i migranti “a casa loro”. Sulla scena europea gli annunci di nuove restrizioni e nuove iniziative sull’immigrazione si moltiplicano e si rincorrono in modo non sempre coordinato, anzi. La questione di fondo è una diversità di angolo visuale, che porta a conclusioni e ad approcci sostanzialmente divergenti. Dalla prospettiva europea, il fenomeno della mobilità umana è visto come un flusso che dall’Africa e altre regioni svantaggiate del pianeta si dirige verso l’Occidente. Si tratta di “immigrazione”. La prospettiva dei Paesi e dei popoli interessati è invece radicalmente diversa. Si tratta di “migrazioni”. La differenza non è terminologica, è politica. In Africa, ad esempio, ci sono migrazioni epocali: oltre 20 milioni di persone si muovono da un Paese all’altro del continente, e queste masse non hanno nulla a che vedere con l’“immigrazione” in Europa. In Occidente si pensa di poter fermare l’immigrazione irregolare o almeno contenerla, quando in realtà occorrerebbe adottare un’ottica più ampia, e comprendere che l’Europa è solo un tassello della grande pressione migratoria che interessa i quattro angoli del globo. In quest’ottica, la differenza tra migranti economici e richiedenti asilo diventa esile. Situazioni di violazione di diritti umani, dittature, conflitti di varia natura sono causa di miseria, assenza di sicurezza alimentare, scarso accesso alle risorse idriche, malattie endemiche ed epidemie, mancanza di prospettive per i giovani. Ecco che le cause politiche producono effetti in senso lato economici. Non si tratta di singoli o di gruppi perseguitati, ma di masse che soffrono le conseguenze di governi pessimi, dello sfruttamento economico, della violenza generalizzata, spesso incoraggiata dalla disponibilità di armi, non solo attraverso i traffici illegali, ma anche in virtù del commercio legale. Viceversa, proprio le condizioni di miseria e marginalità, aggravate dai cambiamenti climatici (desertificazione da un lato, precipitazioni estreme dall’altro), dalla carenza di istruzione, dalla bassissima possibilità di emancipazione, finiscono per alimentare le mire di autocrati senza scrupoli, la corruzione, l’esclusione e l’espulsione di larghe fasce della popolazione da ogni prospettiva di miglioramento della propria condizione. Ecco che cause economiche producono effetti politici. Si impone dunque una nuova consapevolezza, al di là degli slogan e dei provvedimenti ad effetto.
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Dalle radici al fiume

Ha un titolo volutamente polemico, il bel libro di Maurizio Bettini, "Contro le radici", pubblicato di recente dal Mulino. Nonostante il titolo, si tratta di una confutazione al contempo raffinata e concreta del "mito" delle radici culturali o delle civiltà. La mitizzazione dell’identità e della tradizione costituisce una reazione, non solo in Occidente, ai grandi sconvolgimenti provocati dalla modernità. Come scrive Francesco Lubian, " alla globalizzazione e ai fenomeni migratori, insomma, si tende a reagire rafforzando (al limite: inventando) una cultura fortemente identitaria, che trova un perfetto paradigma metaforico nella “radice”, immagine di cui Bettini ricostruisce da par suo la genealogia: grazie a questa metafora la tradizione si trasforma in qualcosa di biologicamente primordiale, che sorregge e nutre, godendo di un rapporto privilegiato con la terra. Lo studio della metafora delle radici smaschera il dispositivo di autorità che alimenta di nuclei semantici forti (vita, natura, terreno) in grado di rendere, oggi, il discorso sulla tradizione particolarmente forte e pervasivo a ogni livello culturale, come dimostrano gli stralci dei discorsi di Marcello Pera e i comunicati della Lega Nord citati a più riprese dall’autore. Dietro questa forza, però, albergano grandi pericoli, come la storia, dalla guerra fra Troiani e Latini a quella fra Hutu e Tutsi, non smette di ricordarci." . In un articolo pubblicato da La Repubblica il 24 gennaio 2012 "Contro il mito delle radici", Bettini sintetizza efficacemente la sua critica alla metafora "radicale". "Nel nostro dibattito culturale sempre più frequentemente ricorre l' associazione fra tradizione e identità, quasi che l' identità collettiva - l' identità di un certo gruppo - dovesse essere concepita come qualcosa che deriva direttamente e unicamente dalla tradizione. Una delle affermazioni oggi più circolanti è proprio la seguente: «l' identità si fonda sulla tradizione». Basta rammentare gli anatemi che negli scorsi anni sono stati lanciati contro l' immigrazione, in particolare islamica, e i mutamenti culturali che da essa sarebbero provocati. Ora, il rapporto di causa / effetto che viene stabilito fra tradizione e identità - l' identità è prodotta dalla tradizione - emerge direttamente dalle stesse metafore che vengono usate per parlarne. Quando si vuole indicare la tradizione culturale di un gruppo o di un paese, infatti, l' immagine più ricorrente è quella delle radici. Queste sono le nostre radici, si dice, questo dunque siamo "noi". Basta ricordare l' acceso dibattito relativo alla proposta di inserire nel preambolo della costituzione europea una menzione delle radici cristiane dell' Europa. L' immagine arboricola intendeva sottolineare il rapporto di stretta interdipendenza che, a parere dei sostenitori di questa tesi, legherebbe fra loro la cultura europea da un lato, il cristianesimo dall' altro. (...) In questa selva di radici identitarie c' è un aspetto generale della questione che merita di essere messo in evidenza: le immagini non sono oggetti neutri, anzi, molto spesso hanno la capacità di condizionare fortemente la nostra percezione della realtà. Ciò che definiamo "metafora" non è solo un ornamento del discorso, è anche un potente strumento conoscitivo. Così accade anche nel caso delle radici. Questa immagine ha infatti la capacità di suggestionare fortemente qualsiasi discorso su identità e tradizione, e per un motivo abbastanza semplice: in un campo così astratto come quello delle determinazioni filosofiche o antropologiche, l' immagine delle radici permette di sostituire il ragionamento direttamente con una visione. (...) In una discussione sulla tradizione, anche il più accanito dei tradizionalisti avrebbe difficoltà a dirci da che cosa sia concretamente costituita la tradizione di cui parla. Lo stesso discorso vale per quella cosa che chiamiamo identità. Ecco il motivo per cui è molto meglio spostare tutto sul piano della metafora, e far balenare di fronte agli occhi dell' ascoltatore semplicemente delle radici. Ma che cos' hanno poi, di così efficace, queste radici? (....) Le radici stanno immerse nella terra, il luogo da cui tutto nasce e a cui tutto ritorna; le radici sostengono la pianta, che altrimenti cadrebbe al suolo; e soprattutto le radici trasmettono al tronco, ai rami e alle foglie il nutrimento di cui hanno bisogno. Tramite l' immagine delle radici, e dunque dell' albero, anche la tradizione si muta in qualcosa di biologicamente primordiale, che sta immerso nella terra, qualcosa che sorregge e nutre - chi? Ovviamente noi, la nostra identità. Il rapporto di determinazione fra tradizione e identità assume in questo modo l' aspetto di una forza che scaturisce direttamente dalla natura organica. Se un albero è quel certo albero perché è cresciuto da quelle radici, noi siamo noi perché siamo cresciuti dalle radici della nostra tradizione culturale. In un certo senso, è come se noi non potessimo essere altrimenti: se si dà retta a questa metafora, la nostra identità finisce ineluttabilmente per essere determinata dalle nostre radici, cioè dalla tradizione cui si appartiene. Inutile dire che il ricorso alla metafora arboricola punta a questo scopo: costruire un vero e proprio dispositivo di autorità, che, attraverso i contenuti evocati dall' immagine, si alimenta di nuclei semantici forti quali la vita, la natura e la necessità biologica. Una volta che questo dispositivo di autorità sia stato messo in movimento, la conseguenza non può che essere la seguente: l' identità culturale predicata attraverso la metafora delle radici viene estesa a un intero gruppo, indipendentemente dalla volontà dei singoli. Un ramo può forse decidere di non appartenere all' albero con cui condivide le radici o, addirittura, di non essere un ramo? Una volta "radicati" in una certa tradizione, scegliere autonomamente la propria identità culturale diventa impossibile, ci si può solo riconoscere in quella che altri hanno costruito per noi."
"É per questo che Bettini - commenta Lubian- suggerisce di abbandonare, per quanto riguarda l’identità, la metafora delle radici per scegliere invece quella del fiume, immagine che valorizza la portata di tutti i diversi apporti secondo un paradigma di orizzontalità e non più di verticalità: anche l’identità, del resto, risulta in ultima analisi il frutto di un incessante processo di continua reinvenzione." Il fiume fluisce, a volte scorre placido, a volte è irruento; in alcuni tratti assomiglia a un lago, in altri dà origine a cascate fragorose; a volte è compatto, a volte si divide e si "complica" in molti rami; riceve i contributi di altri corsi d'acqua, oppure procede solenne e solitario verso la foce. Insomma, il fiume è una realtà cangiante e dinamica. La metafora del fiume è assai più democratica di quella delle radici.La pericolosa illusione di "sgomberare" la diversità
Un manifesto inquietante, un messaggio che mette i brividi. Colpisce il collegamento tra lo "sgombero" e la "risurrezione" di un quartiere. In realtà un quartiere, una comunità "muore" quando decide semplicemente e brutalmente di "espellere" (o "sgomberare", sospingere oltre il perimetro del gruppo dominante) l'altro, una minoranza, una diversità. Ci si riferisce ad uno sgombero appena iniziato, e si lascia minacciosamente presagire che l'opera sarà portata a termine senza pietà, e che altre "eroiche" azioni simili seguiranno. Colpisce poi che alla "rimozione" del "campo" non segua l'indicazione del luogo in cui gli esseri umani coinvolti sono destinati (deportati?). Sgomberati verso dove? Il messaggio del manifesto sembra suggerire una loro evaporazione nel nulla; in realtà la sparizione di un gruppo umano ritenuto anomalo o deviante sembra essere il desiderio o la volontà implicita negli estensori di questo testo, che considera il dramma di pochi un "trionfo" di molti. Come si può pensare di risorgere sul "seppellimento" della diversità? Si tratta solo dell'illusione "immunitaria" e securitaria, il cui risultato non è che il fallimento del progetto di comunità (ammesso che chi scriveva il testo in questione ne abbia in mente uno). Ciò che resta dopo lo "sgombero" è il deserto delle coscienze, è l'orda, non certo una società degna di questo nome. Non così furono trattate le baraccopoli delle grandi periferie romane negli anni '50 e '60, ma se ne tentò l'integrazione, e persino il Vaticano non lesinò gli sforzi per dare dignità a quelle comunità in tutti i sensi "periferiche". Dov'è quella città, dov'è quel Paese? L'ironia della sorte ha voluto che il manifesto in questione, suprema espressione di insipienza politica e di mancanza assoluta di senso di responsabilità dinanzi ad un problema serio e drammatico come quello degli accampamenti abusivi, sia apparso nelle strade di Roma esattamente nel giorno in cui - il 1^ giugno scorso - in Campidoglio si celebrava un Convegno internazionale sulla "città interetnica", alla presenza addirittura del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, e dello stesso Sindaco evocato nel manifesto, che vi appare citato come "ispiratore" di questa strana e insensata idea di "rinascita".
La crisi libica e l'Europa in crisi
Il punto di svolta, nella crisi libica, è stata una risoluzione dell’ONU. Ma non quella con cui il Consiglio di sicurezza ha autorizzato l’uso della forza, la n. 1973. No, la vera novità sta nella risoluzione precedente, la n.1970. Una pietra miliare nella diplomazia multilaterale. Con essa il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite faceva quattro cose: richiamava la “responsabilità” di proteggere la propria popolazione da parte delle Autorità libiche (invece di perseguire una linea di repressione violenta); avviava il procedimento per deferire il governo libico alla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità; stabiliva un embargo totale ed immediato nella fornitura di armi alla Libia; redigeva una lista di esponenti libici ai quali era vietato espatriare, come misura “punitiva” per la repressione delle manifestazioni anti-regime. Precedentemente, la Libia era stata sospesa, con voto unanime, dalla partecipazione al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Sappiamo poi come è andata a finire. Da una parte, un dittatore che non ha voluto sentire ragioni e che minacciava stragi; una “coalizione” che ha precipitato gli eventi bellici, priva inizialmente di coordinamento e persino di un accordo sugli obiettivi finali. L’eco delle bombe in Libia ha raggiunto le principali capitali europee, ed ha marcato ancora una volta l’assenza di una reale volontà politica di dar vita ad un’autentica politica estera e di difesa europea. Francia, Inghilterra, e in buona misura anche l’Italia, sono andate in ordine sparso. La Germania si era già tirata fuori, astenendosi dal voto in Consiglio di sicurezza sulla risoluzione 1973. Il vertice internazionale sulla Libia si è tenuto a…. Londra, importante capitale euro-atlantica, con credenziali mediterranee poco credibili. Insomma, in tutta questa crisi, ha parlato un’anacronistica “Europa delle Nazioni”, non quella delle istituzioni comuni di Bruxelles. L’unica organizzazione internazionale con sede a Bruxelles alla quale si è voluto dare un ruolo (più per “imbrigliare” la Francia che per autentica convinzione politica) è stata la NATO. Ma chiediamoci: ha davvero senso che l’Europa si presenti oggi nel Mediterraneo con il volto securitario e militare della NATO? Nessuno sa più che fine abbia fatto l’Unione per il Mediterraneo o il progetto di Medio Oriente e Nord Africa, e così via. Dopo decenni durante i quali l’asse della politica europea si era spostato nell’Europa centro-orientale (con il “grande allargamento” dell’Unione Europea negli anni 2000), l’Unione Europea si è trovata impreparata ad affrontare i cambiamenti strutturali avviatisi sulla sponda sud del Mediterraneo.
Finiti i rivolgimenti e le crisi in corso, con ogni probabilità il Mediterraneo è destinato a ritornare al centro della politica mondiale, speriamo con nuove classi dirigenti democratiche e responsabili. Questo Mediterraneo “rinato” troverà un’Europa pronta, finalmente, a diventare un vero interlocutore politico, economico, istituzionale, un partner adulto, o avrà di fronte un muro di sospetti, cinismo, indifferenza, paura? Dalla risposta dipende forse il futuro del Mediterraneo; certamente quello dell’Europa.
Finiti i rivolgimenti e le crisi in corso, con ogni probabilità il Mediterraneo è destinato a ritornare al centro della politica mondiale, speriamo con nuove classi dirigenti democratiche e responsabili. Questo Mediterraneo “rinato” troverà un’Europa pronta, finalmente, a diventare un vero interlocutore politico, economico, istituzionale, un partner adulto, o avrà di fronte un muro di sospetti, cinismo, indifferenza, paura? Dalla risposta dipende forse il futuro del Mediterraneo; certamente quello dell’Europa.
L'Europa, il Nordafrica e il linguaggio della paura
I fatti libici rappresentano il risvolto drammatico, tragico del risveglio politico dell’Africa del nord e del mondo arabo. E hanno dato la sveglia anche alla comunità internazionale, con il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che ha finalmente preso una posizione netta e ferma: sanzioni e soprattutto Corte Penale Internazionale per Gheddafi.
Certamente in Libia ancor meno che in altri paesi si può semplicisticamente parlare di ”rivolta del pane”, soprattutto perché in Libia, a motivo della politica paternalistica e clientelare di Gheddafi, la popolazione, grazie alla ricchezza proveniente dai proventi di gas e petrolio, ha goduto mediamente di condizioni economiche migliori rispetto ad altri Paesi dell’area. Hanno pesato altri fattori. Il primo è che il Paese non si è mai definitivamente amalgamato nelle sue componenti regionali, tribali ed etniche. Rilevante è che la regione della Cirenaica, con il capoluogo Bengasi (dove ora è stato formato l’embrione di governo libico alternativo), è stata il punto di riferimento di questa sollevazione, animata dalla confraternita musulmana autonomista dei Senussiti.
Il secondo fattore è l’aspirazione ad aperture democratiche dopo oltre 40 anni di dittatura.
Da questo punto di vista, Bush aveva ragione, quando sottolineava la necessità della diffusione della democrazia anche nel mondo arabo, ma ha avuto torto sulle modalità, perché la democrazia non si impone e non si esporta, ma è legata a fattori endogeni. Questo significa che ha i suoi tempi, i suoi cicli, le sue motivazioni, legate alla maturazione della cultura politica di un paese.
Si parla a sproposito del rischio del “fondamentalismo islamico” al potere. A parte il peso relativo di tali forze, i movimenti d’ispirazione islamica non vanno confusi con l’islamismo violento. La grande scommessa è che essi siano incanalati dentro processi democratici. Non dobbiamo dimenticare che anche in Italia e in Germania, ad esempio, abbiamo avuto i cristiano-democratici, cioè forze politiche di ispirazione religiosa che sono state i pilastri della rinascita dei nostri Paesi dalle rovine della seconda guerra mondiale. Per quale ragione non si può pensare a una “democrazia islamica” (non “islamista”), ma senza fondamentalismi di sorta? Un esperimento in tal senso nella regione rimane la Turchia, con l’AKP di Erdoğan. Manteniamo dunque aperta la prospettiva europea della Turchia: “normalizzando” il rapporto tra democrazia e Islam all’interno dei parametri dell’Unione Europea si può generare un positivo “effetto domino” in tutto il mondo islamico. Nel suo discorso tenuto al Cairo, Obama disse che l’Islam è sempre stato parte della storia americana. Ancor più di quella europea, ma nessun leader europeo ha mai fatto un discorso saggio, coraggioso e onesto come quello di Obama al Cairo. L’Europa (e l’Italia in particolare) parla solo il linguaggio della paura: ondate di immigrazione, terrorismo di matrice islamica. La democrazia, a casa e fuori, non si costruisce se manca una seria e realistica visione politica del futuro. Non facciamo di una rivoluzione un’altra occasione persa.
Certamente in Libia ancor meno che in altri paesi si può semplicisticamente parlare di ”rivolta del pane”, soprattutto perché in Libia, a motivo della politica paternalistica e clientelare di Gheddafi, la popolazione, grazie alla ricchezza proveniente dai proventi di gas e petrolio, ha goduto mediamente di condizioni economiche migliori rispetto ad altri Paesi dell’area. Hanno pesato altri fattori. Il primo è che il Paese non si è mai definitivamente amalgamato nelle sue componenti regionali, tribali ed etniche. Rilevante è che la regione della Cirenaica, con il capoluogo Bengasi (dove ora è stato formato l’embrione di governo libico alternativo), è stata il punto di riferimento di questa sollevazione, animata dalla confraternita musulmana autonomista dei Senussiti.
Il secondo fattore è l’aspirazione ad aperture democratiche dopo oltre 40 anni di dittatura.
Da questo punto di vista, Bush aveva ragione, quando sottolineava la necessità della diffusione della democrazia anche nel mondo arabo, ma ha avuto torto sulle modalità, perché la democrazia non si impone e non si esporta, ma è legata a fattori endogeni. Questo significa che ha i suoi tempi, i suoi cicli, le sue motivazioni, legate alla maturazione della cultura politica di un paese.
Si parla a sproposito del rischio del “fondamentalismo islamico” al potere. A parte il peso relativo di tali forze, i movimenti d’ispirazione islamica non vanno confusi con l’islamismo violento. La grande scommessa è che essi siano incanalati dentro processi democratici. Non dobbiamo dimenticare che anche in Italia e in Germania, ad esempio, abbiamo avuto i cristiano-democratici, cioè forze politiche di ispirazione religiosa che sono state i pilastri della rinascita dei nostri Paesi dalle rovine della seconda guerra mondiale. Per quale ragione non si può pensare a una “democrazia islamica” (non “islamista”), ma senza fondamentalismi di sorta? Un esperimento in tal senso nella regione rimane la Turchia, con l’AKP di Erdoğan. Manteniamo dunque aperta la prospettiva europea della Turchia: “normalizzando” il rapporto tra democrazia e Islam all’interno dei parametri dell’Unione Europea si può generare un positivo “effetto domino” in tutto il mondo islamico. Nel suo discorso tenuto al Cairo, Obama disse che l’Islam è sempre stato parte della storia americana. Ancor più di quella europea, ma nessun leader europeo ha mai fatto un discorso saggio, coraggioso e onesto come quello di Obama al Cairo. L’Europa (e l’Italia in particolare) parla solo il linguaggio della paura: ondate di immigrazione, terrorismo di matrice islamica. La democrazia, a casa e fuori, non si costruisce se manca una seria e realistica visione politica del futuro. Non facciamo di una rivoluzione un’altra occasione persa.
Nord Africa: ascoltare i popoli
Questa volta la metafora della polveriera non è eccessiva. Con l’abbandono (forzato) del potere da parte del Presidente tunisino Ben Ali (in carica ininterrottamente dal 1987) si aprono scenari inquietanti per tutto il Nord Africa. Gli analisti politici, negli anni ’80, avevano coniato un neologismo, e cioè “democradura” (una crasi tra democrazia e dittatura) per riferirisi alle democrazie più formali che sostanziali in molti Paesi latino-americani. C’è da chiedersi se questa definizione non riguardi, oggi, molti Paesi, e non solo nordafricani. Come che sia, il sostegno a questi governi “forti”) (per usare un eufemismo”) da parte del mondo euro-atlantico si era fondato sul convincimento che essi costituissero un baluardo contro l’islamismo violento. Come troppo spesso avvenuto dopo l’11 settembre 2001, la giustificazione risiedeva nella vaga e abusata retorica della “lotta al terrorismo globale”. Certamente vi sono forze che hanno tutto l’interesse a strumentalizzare la voglia di cambiamento ed il fortissimo disagio sociale in un’area dove la percentuale media della popolazione al di sotto dei 15 anni sfiora il 30%. Ed è altrettanto illusorio il programma di “esportazione della democrazia”, proprio perché molti profittatori politici ammantati di una patina pseudo-religiosa sono già pronti a sfruttare l’occasione. Ma pensare di “congelare” interi sistemi politici in una situazione di turbolenza sociale è semplicemente illusorio. E’ mancato un progetto di cooperazione autentica tra Europa e Nord Africa. Gli interessi legati alle furniture di energia (gas, petrolio) da una parte e le paure indotte da certa classe politica nei confronti della presunta “invasione” di immigrati non hanno fatto che alimentare il senso di sfruttamento e di esclusione in tutta la sponda sud del mediterraneo. E’ mancato un vero dialogo tra le società civili, che sono rimaste ostaggio di logiche governative e di interessi costituiti. Al di là di inefficaci progetti di Unioni e partenariati del Mediterraneo, bisognerebbe ascoltare di più i popoli mediterranei.
Una sola famiglia umana
Messaggio di Benedetto XVI per la Giornata del migrante 2011:
La Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato offre l'opportunità, per tutta la Chiesa, di riflettere su un tema legato al crescente fenomeno della migrazione, di pregare affinché i cuori si aprano all'accoglienza cristiana e di operare perché crescano nel mondo la giustizia e la carità, colonne per la costruzione di una pace autentica e duratura. "Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri" (Gv 13,34) è l'invito che il Signore ci rivolge con forza e ci rinnova costantemente: se il Padre ci chiama ad essere figli amati nel suo Figlio prediletto, ci chiama anche a riconoscerci tutti come fratelli in Cristo.(Da Castel Gandolfo, 27 settembre 2010)
Da questo legame profondo tra tutti gli esseri umani nasce il tema che ho scelto quest'anno per la nostra riflessione: "Una sola famiglia umana", una sola famiglia di fratelli e sorelle in società che si fanno sempre più multietniche e interculturali, dove anche le persone di varie religioni sono spinte al dialogo, perché si possa trovare una serena e fruttuosa convivenza nel rispetto delle legittime differenze. Il Concilio Vaticano II afferma che "tutti i popoli costituiscono una sola comunità. Essi hanno una sola origine poiché Dio ha fatto abitare l'intero genere umano su tutta la faccia della terra (cfr At 17,26); essi hanno anche un solo fine ultimo, Dio, del quale la provvidenza, la testimonianza di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti" (Dich. Nostra aetate, 1). Così, noi "non viviamo gli uni accanto agli altri per caso; stiamo tutti percorrendo uno stesso cammino come uomini e quindi come fratelli e sorelle" (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2008, 6).
La strada è la stessa, quella della vita, ma le situazioni che attraversiamo in questo percorso sono diverse: molti devono affrontare la difficile esperienza della migrazione, nelle sue diverse espressioni: interne o internazionali, permanenti o stagionali, economiche o politiche, volontarie o forzate. In vari casi la partenza dal proprio Paese è spinta da diverse forme di persecuzione, così che la fuga diventa necessaria. Il fenomeno stesso della globalizzazione, poi, caratteristico della nostra epoca, non è solo un processo socio-economico, ma comporta anche "un'umanità che diviene sempre più interconnessa", superando confini geografici e culturali. A questo proposito, la Chiesa non cessa di ricordare che il senso profondo di questo processo epocale e il suo criterio etico fondamentale sono dati proprio dall'unità della famiglia umana e dal suo sviluppo nel bene (cfr Benedetto XVI, Enc. Caritas in veritate, 42). Tutti, dunque, fanno parte di una sola famiglia, migranti e popolazioni locali che li accolgono, e tutti hanno lo stesso diritto ad usufruire dei beni della terra, la cui destinazione è universale, come insegna la dottrina sociale della Chiesa. Qui trovano fondamento la solidarietà e la condivisione.
"In una società in via di globalizzazione, il bene comune e l'impegno per esso non possono non assumere le dimensioni dell'intera famiglia umana, vale a dire della comunità dei popoli e delle Nazioni, così da dare forma di unità e di pace alla città dell'uomo, e renderla in qualche misura anticipazione prefiguratrice della città senza barriere di Dio" (Benedetto XVI, Enc. Caritas in veritate, 7). È questa la prospettiva con cui guardare anche la realtà delle migrazioni. Infatti, come già osservava il Servo di Dio Paolo VI, "la mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli" è causa profonda del sottosviluppo (Enc. Populorum progressio, 66) e - possiamo aggiungere - incide fortemente sul fenomeno migratorio. La fraternità umana è l'esperienza, a volte sorprendente, di una relazione che accomuna, di un legame profondo con l'altro, differente da me, basato sul semplice fatto di essere uomini. Assunta e vissuta responsabilmente, essa alimenta una vita di comunione e condivisione con tutti, in particolare con i migranti; sostiene la donazione di sé agli altri, al loro bene, al bene di tutti, nella comunità politica locale, nazionale e mondiale.
Il Venerabile Giovanni Paolo II, in occasione di questa stessa Giornata celebrata nel 2001, sottolineò che "[il bene comune universale] abbraccia l'intera famiglia dei popoli, al di sopra di ogni egoismo nazionalista. È in questo contesto che va considerato il diritto ad emigrare. La Chiesa lo riconosce ad ogni uomo, nel duplice aspetto di possibilità di uscire dal proprio Paese e possibilità di entrare in un altro alla ricerca di migliori condizioni di vita" (Messaggio per la Giornata Mondiale delle Migrazioni 2001, 3; cfr Giovanni XXIII, Enc. Mater et Magistra, 30; Paolo VI, Enc. Octogesima adveniens, 17). Al tempo stesso, gli Stati hanno il diritto di regolare i flussi migratori e di difendere le proprie frontiere, sempre assicurando il rispetto dovuto alla dignità di ciascuna persona umana. Gli immigrati, inoltre, hanno il dovere di integrarsi nel Paese di accoglienza, rispettandone le leggi e l'identità nazionale. "Si tratterà allora di coniugare l'accoglienza che si deve a tutti gli esseri umani, specie se indigenti, con la valutazione delle condizioni indispensabili per una vita dignitosa e pacifica per gli abitanti originari e per quelli sopraggiunti" (Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2001, 13).
In questo contesto, la presenza della Chiesa, quale popolo di Dio in cammino nella storia in mezzo a tutti gli altri popoli, è fonte di fiducia e di speranza. La Chiesa, infatti, è "in Cristo sacramento, ossia segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano" (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 1); e, grazie all'azione in essa dello Spirito Santo, "gli sforzi intesi a realizzare la fraternità universale non sono vani" (Idem, Cost. past. Gaudium et spes, 38). È in modo particolare la santa Eucaristia a costituire, nel cuore della Chiesa, una sorgente inesauribile di comunione per l'intera umanità. Grazie ad essa, il Popolo di Dio abbraccia "ogni nazione, tribù, popolo e lingua" (Ap 7,9) non con una sorta di potere sacro, ma con il superiore servizio della carità. In effetti, l'esercizio della carità, specialmente verso i più poveri e deboli, è criterio che prova l'autenticità delle celebrazioni eucaristiche (cfr Giovanni Paolo II, Lett. ap. Mane nobiscum Domine, 28).
Alla luce del tema "Una sola famiglia umana", va considerata specificamente la situazione dei rifugiati e degli altri migranti forzati, che sono una parte rilevante del fenomeno migratorio. Nei confronti di queste persone, che fuggono da violenze e persecuzioni, la Comunità internazionale ha assunto impegni precisi. Il rispetto dei loro diritti, come pure delle giuste preoccupazioni per la sicurezza e la coesione sociale, favoriscono una convivenza stabile ed armoniosa.
Anche nel caso dei migranti forzati la solidarietà si alimenta alla "riserva" di amore che nasce dal considerarci una sola famiglia umana e, per i fedeli cattolici, membri del Corpo Mistico di Cristo: ci troviamo infatti a dipendere gli uni dagli altri, tutti responsabili dei fratelli e delle sorelle in umanità e, per chi crede, nella fede. Come già ebbi occasione di dire, "accogliere i rifugiati e dare loro ospitalità è per tutti un doveroso gesto di umana solidarietà, affinché essi non si sentano isolati a causa dell’intolleranza e del disinteresse" (Udienza Generale del 20 giugno 2007: Insegnamenti II, 1 (2007), 1158). Ciò significa che quanti sono forzati a lasciare le loro case o la loro terra saranno aiutati a trovare un luogo dove vivere in pace e sicurezza, dove lavorare e assumere i diritti e doveri esistenti nel Paese che li accoglie, contribuendo al bene comune, senza dimenticare la dimensione religiosa della vita.
Un particolare pensiero, sempre accompagnato dalla preghiera, vorrei rivolgere infine agli studenti esteri e internazionali, che pure sono una realtà in crescita all’interno del grande fenomeno migratorio. Si tratta di una categoria anche socialmente rilevante in prospettiva del loro rientro, come futuri dirigenti, nei Paesi di origine. Essi costituiscono dei "ponti" culturali ed economici tra questi Paesi e quelli di accoglienza, e tutto ciò va proprio nella direzione di formare "una sola famiglia umana". È questa convinzione che deve sostenere l'impegno a favore degli studenti esteri e accompagnare l'attenzione per i loro problemi concreti, quali le ristrettezze economiche o il disagio di sentirsi soli nell'affrontare un ambiente sociale e universitario molto diverso, come pure le difficoltà di inserimento. A questo proposito, mi piace ricordare che "appartenere ad una comunità universitaria significa stare nel crocevia delle culture che hanno plasmato il mondo moderno" (Giovanni Paolo II, Ai Vescovi Statunitensi delle Provincie ecclesiastiche di Chicago, Indianapolis e Milwaukee in visita "ad limina", 30 maggio 1998, 6: Insegnamenti XXI,1 [1998], 1116). Nella scuola e nell'università si forma la cultura delle nuove generazioni: da queste istituzioni dipende in larga misura la loro capacità di guardare all'umanità come ad una famiglia chiamata ad essere unita nella diversità.
Cari fratelli e sorelle, il mondo dei migranti è vasto e diversificato. Conosce esperienze meravigliose e promettenti, come pure, purtroppo, tante altre drammatiche e indegne dell'uomo e di società che si dicono civili. Per la Chiesa, questa realtà costituisce un segno eloquente dei nostri tempi, che porta in maggiore evidenza la vocazione dell'umanità a formare una sola famiglia, e, al tempo stesso, le difficoltà che, invece di unirla, la dividono e la lacerano. Non perdiamo la speranza, e preghiamo insieme Dio, Padre di tutti, perché ci aiuti ad essere, ciascuno in prima persona, uomini e donne capaci di relazioni fraterne; e, sul piano sociale, politico ed istituzionale, si accrescano la comprensione e la stima reciproca tra i popoli e le culture. Con questi auspici, invocando l'intercessione di Maria Santissima Stella maris, invio di cuore a tutti la Benedizione Apostolica, in modo speciale ai migranti ed ai rifugiati e a quanti operano in questo importante ambito.
Cosa succede agli Europei?
Cosa succede agli Europei? E’ questa la domanda che al di fuori del continente europeo si sente con maggior frequenza. Desta sorpresa, infatti, che l ‘Europa, che per decenni si è proposta al mondo come la terra della tolleranza, dell’inclusione, dello stato sociale, mostri oggi quasi di non credere più ai propri ideali fondativi. Naturalmente è questa una versione semplificata e forse caricaturale di ciò che accade ai sistemi politici e sociali del vecchio continente, ma ciò non toglie che vi sia un fondo di verità. Se la Francia, considerata, dalla Rivoluzione francese in poi, come “terra d’asilo” per i perseguitati e i rifugiati, tratta con durezza i Rom, tanto da provocare una procedura d’infrazione dell’Unione Europea; se l’Olanda ridiscute i termini dell’immigrazione e della società multi-culturale; se in Svezia, patria di un modello social-democratico di successo, cominciano a manifestarsi tentazioni di chiusura nel benessere “nazionale”; se in Germania cresce il dibattito sull’integrazione dei Turchi; se in Italia l’immigrazione viene troppo spesso trattata solo come un problema di sicurezza e vengono compiuti respingimenti verso Paesi non firmatari delle convenzioni internazionali sulla protezione dei rifugiati; allora è innegabile che un problema esiste e riguarda, in varia misura, tutte le società europee.
Occorre però sgombrare il campo da alcuni facili luoghi comuni. E’ un errore classificare la grande varietà di queste reazioni che potremmo definire “identitarie” in termini di avanzata delle “destre xenofobe”. Nella condizione attuale dell’Europa, queste etichette sbrigative hanno poco senso. Quello che è vero è che un po’ ovunque si diffonde un senso di incertezza per il futuro (e persino per il presente) e prende corpo la percezione di una “minaccia” indistinta al nostro modo di vivere. Questo fenomeno va al di là degli steccati classici della politica e delle affiliazioni partitiche. Per dirla con il sociologo Bauman, è la “paura liquida” che pervade le nostre società e progressivamente “riempie” l’agenda politica degli Europei.
Se questa è la situazione, le reazioni in senso lato “xenofobe” sono il sintomo, non la malattia. Un sintomo grave e talvolta odioso, che però richiede si indagare sulle cause profonde di queste reazioni e di questo malessere. La ragione vera dell’insicurezza generalizzata risiede, come spesso si dice, nella “globalizzazione”. Ma perché questo non diventi un alibi o un luogo comune, è necessario qualificare questa affermazione con qualcosa di più preciso. A ben guardare, le nostre paure crescono in modo proporzionale man mano che ci rendiamo conto che i nostri riferimenti comunitari, quella “rete di sicurezza” fatta di legami, rapporti, relazioni informali, progressivamente si sgretola nelle maglie di un individualismo e di un isolamento crescente delle persone. Abbiamo più paura perché ci sentiamo più soli. Non è una conclusione banale: la trasformazione aggredisce, infatti, la struttura portante delle società. In questi processi di cambiamento la politica rischia di essere latitante o semplicemente di inseguire le stesse paure che si dovrebbero, invece, comprendere e “governare” con intelligenza e lungimiranza. Perché è evidente che una società impaurita è anche una società bloccata, ferma, sulla difensiva. E’ proprio nei momenti più difficili della società che la politica dovrebbe, al contrario, svolgere un ruolo non tanto di rassicurazione, quanto di valorizzazione di ciò che unisce, di ciò che fa della società dispersa e frammentata una comunità al tempo stesso salda ed aperta. Siamo dinanzi ad un paradosso: più la politica si limita a riflettere le ansie e le paure, più queste ultime, invece di scomparire, aumentano a dismisura. In questo modo la politica diventa un moltiplicatore dell’insicurezza, proprio il contrario di quanto proclama. E’ come nelle nostre città: la sicurezza migliora certamente migliorando l’ordine pubblico (più polizia, più controlli), ma migliora in modo assai più sostanziale illuminando le strade, promuovendo attività e partecipazione proprio nei quartieri più degradati. La sicurezza non scende dall’alto, si costruisce dal basso; non scaturisce da una muscolare dimostrazione di forza, ma dalla consapevole e serena condivisione delle nostre debolezze.
Occorre però sgombrare il campo da alcuni facili luoghi comuni. E’ un errore classificare la grande varietà di queste reazioni che potremmo definire “identitarie” in termini di avanzata delle “destre xenofobe”. Nella condizione attuale dell’Europa, queste etichette sbrigative hanno poco senso. Quello che è vero è che un po’ ovunque si diffonde un senso di incertezza per il futuro (e persino per il presente) e prende corpo la percezione di una “minaccia” indistinta al nostro modo di vivere. Questo fenomeno va al di là degli steccati classici della politica e delle affiliazioni partitiche. Per dirla con il sociologo Bauman, è la “paura liquida” che pervade le nostre società e progressivamente “riempie” l’agenda politica degli Europei.
Se questa è la situazione, le reazioni in senso lato “xenofobe” sono il sintomo, non la malattia. Un sintomo grave e talvolta odioso, che però richiede si indagare sulle cause profonde di queste reazioni e di questo malessere. La ragione vera dell’insicurezza generalizzata risiede, come spesso si dice, nella “globalizzazione”. Ma perché questo non diventi un alibi o un luogo comune, è necessario qualificare questa affermazione con qualcosa di più preciso. A ben guardare, le nostre paure crescono in modo proporzionale man mano che ci rendiamo conto che i nostri riferimenti comunitari, quella “rete di sicurezza” fatta di legami, rapporti, relazioni informali, progressivamente si sgretola nelle maglie di un individualismo e di un isolamento crescente delle persone. Abbiamo più paura perché ci sentiamo più soli. Non è una conclusione banale: la trasformazione aggredisce, infatti, la struttura portante delle società. In questi processi di cambiamento la politica rischia di essere latitante o semplicemente di inseguire le stesse paure che si dovrebbero, invece, comprendere e “governare” con intelligenza e lungimiranza. Perché è evidente che una società impaurita è anche una società bloccata, ferma, sulla difensiva. E’ proprio nei momenti più difficili della società che la politica dovrebbe, al contrario, svolgere un ruolo non tanto di rassicurazione, quanto di valorizzazione di ciò che unisce, di ciò che fa della società dispersa e frammentata una comunità al tempo stesso salda ed aperta. Siamo dinanzi ad un paradosso: più la politica si limita a riflettere le ansie e le paure, più queste ultime, invece di scomparire, aumentano a dismisura. In questo modo la politica diventa un moltiplicatore dell’insicurezza, proprio il contrario di quanto proclama. E’ come nelle nostre città: la sicurezza migliora certamente migliorando l’ordine pubblico (più polizia, più controlli), ma migliora in modo assai più sostanziale illuminando le strade, promuovendo attività e partecipazione proprio nei quartieri più degradati. La sicurezza non scende dall’alto, si costruisce dal basso; non scaturisce da una muscolare dimostrazione di forza, ma dalla consapevole e serena condivisione delle nostre debolezze.
L'Europa e la paura
Cosa succede agli Europei? E’ questa la domanda che al di fuori del continente europeo si sente con maggior frequenza. Desta sorpresa, infatti, che l ‘Europa, che per decenni si è proposta al mondo come la terra della tolleranza, dell’inclusione, dello stato sociale, mostri oggi quasi di non credere più ai propri ideali fondativi. Naturalmente è questa una versione semplificata e forse caricaturale di ciò che accade ai sistemi politici e sociali del vecchio continente, ma ciò non toglie che vi sia un fondo di verità. Se la Francia, considerata, dalla Rivoluzione francese in poi, come “terra d’asilo” per i perseguitati e i rifugiati, tratta con durezza i Rom, tanto da provocare una procedura d’infrazione dell’Unione Europea; se l’Olanda ridiscute i termini dell’immigrazione e della società multi-culturale; se in Svezia, patria di un modello social-democratico di successo, cominciano a manifestarsi tentazioni di chiusura nel benessere “nazionale”; se in Germania cresce il dibattito sull’integrazione dei Turchi; se in Italia l’immigrazione viene troppo spesso trattata solo come un problema di sicurezza e vengono compiuti respingimenti verso Paesi non firmatari delle convenzioni internazionali sulla protezione dei rifugiati; allora è innegabile che il problema esiste e riguarda, in varia misura, tutte le società europee.
Occorre però sgombrare il campo da alcuni facili luoghi comuni. E’ un errore classificare la grande varietà di queste reazioni che potremmo definire “identitarie” in termini di avanzata delle “destre xenofobe”. Nella condizione attuale dell’Europa, queste etichette sbrigative hanno poco senso. Quello che è vero è che un po’ ovunque si diffonde un senso di incertezza per il futuro (e persino per il presente) e prende corpo la percezione di una “minaccia” indistinta al nostro modo di vivere. Questo fenomeno va al di là degli steccati classici della politica e delle affiliazioni partitiche. Per dirla con il sociologo Bauman, è la “paura liquida” che pervade le nostre società e progressivamente “riempie” l’agenda politica degli Europei.
Se questa è la situazione, le reazioni in senso lato “xenofobe” sono il sintomo, non la malattia. Un sintomo grave e talvolta odioso, che però richiede si indagare sulle cause profonde di queste reazioni e di questo malessere. La ragione vera dell’insicurezza generalizzata risiede, come spesso si dice, nella “globalizzazione”. Ma perché questo non diventi un alibi o un luogo comune, è necessario qualificare questa affermazione con qualcosa di più preciso. A ben guardare, le nostre paure crescono in modo proporzionale man mano che ci rendiamo conto che i nostri riferimenti comunitari, quella “rete di sicurezza” fatta di legami, rapporti, relazioni informali, progressivamente si sgretola nelle maglie di un individualismo e di un isolamento crescente delle persone. Abbiamo più paura perché ci sentiamo più soli. Non è una conclusione banale: la trasformazione aggredisce, infatti, la struttura portante delle società. In questi processi di cambiamento la politica rischia di essere latitante o semplicemente di inseguire le stesse paure che si dovrebbero, invece, comprendere e “governare” con intelligenza e lungimiranza. Perché è evidente che una società impaurita è anche una società bloccata, ferma, sulla difensiva. E’ proprio nei momenti più difficili che la politica dovrebbe, al contrario, svolgere un ruolo non tanto di rassicurazione, quanto di valorizzazione di ciò che unisce, di ciò che fa della società dispersa e frammentata una comunità al tempo stesso salda ed aperta. Siamo dinanzi ad un paradosso: più la politica si limita a riflettere le ansie e le paure, più queste ultime, invece di scomparire, aumentano a dismisura. In questo modo la politica diventa un moltiplicatore dell’insicurezza, proprio il contrario di quanto proclama. E’ come nelle nostre città: la sicurezza migliora certamente migliorando l’ordine pubblico (più polizia, più controlli), ma migliora in modo assai più sostanziale illuminando le strade, promuovendo attività e partecipazione proprio nei quartieri più degradati. La sicurezza non scende dall’alto, si costruisce dal basso; non scaturisce da una muscolare dimostrazione di forza, ma dalla consapevole e serena condivisione delle nostre debolezze.
Occorre però sgombrare il campo da alcuni facili luoghi comuni. E’ un errore classificare la grande varietà di queste reazioni che potremmo definire “identitarie” in termini di avanzata delle “destre xenofobe”. Nella condizione attuale dell’Europa, queste etichette sbrigative hanno poco senso. Quello che è vero è che un po’ ovunque si diffonde un senso di incertezza per il futuro (e persino per il presente) e prende corpo la percezione di una “minaccia” indistinta al nostro modo di vivere. Questo fenomeno va al di là degli steccati classici della politica e delle affiliazioni partitiche. Per dirla con il sociologo Bauman, è la “paura liquida” che pervade le nostre società e progressivamente “riempie” l’agenda politica degli Europei.
Se questa è la situazione, le reazioni in senso lato “xenofobe” sono il sintomo, non la malattia. Un sintomo grave e talvolta odioso, che però richiede si indagare sulle cause profonde di queste reazioni e di questo malessere. La ragione vera dell’insicurezza generalizzata risiede, come spesso si dice, nella “globalizzazione”. Ma perché questo non diventi un alibi o un luogo comune, è necessario qualificare questa affermazione con qualcosa di più preciso. A ben guardare, le nostre paure crescono in modo proporzionale man mano che ci rendiamo conto che i nostri riferimenti comunitari, quella “rete di sicurezza” fatta di legami, rapporti, relazioni informali, progressivamente si sgretola nelle maglie di un individualismo e di un isolamento crescente delle persone. Abbiamo più paura perché ci sentiamo più soli. Non è una conclusione banale: la trasformazione aggredisce, infatti, la struttura portante delle società. In questi processi di cambiamento la politica rischia di essere latitante o semplicemente di inseguire le stesse paure che si dovrebbero, invece, comprendere e “governare” con intelligenza e lungimiranza. Perché è evidente che una società impaurita è anche una società bloccata, ferma, sulla difensiva. E’ proprio nei momenti più difficili che la politica dovrebbe, al contrario, svolgere un ruolo non tanto di rassicurazione, quanto di valorizzazione di ciò che unisce, di ciò che fa della società dispersa e frammentata una comunità al tempo stesso salda ed aperta. Siamo dinanzi ad un paradosso: più la politica si limita a riflettere le ansie e le paure, più queste ultime, invece di scomparire, aumentano a dismisura. In questo modo la politica diventa un moltiplicatore dell’insicurezza, proprio il contrario di quanto proclama. E’ come nelle nostre città: la sicurezza migliora certamente migliorando l’ordine pubblico (più polizia, più controlli), ma migliora in modo assai più sostanziale illuminando le strade, promuovendo attività e partecipazione proprio nei quartieri più degradati. La sicurezza non scende dall’alto, si costruisce dal basso; non scaturisce da una muscolare dimostrazione di forza, ma dalla consapevole e serena condivisione delle nostre debolezze.
Mediterraneo: vedi alla voce futuro
Il Mediterraneo, inteso come unità di analisi, necessita di una visione maggiormente “prospettica” e multidisciplinare rispetto a quella finora adottata. Una visione capace d’integrare le variabili politico-diplomatiche con quelle economiche e geo-economiche. E’ importante riuscire ad andare oltre la prospettiva “sinfonica”, sicuramente affascinante sotto molti aspetti, offertaci da modelli di analisi storiografica come la “Scuola delle Annales”, o come i grandi affreschi di un Fernand Braudel o di un Henri Pirenne. Ed è altrettanto utile riconsiderare anche i nuovi approcci, pur riconoscendone gli indubbi meriti, basati sull’idea del «pensiero meridiano», di cui scrive Franco Cassano. La vicenda del Mediterraneo ha bisogno di passare da una dimensione storico-rievocativa o culturale e letteraria ad una «coniugazione al futuro» e ad una ristrutturazione progettuale. Inoltre, essa deve superare i confinamenti regionalistici ed inserirsi strutturalmente in un quadro geopolitico globale che includa l’Europa, l’Africa e l’Asia. Il Mediterraneo di oggi, infatti, non è da identificarsi con il Mediterraneo geografico, bensì con il Mediterraneo «ampliato», che comprende almeno una «terza sponda»: quella del Golfo Persico. Il grande merito dell’iniziativa di Sarkozy (così come re-interpretata e ri-focalizzata dall’Europa) è di aver riproposto il Mediterraneo in termini di progetto politico. Non vi era infatti alcuna necessità di dotarsi di un ulteriore impianto istituzionale, considerato il numero, già sovrabbondante quanto scarsamente produttivo, di organizzazioni internazionali e consessi regionali o specializzati che operano nel Mediterraneo. A questo proposito, vorrei ricordare che il processo di Barcellona, nonostante i suoi limiti, ha avuto il merito di far sedere allo stesso tavolo Israeliani e Palestinesi. Ma, al di là di questo pur rilevante elemento politico, non è certo un caso che si sia avvertito il bisogno di un nuovo slancio al tentativo di avvicinare le sponde euro-mediterranee. Un bilancio di questo nuovo impegno è prematuro; il “blocco politico” dovuto allo stallo dei negoziati israelo-palestinesi ha infatti enormemente condizionato e oggettivamente frenato l’iniziativa. Se, come menzionato poc’anzi, non si avverte il bisogno di ulteriori istituzioni, sicuramente la creazione di due “cornici politiche” potrebbe rivelarsi utile ai fini del processo. Tali cornici dovrebbero riguardare nello specifico: a) una banca euro-mediterranea, che si proponga come strumento finanziario capace di fare da volano ad investimenti nelle energie alternative, in progetti ambientali ed in iniziative di stampo economico, tecnologico, culturale, artistico, che si ispirino alla «Alleanza delle Civiltà» (anche se alcuni autorevoli commentatori hanno giustamente osservato che basterebbe anche solo una sana «Alleanza della civiltà», intesa come modalità di relazione civile e costruttiva tra le diversità; b) un’iniziativa nell’ambito della sicurezza che si sviluppi secondo il modello adottato dalla conferenza «Wehrkunde» di Monaco, ma basata sul concetto di soft security, prestando particolare attenzione a nuove sfide quali la criminalità transnazionale, lo sfruttamento dell’immigrazione illegale, il traffico di stupefacenti, il traffico di esseri umani, la prevenzione delle catastrofi, ecc. Un approccio olistico ed «orizzontale» al tema della sicurezza, dunque; sempre più necessario ed urgente anche alla luce dei cambiamenti climatici, che nel Mediterraneo rischiano di assumere, tra le altre conseguenze, le caratteristiche di nuove minacce alla sicurezza regionale (e globale) in senso lato e non tanto e non solo militare, ad esempio a causa dei processi di desertificazione, dei movimenti massicci di popolazione e conseguenti pressioni sulle frontiere, delle contese per l’utilizzo delle risorse idriche. In una parola, occorre riannodare secondo nuovi raccordi quelle «funi sommerse» di cui ci parla Predrag Matvejevic.
Paura dell'Islam?

Lo spirito che anima questo libro dei coniugi Zahoor Ahmad Zargar e Renata Rusca Zargar ("Paura dell'Islam", edizioni Caravaggio) e' bene espresso dalla citazione di Gandhi in apertura e dalla novella “Melchisedech e il Saladino” riportata in chiusura nella postfazione. La citazione del Mahatma merita di essere riportata: “Io credo alle verità di tutte le grandi religioni del mondo. Non ci sarà pace durevole sulla terra fino a quando non impareremo non solo a tollerare, ma anche ad avere riguardo per le fedi diverse dalla nostra. Uno studio rispettoso dei detti dei vari maestri dell’umanità è un passo in direzione di questa stima reciproca”. La novella conclusiva, invece, fa parte del Decameron di Boccaccio, ma era già presente in una raccolta precedente di autore sconosciuto ed era probabilmente derivata da un testo arabo del XII secolo: racconta di un interrogativo molto imbarazzante posto dal Saladino ad un saggio ebreo, Melchisedech, su quale delle tre religioni, giudaica, cristiana od islamica, fosse la migliore. Il saggio si trasse fuori dall’insidiosa domanda ricorrendo con intelligenza ad una parabola ed arrivò alla conclusione che ognuna crede di essere prediletta da Dio, ma quale sia veramente la migliore lo sa solo il “Padre”. Saladino non ebbe nulla da obiettare. Gli autori sottolineano che anche oggi quello che conta è la fedeltà al proprio messaggio spirituale e non il senso di superiorità che rappresenterebbe un’implicita denigrazione dell’altro. Un obiettivo di questa pubblicazione è fornire elementi di conoscenza per comprendere ragioni antiche e recenti di una conflittualità che viene spesso esasperata da deformazioni dovute ad una storiografia, che, in entrambi i versanti, ha difficoltà ad osservare ed analizzare gli eventi in modo spassionato. Un altro obiettivo, forse ancora più importante, è l’informazione “di prima mano” sui cinque pilastri dell’Islam e sul loro significato, nonché sulla figura e sulle opere di Mohammed; sappiamo bene quanta superficialità e banalizzazione ostacoli una conoscenza effettiva ed alimenti sottovalutazioni e pregiudizi. In particolare, ad esempio, in riferimento al Paradiso si rimarca la necessità di non fossilizzarsi in una interpretazione letterale della descrizione coranica, che ha dato luogo a tanti “invidiosi” sarcasmi, dimenticando od ignorando, aggiungerei, che già nelle scritture ebraiche e cristiane l’analogia con le nozze viene spesso utilizzata per dare un’idea della felicità e della leggerezza che si verifica nell’unità con l’Eterno. Viene anche ricordato il grande apporto della cultura fiorita nel mondo islamico in campo filosofico, artistico, letterario e scientifico alla civiltà mediterranea, che ci riguarda da vicino, ma anche ad altre civiltà. Tutto questo non è noto al grande pubblico, ma spesso sfugge anche ad un pubblico più colto. Uno spazio adeguato viene riservato alla “questione della donna” nell’Islam: vengono opportunamente distinte le indicazioni del Corano da prassi etniche e tribali che sono sopravvissute in popolazioni che pure hanno assunto come via spirituale l’Islam, prassi che sono destinate a diventare residuali fino all’estinzione in un mondo ormai largamente interconnesso ed interdipendente. Si è parlato molto in questi anni di “Scontro di Civiltà”: direi che è stata un po’ la trasposizione ideologica di grandi tensioni geopolitiche, legate alla preoccupazione crescente nei paesi industrializzati per la sopravvivenza dei propri complessi sistemi economico-produttivi così legati alle fonti energetiche che sono per lo più localizzate in paesi a maggioranza musulmana. Oserei dire che questa è la “Paura Madre” che ha alimentato l’islamofobia contemporanea, proprio mentre sul piano strettamente religioso sono aumentate le aperture; infatti, anche se molta strada resta da fare, l’orizzonte del dialogo e del pluralismo religioso è irreversibile: in passato non era affatto così … Tornando alla parola chiave “Paura”, vorrei collegarmi alla considerazione che gli autori stessi fanno circa il dato della paura dell’altro come costitutivo dell’umano: riflesso difensivo che può travalicare il fisiologico e diventare distruttivo fino all’assurdo. Affermava Gandhi che la non-paura produce prima o poi non-violenza (“ahimsa”= innocenza, nel senso letterale di non nuocere). Allora vorrei dire che il compito degli “operatori” e delle “operatrici” di pace dovrebbe essere innanzitutto riconoscere e prendersi cura delle paure, soprattutto latenti, e mettere in moto dinamiche di incoraggiamento per prevenire le violenze che diventano inevitabili se “l’altro” è vissuto come una “minaccia per me”. Ne conseguirebbe, fra l’altro, ad esempio, che la risposta al razzismo non dovrebbe essere l’antirazzismo, nel quale facilmente scivola “l’impazienza progressista”, ma la facilitazione degli incontri per la conoscenza reciproca e la scoperta di quanto ci accomuna, che deriva dall’unica identità indiscutibile che è quella di esseri umani. Mi piace ricordare che “Liberi dalla paura” è anche il titolo molto significativo della raccolta di scritti del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, che con il coraggio della non violenza si batte nel suo paese, la Birmania, per l’affermazione dei diritti civili ostacolati dalla dittatura militare. Per concludere con una nota di fiducia verso il superamento delle contrapposizioni religiose e culturali, vorrei portare all’attenzione due eventi di speranza ai quali abbiamo assistito negli ultimi mesi in occasione di fatti per il resto tristissimi,cioè i tragici lutti nazionali di L’Aquila e di Viareggio: la preghiera fianco a fianco di un vescovo romano-cattolico e di un’autorità religiosa musulmana; è una traccia preziosa da seguire per consolarci e diventare amici nei dolori e nelle gioie.(Luigi De Salvia, segretario generale sezione italiana “Religions for Peace”)
La dignita' politica dell'Africa

"Ensuring peace and security in Africa: implementing the new Africa-EU partnership and developing co-operation in de-mining and disarmament" e' il titolo di un convegno che ha avuto luogo al Ministero degli Esteri il 7-8-9 ottobre 2009. L'evento e' stato organizzato in dal Ministero degli Esteri, dall’Istituto Affari Internazionali (IAI), insieme alla Commissione Europea e all’Unione Africana (UA). I lavori, aperti dal Ministro Franco Frattini, sono proseguiti con gli interventi di Romano Prodi, Presidente del comitato Onu/Ua sulle azioni di peacekeeping, e di rappresentanti delle istituzioni e UA, mentre la discussione e' stata moderata dal Vice-Presidente vicario dello IAI, Gianni Bonvicini. Il convegno al quale hanno collaborato la Compagnia di San Paolo, l’Istituto dell’UE per gli Studi sulla sicurezza (EU-Iss), Chatham House, e il Centro di ricerca e di formazione sullo Stato in Africa (Crea), costituisce il lancio e la prima fase di un progetto di ricerca, destinato a fornire un contributo, sia in termini di analisi accademica, sia di proposte operative, alla realizzazione di una collaborazione Unione-Europea-Africa, nel campo della pace e della sicurezza. Le ulteriori fasi del progetto prevedono due seminari di esperti. Il primo, agli inizi del prossimo anno, presso l’EUISS di Parigi, (finanziamento e supporto delle strutture africane di pace e sicurezza), e il secondo, a giugno/luglio 2010, presso Chatham House a Londra (processi decisionali negli Stati africani e nelle organizzazioni regionali). La terza fase, conclusiva, sarà centrata su un seminario da tenersi in Africa per presentare i risultati della ricerca. I lavori della Conferenza si sono articolati in tre sessioni dedicate rispettivamente all’attuazione della nuova strategia congiunta EU-Africa; alle missioni di peace keeping/peace building dell’Unione Europea e di quella Africana; al coordinamento dell’Unione Europea con gli altri donatori internazionali nel sostenere gli sforzi africani in tema di pace e sicurezza. A margine si e' svolto un seminario di esperti sui temi dello sminamento e del controllo delle armi leggere. L'Istituto Affari Internazionali ha fatto la seguente sintesi dei lavori:
Coinvolgere la società civile africana nella ricerca della sicurezza e nella ricostruzione ed evitare sovrapposizioni nelle cooperazioni euro-africana e fra Paesi africani: sono le direttrici del progetto di studio internazionale per la pace in Africa che prende l’avvio da un convegno svoltosi per tre giorni alla Farnesina. La ricerca, guidata dallo IAI, l’Istituto Affari Internazionali di Roma, durerà un anno: obiettivo è capire come rendere concrete la volontà d’azione per la sicurezza e la ricostruzione dell’Unione africana (Ua), e l’assunzione di responsabilità dell’Unione europea (Ue), nella consapevolezza che le difficoltà dell’impresa - logistiche, militari, finanziarie, sociali, politiche - richiedono un forte coordinamento e soprattutto una volontà di realizzazione degli impegni assunti dagli organismi internazionali, Onu, G8 e Ue. Al termine dei lavori, il vice-presidente vicario dello IAI, Gianni Bonvicini, organizzatore del convegno, ha indicato che la ricerca si articolerà lungo tre temi e si svilupperà in seminari a Parigi e a Londra, mentre le conclusioni saranno affidate a una conferenza in Africa. Le direttrici della ricerca guidata dallo IAI, così come delineate da Bonvicini, sono le seguenti:
1) Fare in modo che le diverse regioni economiche dell’Unione africana riducano ed evitino sovrapposizioni di competenze e competizioni, che potrebbero contrastare le prospettive di integrazione, specie sul fronte della sicurezza: la razionalizzazione è importante per fare decollare l’Ua;
2) Rendere più efficace il partenariato strategico fra Ue e Ua: le spese e l’azione per l’Africa dell’Unione europea sono note, mentre gli stanziamenti e gli interventi dei singoli Stati, pur sovente utili, sono meno noti. Anche qui si tratta di evitare sovrapposizioni e, soprattutto, di stornare il sospetto di un perseguimento degli interessi nazionali;
3) Organizzare e fare partecipare la società civile africana ai progetti di sicurezza e ricostruzione, perché le azioni non rispondano solo a priorità dei governi ma anche dei cittadini: senza sicurezza, anche gli aiuti allo sviluppo rischiano di finire in un buco nero di sprechi e corruzione. “Si tratta – sintetizza Bonvicini - di spiegare agli africani che cosa abbiamo fatto di buono nell’Unione europea e di renderli partecipi, facendo loro capire che la sicurezza può essere, anche in Africa, un motore dell’integrazione, come lo è stata in Europa”.Il convegno di Roma, organizzato dal Ministero degli Esteri italiano e dallo IAI, con la Commissione europea e l’Unione africana, era centrato sul tema “garantire la pace e la sicurezza in Africa” e mirava proprio a iniziare un approfondimento su come attuare la nuova partnership tra Europa e Africa e su come sviluppare in particolare la cooperazione nei settori dello sminamento e del disarmo. Al simposio hanno collaborato la Compagnia di San Paolo, l’Istituto dell’Ue per gli studi sulla sicurezza (EU Iss), Chatham House e il Centro di ricerca e di formazione sullo Stato in Africa (Crea). Nella sessione d’apertura, il ministro degli Esteri Franco Frattini aveva insistito sulla necessità di “un nuovo patto” tra Europa e Africa “per la sicurezza e la stabilità”. E Romano Prodi, presidente del comitato Onu/Ua sulle azioni di peacekeeping, aveva sottolineato l’esigenza di passare, nei rapporti con l’Africa, dalla fase del bilateralismo a quella del multilateralismo. Dopo il dibattito d’apertura sul dialogo politico e la cooperazione inter-istituzionale tra l’Ue e l’Ua, con Frattini, Prodi e rappresentanti di alto rango delle istituzioni Ue e Ua, i lavori sono proseguiti con sessioni e tavole rotonde su temi specifici, fino alle conclusioni odierne, affidate a Bonvicini. Sono ormai anni che l’Africa è al centro dell’attenzione della comunità internazionale: Onu, Ue, G8, agenzie specializzate come la Banca Mondiale e l’Fmi. E il convegno di Roma s’è svolto mentre in Vaticano è in corso il secondo Sinodo Africano, che Papa Benedetto XVI ha voluto centrato sul tema ‘La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace’.L’Italia ha dedicato sforzi e iniziative per sostenere un sempre maggiore ruolo dell’Unione europea in Africa, un impegno che è stato ribadito al G8 dell’Aquila e che vede il nostro paese capofila nelle azioni di training del personale africano sul modello dei nostri carabinieri Per aiutare l’Unione africana ad affrontare e risolvere i conflitti che continuano a svilupparsi (Guinea Bissau, Somalia, Darfur, ex Zaire, nonché il terrorismo e la pirateria marittima), l’Unione europea e l’organizzazione africana hanno varato nel 2007 a Lisbona un partenariato congiunto euro-africano: l’Ue dà un forte sostegno finanziario, di supporto logistico e di training alle forze di polizia e militari africane, affinché possano concretamente attuare il principio delle “soluzioni africane ai problemi africani”. E con l’entrata in vigore imminente del nuovo Trattato, l’Ue sarà meglio attrezzata per fare fronte a queste sue responsabilità.

Su questi importanti temi ho condiviso quanto scritto da Romano Prodi (che ho salutato in occasione del Convegno, come si vede dalla foto) in un recente articolo (L’Africa ha dignità politica. Il mondo lo riconosca,"Il Messaggero", 20 settembre 2009)
Si discute tanto e si fa tanto poco per l’Africa. Il grande “continente nero” continua infatti ad essere oggetto e non soggetto della politica mondiale. Quando nascono conflitti così tragici da contare i morti a centinaia di migliaia come in Ruanda, Sudan o Somalia l’opinione pubblica si commuove e per un po’ di tempo si mobilita. Poi tutto viene dimenticato, lasciando alle poche migliaia di soldati delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana l’impari compito di gestire le sanguinose conseguenze di queste guerre, così come alle associazioni non governative e ai missionari di fare fronte alla tragedia quotidiana dei più diseredati. Intanto le vendette e gli assassini continuano senza sosta e senza nemmeno avere l’onore della cronaca. Ormai le guerre africane non sono guerre tra Stati, ma fra etnie, gruppi tribali o semplicemente per bande armate che si schierano ora con i governi ora contro i governi. È una storia infinita, che da decenni vede i conflitti diffondersi da Paese a Paese attraversando i confini artificiali tracciati in passato dalle potenze coloniali senza tener conto di etnie, religioni, caratteristiche geografiche e risorse naturali. In questo quadro ogni grande potenza adotta una sua “politica africana” costruendo rapporti bilaterali con i Paesi a lei legati: la Francia con i Paesi francofoni, la Gran Bretagna con quelli anglofoni, gli Stati Uniti soprattutto con i Paesi petroliferi del West Africa, mentre la Cina adotta una politica veramente continentale, curando relazioni intense con la quasi totalità dei Paesi africani, cioè cinquanta su cinquantatré. Il tutto in una logica prevalentemente bilaterale cioè da Paese a Paese. Il che significa, dal punto di vista economico, impedire ogni possibilità di sviluppo futuro di tutti i Paesi africani che, da soli, non raggiungeranno mai la forza e le economie di scala per costruire strutture capaci di competere con il resto del mondo. Nemmeno le più grandi nazioni del continente come l’Egitto, il Sud Africa e la Nigeria hanno la dimensione sufficiente per costruire una solida economia nazionale. Il commercio tra i Paesi dell’Africa è minimo (raggiunge solo il 10 % del loro commercio estero totale) perché mancano infrastrutture, accordi ed istituzioni che li leghino tra di loro. Dal punto di vista politico la rigorosa applicazione del concetto statuale ereditato dalle potenze coloniali impedisce di tener conto delle realtà più complesse, come le tribù, le etnie, le appartenenze religiose o i tradizionali rapporti o interessi consolidati nei secoli. Per far fronte a questo è nata l’Unione Africana che, raccogliendo tutti i 53 Stati africani (eccetto il Marocco) tenta con fatica di costruire una unità politica ed economica del continente. È un’unione imperfetta, embrionale e con poteri limitati ma è tutto ciò che il continente può preparare per organizzare il proprio futuro, anche per l’indubbia qualità di alcuni suoi leaders. Le grandi potenze sono però riluttanti a riconoscere ed aiutare questa realtà (solo la Commissione europea lo ha fatto) e non ritengono mai prioritaria la necessaria collaborazione tra i Paesi africani. Anche nel delicato settore del peace -keeping soprattutto la Francia e la Gran Bretagna sembrano fare resistenza a dotare l’Unione Africana dei mezzi e dell’assistenza necessaria perché possa progressivamente contribuire a costruire e a mantenere la pace nel continente. La motivazione di questa politica è che l’Unione Africana non è ancora pronta a svolgere questo compito. Ciò è certamente vero ma essa non sarà mai pronta se non riceve fiducia, mezzi, assistenza e aiuto per raggiungere questo obiettivo. Siamo insomma in un dilemma apparentemente senza soluzione: da un lato si deve constatare che l’Unione Africana non può, allo stato attuale, svolgere il compito di promuovere la convivenza e lo sviluppo degli Stati africani, mentre dall’altro, le tradizioni e gli interessi del passato non permettono che essa progredisca in questa direzione.In tale quadro il presidente Obama si presenta come la nuova speranza. Ha fatto discorsi splendidi sull’Africa sia al Cairo che in Ghana, ha scelto inviati speciali molto più saggi e flessibili dei precedenti come il generale Gration per il Sudan, ma non ha ancora preso alcuna decisione concreta nel segno del cambiamento. Non c’è ancora una nuova politica americana per l’Africa. Intanto la crisi economica morde l’Africa in modo ancora più violento di quanto non si prevedesse, esasperando ulteriormente le tensioni e la spinta verso l’immigrazione. Non si può continuare a biasimare la Cina per la sua eccessiva presenza in Africa (presenza che costituisce per molti aspetti un’opportunità) senza proporre, insieme alla stessa Cina, una nuova e diversa politica. Una politica che tenga conto delle diversità e degli interessi comuni, dei nuovi ruoli che debbono giocare le etnie, le tribù e le appartenenze religiose. Una politica che, nello stesso tempo, preveda un rafforzamento dei compiti e dei poteri dell’Unione Africana. Gli aiuti economici e l’assistenza umanitaria sono indispensabili, ma non bastano. Per costruire la pace e la collaborazione tra i diversi Paesi del continente africano occorrono nuovi strumenti politici.
Insieme nella differenza: si, possiamo!
Ricevo dalla Segreteria Religioni per la Pace - Italia il seguente comunicato relativo ad un'iniziativa importante.
Ci avviamo alla giornata del 27 ottobre, la data che il comitato promotore ha scelto per l’VIII ricorrenza annuale da dedicare al dialogo ecumenico cristiano-islamico. Perché questa data? Non pochi ricorderanno che il 27 ottobre 1986vi fu un evento di portata storica, non solo per le religioni, in una città simbolo della ricerca di pace come ASSISI. Per la prima volta rappresentanti delle religioni convocati da Giovanni Paolo II si presentarono fianco a fianco, in pari dignità, per esprimere al mondo l’impegno a lavorare per la conciliazione nella vasta e complessa famiglia umana, percorsa da inquietudini e rivalità alimentate anche da relazioni tra le religioni, soprattutto passate, ispirate alla competizione ed all’esclusione reciproca anche violenta. Quel giorno è stato posto un seme, preparato da molte esperienze profetiche precedenti, che ha dato già molti frutti e molti di più ne darà anche grazie al nostro lavoro congiunto. Gli amici del gruppo promotore della giornata di dialogo cristiano-islamico hanno voluto scegliere questa data proprio per il carattere emblematico della contrapposizione storica tra islam e cristianesimo che oggi vogliamo superare a maggior ragione per la novità del panorama multietnico che si va delineando anche in Italia. In passato la giornata veniva collocata alla fine dl Ramadan, che, come è noto, varia di anno in anno secondo il calendario lunare. Noi però vogliamo invitare le altre componenti del comitato promotore ad un ripensamento per il prossimo anno e prevedere giornate di dialogo specifico in occasione delle grandi festività delle varie tradizioni per condividere significati e messaggi spirituali universali impliciti in questi eventi che scandiscono il senso del trascorrere del tempo per i popoli e le persone in una molteplicità di linguaggi ma con un riferimento comune ad un “Oltre” non riducibile all’esperienza immediata. Nello stesso tempo vorremmo proporre di restituire alla data del 27 ottobre il carattere di incontro interreligioso a tutto campo, facendone la GIORNATA DELL’ACCOGLIENZA DELLA PLURALITA’ RELIGIOSA, naturalmente aperta anche alle convinzioni umanistiche non religiose. Proprio in questi giorni, ad esempio, è tornato di attualità il confronto sull’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche. Sicuramente è compito di tutti preparare adeguatamente le condizioni concrete perché la religione non sia più relegata a materia marginale “tollerata”, ma diventi il luogo di ascolto delle domande esistenziali di senso che i giovani si vanno via via ponendo ed alle quali con delicatezza le varie tradizioni religiose ed umanistiche possono offrire il proprio patrimonio sapienziale e le proprie esperienze vissute, che non solo aiutino il travaglio giovanile a livello individuale ma preparino le nuove generazioni ad un’integrazione nel pluralismo nella società, responsabilità alla quale tutti siamo chiamati se vogliamo prevenire scenari conflittuali insostenibili e regressivi e procedere verso una sicurezza condivisa.
Il voto agli immigrati
La partecipazione politica, strumento d'integrazione
E' stato depositato il 19 ottobre alla Camera il un progetto di legge che ha come primi firmatari deputati di maggioranza e di opposizione per riconosce il diritto di voto per le elezioni amministrative ai cittadini extracomunitari regolarmente residenti in Italia da almeno cinque anni. Il voto agli immigrati più stabili - Primi firmatari della proposta di legge bipartisan sono Walter Veltroni (Pd), Flavia Perina (Pdl), Roberto Rao (Udc), Leoluca Orlando (IdV), Salvatore Vassallo (Pd). Nei prossimi giorni saranno raccolte nuove adesioni e il progetto sarà presentato pubblicamente in attesa di sollecitarne la calendarizzazione nei lavori della Camera: "L'approvazione del testo - si legge in una nota dei promotori - costituirebbe un primo passo concreto per promuovere l'integrazione di persone che in molti casi già partecipano pienamente alla vita civile delle comunità locali in cui risiedono, sono rispettose delle relative consuetudini, lavorano con dedizione, pagano le tasse, hanno figli che vanno a scuola con i bambini italiani, condividono con i cittadini italiani le stesse esigenze e gli stessi problemi connessi alla fruizione dei servizi pubblici". La presentazione congiunta del progetto da parte di esponenti di diversi gruppi dimostra, secondo i promotori, che "su questi temi è possibile, oltre che necessario, un confronto tra tutte le forze politiche nazionali". Sempre il 19 ottobre è stata depositata alla Camera la proposta di legge, a firma della deputata pd Luisa Bossa, per estendere i diritti degli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia con carta di soggiorno anche ai loro figli maggiorenni. "La mia proposta di legge - dice Bossa - ha come obiettivo quello di sanare una odiosa discriminazione della nostra legislazione. I figli degli stranieri in possesso della Carta di soggiorno, al compimento del diciottesimo anno d'età, vedono ristretti i loro diritti e potrebbero scivolare nella clandestinità. Questi ragazzi - sottolinea Bossa - hanno passato gran parte della loro vita in Italia, hanno studiato qui, ma al compimento dei diciotto anni perdono alcuni diritti collegati allo status dei genitori" e se non studiano o non trovano un lavoro rischiano di diventare clandestini. Un'altra proposta in tema di immigrazione è stata presentata dal Partito radicale nel corso di un presidio con oltre tremila immigrati organizzato a Roma per chiedere una sanatoria per tutti gli immigrati che hanno un lavoro e che sono rimasti esclusi dalla regolarizzazione per il lavoro domestico: "Abbiamo proposto una legge - ha detto Emma Bonino, vicepresidente del Senato -, firmata sia dalla destra che dalla sinistra, per regolarizzare chiunque abbia un lavoro. Non è lo Stato che deve decidere se legalizzare chi fa un mestiere o no. L'impegno è che la legge venga calendarizzata. Non sarà facile, perchè questo è un periodo in cui non prevale la ragione ma altro, come i calcoli elettorali".
E' stato depositato il 19 ottobre alla Camera il un progetto di legge che ha come primi firmatari deputati di maggioranza e di opposizione per riconosce il diritto di voto per le elezioni amministrative ai cittadini extracomunitari regolarmente residenti in Italia da almeno cinque anni. Il voto agli immigrati più stabili - Primi firmatari della proposta di legge bipartisan sono Walter Veltroni (Pd), Flavia Perina (Pdl), Roberto Rao (Udc), Leoluca Orlando (IdV), Salvatore Vassallo (Pd). Nei prossimi giorni saranno raccolte nuove adesioni e il progetto sarà presentato pubblicamente in attesa di sollecitarne la calendarizzazione nei lavori della Camera: "L'approvazione del testo - si legge in una nota dei promotori - costituirebbe un primo passo concreto per promuovere l'integrazione di persone che in molti casi già partecipano pienamente alla vita civile delle comunità locali in cui risiedono, sono rispettose delle relative consuetudini, lavorano con dedizione, pagano le tasse, hanno figli che vanno a scuola con i bambini italiani, condividono con i cittadini italiani le stesse esigenze e gli stessi problemi connessi alla fruizione dei servizi pubblici". La presentazione congiunta del progetto da parte di esponenti di diversi gruppi dimostra, secondo i promotori, che "su questi temi è possibile, oltre che necessario, un confronto tra tutte le forze politiche nazionali". Sempre il 19 ottobre è stata depositata alla Camera la proposta di legge, a firma della deputata pd Luisa Bossa, per estendere i diritti degli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia con carta di soggiorno anche ai loro figli maggiorenni. "La mia proposta di legge - dice Bossa - ha come obiettivo quello di sanare una odiosa discriminazione della nostra legislazione. I figli degli stranieri in possesso della Carta di soggiorno, al compimento del diciottesimo anno d'età, vedono ristretti i loro diritti e potrebbero scivolare nella clandestinità. Questi ragazzi - sottolinea Bossa - hanno passato gran parte della loro vita in Italia, hanno studiato qui, ma al compimento dei diciotto anni perdono alcuni diritti collegati allo status dei genitori" e se non studiano o non trovano un lavoro rischiano di diventare clandestini. Un'altra proposta in tema di immigrazione è stata presentata dal Partito radicale nel corso di un presidio con oltre tremila immigrati organizzato a Roma per chiedere una sanatoria per tutti gli immigrati che hanno un lavoro e che sono rimasti esclusi dalla regolarizzazione per il lavoro domestico: "Abbiamo proposto una legge - ha detto Emma Bonino, vicepresidente del Senato -, firmata sia dalla destra che dalla sinistra, per regolarizzare chiunque abbia un lavoro. Non è lo Stato che deve decidere se legalizzare chi fa un mestiere o no. L'impegno è che la legge venga calendarizzata. Non sarà facile, perchè questo è un periodo in cui non prevale la ragione ma altro, come i calcoli elettorali".
A proposito del populismo: il mito del popolo “omogeneo” e la politica della “terra patria”

Per meglio decifrare la condizione politica contemporanea, e’ forse bene leggere o rileggere il bel testo di Paul Taggart dedicato al “populismo”. In esso Taggart tratta alcuni temi –chiave: i populisti e la loro ostilita’ verso la politica rappresentativa; i populisti che si identificano con l’idealizzata e mitica “terra patria” (heartland) della comunita’ che favoriscono; il populismo come ideologia priva di valori profondi; il populismo come forte reazione a un sentimento di estrema crisi; il populismo come fenomeno che ha fondamentali dilemmi che lo auto-limitano; il populismo come un camaleonte che adotta il colore del suo ambiente. Illuminante l’analisi di Taggart sui concetti di “popolo” e “terra patria” che si rinvengono al cuore del populismo contemporaneo.
La retorica populista parla di popolo non tanto perche’ vuole esprimere convinzioni democratiche profondamente radicate circa la sovranita’ delle masse, quanto perche’ il “popolo” abita lo heartland, la “terra patria”, ed e’ questo concetto, in sostanza, che i populisti cercano di evocare. (....) Il ricorso al “popolo” come espediente retorico e’ onnipresente nel populismo perche’ tale concetto deriva da una concezione profondamente radicata anche anche se implicita dello heartland, la terra dove, nell’immaginario populista, risiede una popolazione virtuosa e unita. La “terra patria” (heartland) e’ un territorio dell’immaginario. Viene evocata esplicitamente solo in tempi difficili, da’ luogo ad un concetto indistinto ma molto efficace nell’evocare quella vita e quelle virtu’ che vale la pena difendere e muove quindi i populisti all’azione politica. La “terra patria” rappresenta quel luogo che racchiude gli aspetti positivi della vita quotidiana. La ideologie si basano su societa’ astratte, che solitamente sono l’immagine di come sarebbe un mondo futuro costruito realizzando i valori fondamentali che gli ideologi propugnano. Talvolta, questi mondi ideali possono costituire delle utopie. Il concetto di “terra madre”, pero’, e’ diverso sia dalle societa’ astratte sia dalle utopie perche’ con esso i populisti richiamano nel proprio immaginario un tempo passato, tentando di ricostruire cio’ che e’ stato perso con il presente. Mentre le societa’ ideali e ancora di piu’ le utopie sono opere della mente e del pensiero, la “terra patria” deve il suo potere al cuore, all’evocazione di sentimenti che non sono necessariamente ne’ razionalizzanti ne’ razionalizzabili. L’appello alla “terra patria” spiega un’altra ricorrente osservazione avanzata a proposito del populismo. Sebbene sia in pratica legato al sostegno di particolari classi sociali, il populismo e’ visto in teoria come un fenomeno al di sopra delle classi e addirittura senza classi. Nell’enfasi rivolta al “popolo” e’ implicita l’idea che esso costituisce una massa indifferenziata. E’ per il suo essere collettivita’ che “il popolo” e’ in grado di generare saggezza. La singolarita’ della “terra patria” implica la singolarita’ della sua popolazione. La “terra patria” come singolo territorio dell’immaginazione richiede un’unica popolazione. L’unita’ e l’omogeneita’ degli immaginari abitanti della “terra patria” spiegano perche’ la retorica populista sia cosi’ spesso orientata a considerare il “popolo” come qualcosa di omogeneo. La “terra patria” e’ definita non soltanto con riferimento al passato, ma anche attraverso l’individuazione dei suoi confini. Piu’ semplicemente, essa e’ una giustificazione per escludere quelli che vengono demonizzati. Mentre i confini di inclusione risultano sfumati, c’e’ solitamente, da parte dei populisti, una maggiore chiarezza in merito ai confini che definiscono l’esclusione. La tendenza dei populisti ad escludere esplicitamente certi gruppi sociali come non facenti parte del vero “popolo” trova notevole risonanza nel concetto di “terra patria”. Per loro, infatti, la “terra patria” e’ parte di quel territorio che a sua volta fa parte dell’identita’ nazionale (o, potenzialmente, di altri tipi di identita’), ma che rappresenta una componente piu’ pura di tale identita’. Essenziale al concetto di “terra patria” e’ la sua assoluta centralita’. La “terra patria” si trova nel cuore della comunita’ ed esclude tutto cio’ che e’ marginale o estremo. I populisti di considerano al centro delle cose, o il cuore stesso delle cose. L’importanza riservata alla “terra patria” spiega la natura isolazionista del populismo. Internazionalita’ e cosmopolitismo sono anatemi per il populismo. C’e’ un atteggiamento di diffidenza nei confronti di tutto cio’ che si trova al di fuori dei confini di quel popolo prescelto dai populisti.
Migranti: il diritto di bussare alle nostre porte
«Si tratta di un'invasione dalla quale bisogna difendersi? Oppure i poveri hanno il diritto, appunto perché poveri, di bussare alle porte delle società benestanti?». È l'interrogativo da cui parte la riflessione di Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, pubblicata nel numero di luglio-agosto del mensile gesuita Aggiornamenti Sociali. I problemi dell'accoglienza, i respingimenti e i rimpatri, i fenomeni di xenofobia e razzismo non sono un caso solo italiano, limitato ai tentativi dei migranti africani di raggiungere le coste siciliane di Lampedusa, ma riguardano tutto il pianeta, scosso dalle migrazioni di oltre 200 milioni di vite umane. Si capisce allora quanto sia necessaria «l'istituzione di un ordinamento giuridico internazionale, che stabilisca un'effettiva condivisione di responsabilità tra i Paesi di partenza, transito e destinazione» dei migranti, in modo che «nessuno sia lasciato solo nel gestire le difficili situazioni che inevitabilmente si creano». E se nessuno vuole negare agli Stati l'autorità di stabilire le modalità di entrata e permanenza sul proprio territorio, non si può dimenticare che questa sovranità è vincolata «dalla ratifica dei trattati internazionali e dal rispetto di due principi etici: la tutela della dignità della persona» e la convinzione che «tutta l'umanità, al di là delle distinzioni etniche, nazionali, culturali e religiose, formi una comunità senza discriminazioni tra i popoli, che tendono alla solidarietà reciproca. In sintesi i «diritti umani fondamentali, garanti della dignità della persona, devono essere pienamente assicurati. Analogamente va detto per i doveri, che tutti devono assumersi per garantire la reciproca sicurezza, lo sviluppo e la pace». Abbiamo oltrepassato la soglia del terzo millennio, sono maturi i tempi» perché la diversità sia apprezzata come ricchezza. «Del resto, si sa, - continua Vegliò - il provincialismo blocca la speranza, perché marcia contro la storia. Il fenomeno migratorio sta producendo nuove schiavitù nelle società opulente, spesso senza valori». Diventa allora necessario che istituzioni scolastiche e ecclesiali lavorino sulla formazione dei giovani, su temi riguardanti, «per esempio, la democrazia, i diritti umani, la pace, l'ambiente, la cooperazione e la comprensione internazionale, la lotta alla povertà, il dialogo interreligioso e tutte le questioni connesse allo sviluppo sostenibile». La strada da battere sembra essere quella della «differenza nella comunione»: differenza che diventa ricchezza, «purché ci si liberi della categoria del "nemico", che demonizza e criminalizza il forestiero». Da parte sua, il Segretario del pontificio consiglio per i Migranti e gli Itineranti, Mons Agostino Marchetto, afferma che il ddl sicurezza ''e' motivo di tristezza'' perche' ''contiene il peccato originale del reato di clandestinita''' e ''questo significa la criminalizzazione degli irregolari, di quelli che ora lo sono e di quelli che con questo provvedimento lo possono diventare''. Il provvedimento suscita ''preoccupazione per l'avvenire'' e per ''la tenuta dei diritti umani'' perche' ''non tiene conto di uno dei diritti umani fondamentali cioe' il diritto alla migrazione''. Esso inolte ''ignora l'integrazione''. La legge ''punta solo alla sicurezza, la preoccupazione fondamentale e' la sicurezza mentre l'aspetto dell'integrazione non compare. Sicuramente non per gli irregolari - aggiunge - per i quali c'e' un altro trattamento''. ''La grande questione oggi e' invece l'integrazione - sottolinea - e certo con questa norma non mancheranno le difficolta' (...). I Cie si dicono centri di identificazione e di espulsione ma hanno un regime che e' pari a quello dei centri di detenzione''. (ANSA).
«Si tratta di un'invasione dalla quale bisogna difendersi? Oppure i poveri hanno il diritto, appunto perché poveri, di bussare alle porte delle società benestanti?». È l'interrogativo da cui parte la riflessione di Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, pubblicata nel numero di luglio-agosto del mensile gesuita Aggiornamenti Sociali. I problemi dell'accoglienza, i respingimenti e i rimpatri, i fenomeni di xenofobia e razzismo non sono un caso solo italiano, limitato ai tentativi dei migranti africani di raggiungere le coste siciliane di Lampedusa, ma riguardano tutto il pianeta, scosso dalle migrazioni di oltre 200 milioni di vite umane. Si capisce allora quanto sia necessaria «l'istituzione di un ordinamento giuridico internazionale, che stabilisca un'effettiva condivisione di responsabilità tra i Paesi di partenza, transito e destinazione» dei migranti, in modo che «nessuno sia lasciato solo nel gestire le difficili situazioni che inevitabilmente si creano». E se nessuno vuole negare agli Stati l'autorità di stabilire le modalità di entrata e permanenza sul proprio territorio, non si può dimenticare che questa sovranità è vincolata «dalla ratifica dei trattati internazionali e dal rispetto di due principi etici: la tutela della dignità della persona» e la convinzione che «tutta l'umanità, al di là delle distinzioni etniche, nazionali, culturali e religiose, formi una comunità senza discriminazioni tra i popoli, che tendono alla solidarietà reciproca. In sintesi i «diritti umani fondamentali, garanti della dignità della persona, devono essere pienamente assicurati. Analogamente va detto per i doveri, che tutti devono assumersi per garantire la reciproca sicurezza, lo sviluppo e la pace». Abbiamo oltrepassato la soglia del terzo millennio, sono maturi i tempi» perché la diversità sia apprezzata come ricchezza. «Del resto, si sa, - continua Vegliò - il provincialismo blocca la speranza, perché marcia contro la storia. Il fenomeno migratorio sta producendo nuove schiavitù nelle società opulente, spesso senza valori». Diventa allora necessario che istituzioni scolastiche e ecclesiali lavorino sulla formazione dei giovani, su temi riguardanti, «per esempio, la democrazia, i diritti umani, la pace, l'ambiente, la cooperazione e la comprensione internazionale, la lotta alla povertà, il dialogo interreligioso e tutte le questioni connesse allo sviluppo sostenibile». La strada da battere sembra essere quella della «differenza nella comunione»: differenza che diventa ricchezza, «purché ci si liberi della categoria del "nemico", che demonizza e criminalizza il forestiero». Da parte sua, il Segretario del pontificio consiglio per i Migranti e gli Itineranti, Mons Agostino Marchetto, afferma che il ddl sicurezza ''e' motivo di tristezza'' perche' ''contiene il peccato originale del reato di clandestinita''' e ''questo significa la criminalizzazione degli irregolari, di quelli che ora lo sono e di quelli che con questo provvedimento lo possono diventare''. Il provvedimento suscita ''preoccupazione per l'avvenire'' e per ''la tenuta dei diritti umani'' perche' ''non tiene conto di uno dei diritti umani fondamentali cioe' il diritto alla migrazione''. Esso inolte ''ignora l'integrazione''. La legge ''punta solo alla sicurezza, la preoccupazione fondamentale e' la sicurezza mentre l'aspetto dell'integrazione non compare. Sicuramente non per gli irregolari - aggiunge - per i quali c'e' un altro trattamento''. ''La grande questione oggi e' invece l'integrazione - sottolinea - e certo con questa norma non mancheranno le difficolta' (...). I Cie si dicono centri di identificazione e di espulsione ma hanno un regime che e' pari a quello dei centri di detenzione''. (ANSA).
Gia' visto

Il seguente testo - segnalatomi da amici - è tratto da una relazione per il Congresso degli Stati Uniti sugli immigrati italiani negli USA, e risale all'ottobre del 1912. Sono argomenti che suonano tristemente familiari. Specie per quanto riguarda le condizioni di vita degli immigrati e la marcata "ossessione securitaria". Ricordare che questi parametri di giudizio venivano applicati agli Italiani costretti ad emigrare per necessita' in America puo' aiutarci a "capire" meglio il fenomeno dell'immigrazione in Italia, al di la' della retorica e delle strumentalizzazioni politiche di parte.
Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti (...) Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.(...)I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali.(...) Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia.(....) Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione.
Un’etica del confine
Nella prospettiva di una riconsiderazione delle varie "architetture" dei rapporti internazionali, che e' uno degli aspetti del processo che va sotto il nome di revisione della "governance" globale, Predag Matvejevic (con un intervento pubblicato nel "Mattino" di oggi) propone una rivisitazione radicale dell'idea di confine o di frontiera, non certo per perorare un'impraticabile "abolizione" universale dei confini tra gli stati, quanto per suggerire che essi dovrebbero trasformarsi in sempre piu' in luoghi di connessione piu' che di separazione e "respingimento". C'e' materia per un dibattito intenso, tornero' sull'argomento.
L’antica e sempre nuova questione delle frontiere e dei confini riemerge in un momento decisivo della nostra storia: tanti Paesi provenienti dall`Altra Europa sono diventati membri dell`Unione europea e gli altri si preparano di entrarci.Le frontiere devono a un tempo cambiare e comunque rimanere uguali a se stesse, sottoposte contemporaneamente a un controllo costante e rigoroso per respingere coloro la cui presenza non è desiderata né benvenuta. Le stesse persone che hanno vissuto, ancora ieri, tra frontiere bloccate, che dovevano superare con artifici e a volte pagando il prezzo della umiliazione, oggi si vedono chiamate a diventare i guardiani attenti di quelle barriere e a sorvegliarle rigorosamente. C`è un paradosso in questo ruolo. Non è difficile immaginare un polacco che impedisce a un russo o a un ucraino di passare attraverso il suo territorio. Ma come si comporterà un ungherese quando si presentasse davanti a lui un altro cittadino con la stessa nazionalità, che provenga dalla minoranza ungherese della ex Jugoslavia? 0 uno sloveno che, a una ventina di chilometri da Zagabria, debba fermare un croato con il quale in passato aveva condiviso una sorte comune? I vecchi particolarismi potrebbero facilmente ridisegnare le frontiere interne dell`Europa incoraggiatì da ogni tipo di nazionalismo, di regionalismo, di localismo, di devoluzionismo e da altre tendenze simili che si manifestano con arroganza e alle quali ogni idea di convergenza o di sintesi rimane estranea. Si tratta di ripensare, di fronte a queste tendenze irrazionali verso la divisione e la separazione, ciò che si potrebbe chiamare una nuova architettura della frontiera o, perché no, una nuova etica del confine. La cultura avrebbe sicuramente da dire le sue parole, se non fosse così messa ai margini nella elaborazione del progetto europeo, chiamata in soccorso molto raramente o solo per liberarsi la coscienza. Non sarebbe dunque inutile lasciare libere alcune idee che riguardano il tema e tentare di definirlo diversamente, confrontandolo con le consuetudini concrete che conosciamo, vecchie e nuove. Conviene prendere nuovamente in considerazione le diverse nozioni di permeabilità delle frontiere-confini, della loro accessibilità, della permessività, della fragilità, della «doganalità» e della «custodialità» in riguardo. Alcuni di questi termini sono da inventare o da ridefinire, e ciascuno merita una riflessione particolare. In questo contesto mi viene alla mente un antico esempio che già Tacito evocava nell`introduzione della sua «Germania»: a fianco delle cosiddette frontiere naturali, come il Reno e il Danubio, o come alcune catene di montagne, si crea spesso una frontiera particolare imposta dalla paura reciproca. «Mutuo metu», diceva il vecchio storico, facendo una felice allitterazione. Questo sentimento è ben noto a una buona parte di noi esuli, in particolare a quelli umiliati e offesi, che dovevano viverlo in passato durante la Guerra Fredda. E’ inutile oggi parlare ancora una volta delle cortine di ferro e dei muri simili a quello di Berlino. I processi di globalizzazione e di mondializzazione - quando non consistono semplicemente nell`imporre un nuovo ordine mondiale - presuppongono un riesame della natura stessa della frontiera e del confine. La crisi che stiamo vivendo tutti ci spinge in questo senso. È ben chiaro che una vera alleanza fra gli Stati non può essere immaginata con delle frontiere rigide o poco permeabili. Il nostro pianeta si confronta, ogni giorno con più insistenza, con le richieste che vengono da un ordine umanista, morale, etico: la richiesta di diminuire se non di abolire i confini tra ricchi e poveri, tra uomini ben nutriti e altri affamati, tra istruiti e analfabeti. I teorici e i protagonisti della globalizzazione di ieri sembravano dimenticare che la cultura europea aveva già conosciuto al suo interno vari movimenti a tendenza universale o, se preferiamo, mondialisti: il cosmopolitismo dei Lumi, l`ecumenismo in campo religioso, l`internazionalismo in politica, quello che non era compromesso dal comunismo di tipo staliniano. La cultura stessa dovrebbe ricordarlo a questi teorici, se non fosse scoraggiata come appare. Queste tendenze, anche se ai nostri giorni sono minimizzate, non potranno essere sostituite da un’unificazione mondiale a buon mercato. Mi fermo qui, e so bene che spesso si offre un’immagine ingenua, a volte ridicola, proponendo in questo testo una qualunque idea morale. La nostra proposta è molto più modesta: mettere in evidenza alcune contraddizioni nel momento in cui sì crea una nuova architettura non solo del nostro del Vecchio continente ma forse anche del mondo intero.
L'unica famiglia umana

Un testo straordinario di Dionigi Tettamanzi, tratto dal suo nuovo libro Non c'è futuro senza solidarieta' (ed. San Paolo)
Mi verrebbe d'iniziare con l'antica citazione biblica: "Amate dunque il forestiero, poiché anche voi foste forestieri nel paese d'Egitto" (Deuteronomio 10,19). Come a dire, che il fenomeno migratorio, sia pure in modalità e intensità diverse, accompagna sempre la storia dei popoli. E che esso deve suscitare, come prima e più immediata forma di solidarietà, la condivisione obiettiva di una medesima situazione. (...) Ma qual è la situazione da noi oggi, nelle nostre città e nei nostri paesi? Potrei rispondere in termini quanto mai sintetici dicendo, anzitutto, che troppe volte e con troppa insistenza negli ultimi tempi si è pensato agli stranieri soltanto come a una minaccia per la nostra sicurezza, per il nostro benessere. Con l'immediata conseguenza che il peso dei pregiudizi e degli stereotipi hanno impedito un dialogo autentico con queste persone, finendo per causare spesso il loro isolamento, relegandole così in condizioni che hanno provocato e provocano illegalità e fenomeni di delinquenza. Ma la realtà presenta anche un'altra faccia: noncuranti delle tante e, troppe, eccessive polemiche, molte persone - in modo silenzioso e nel nome della propria fede e di un alto senso umanitario - hanno operato e continuano ad operare per assistere questi "nuovi venuti " nei loro bisogni elementari: il cibo, un riparo o, degli indumenti, la cura dei più piccoli.(...) Cade qui una riflessione elementare, la cui forza razionale invincibile conduce all'adesione, anche se poi la prassi, purtroppo, può divenirne una smentita. Ci sono così tante "etnie" e "popoli" diversi, ma tutte le etnie hanno la loro radice e il loro sviluppo nell'unica etnia umana, così come tutti i popoli si ritrovano all'interno del tessuto vivo e unitario dell'unica famiglia umana. (...) Troviamo qui l'approccio culturale nuovo che deve caratterizzare la nostra valutazione e il nostro comportamento - certo nel segno della solidarietà ora affermata - nei riguardi dei migranti. Lo indicavo così nel Discorso alla Città per la Vigilia di Sant'Ambrogio 2008: "Occorre, con una visione complessiva del fenomeno, guardare agli immigrati non solo come individui, più o meno bisognosi, o come categorie oggetto di giudizi negativi inappellabili, ma innanzitutto come persone, e dunque portatori di diritti e doveri: diritti che esigono il nostro rispetto e doveri verso la nuova comunità da loro scelta che devono essere responsabilmente da essi assunti. La coniugazione dei diritti e dei doveri farà sì che essi non restino ai margini, non si chiudano nei ghetti, ma - positivamente - portino il loro contributo al futuro della città secondo le loro forze e con l'originalità della propria identità". Riprendendo ora la riflessione generale, vorrei riproporre qualche spunto nel segno di una concretezza quotidiana e con un riferimento più specifico alle due realtà della famiglia del lavoro. Il primo passo da compiere dovrebbe condurci a superare una paura: quella che ci impedisce di riconoscere in pienezza l'uguale dignità sul lavoro degli immigrati. In realtà, per non pochi di noi essi sono visti come una minaccia, non solo perché considerati come uomini e donne che disturbano la tranquillità del nostro quieto vivere e del nostro paese, ma anche perché a noi "rubano" il lavoro. E se invece vengono accolti, rischiano di essere trattati come una forza lavoro a buon mercato, in particolare per quelle attività che noi ci rifiutiamo di compiere perché ritenute troppo faticose o poco dignitose. Ma, anche in mezzo a difficoltà e incomprensioni, diverse forze sociali danno prova di solidarietà attiva con i migranti, creando nuove forme di accoglienza e di inclusione sociale, a cominciare dal lavoro. Si tratta di una testimonianza cristiana e civile forte in un contesto di fin troppo facile contrapposizione. Una testimonianza non astratta e fuori della storia, ma in grado di avviare una integrazione all'insegna della solidarietà e della legalità, che diventa dono per tutti e risposta non secondaria alla domanda di sicurezza legittimamente posta da città spaventate e non poco preoccupate, anche per i segnali sconfortanti che vengono dalla cronaca quotidiana. Una testimonianza che deve interpellare tutti e ciascuno. (....) Non è spontaneo per nessuno in queste occasioni rifarsi e ispirarsi allo spirito più radicale del Vangelo e c'è per tutti il rischio di chiudersi in una eccessiva preoccupazione di se stessi, che ci fa scoprire sovente la nostra più grande miseria morale. È importante allora acquisire innanzitutto una reale conoscenza della situazione e delle persone, nelle loro qualità positive, nei loro limiti e nelle loro differenze. Solo così riscopriremo gli aspetti positivi della loro nuova presenza, le risorse culturali e religiose di cui sono portatori, la loro capacità di essere protagonisti in diversi ambiti, non appena offriamo loro l'opportunità di farlo. (..) È onesto - ed è bello - riconoscere l'apporto che tanti immigrati danno alla vita delle nostre città e, in termini certo più ristretti ma quanto mai concreti ed efficaci, alla vita delle nostre famiglie. Tanti - in assoluta prevalenza donne - appena giunti in Italia da paesi stranieri si fanno carico - nelle case degli italiani d'origine - dei servizi della casa, della cura dei bambini, dell'assistenza agli anziani e malati. Ed è con spirito di ammirazione e di gratitudine che dobbiamo riconoscere che queste stesse donne - le chiamiamo "badanti" - con i loro figli sono le prime persone che pagano il costo di una separazione forzata, dell'esclusione dai diritti, della privazione per se stesse e per i propri familiari. Di conseguenza, come non chiedere che - insieme ai vantaggi che vengono a noi dalla loro presenza e attività - si giunga presto a riconoscere i loro giusti diritti e a migliorare le loro condizioni di lavoro?
"Meticciato" e nuove identita'

Riprendo gli appunti scritti in occasione della presentazione del libro di Paolo Gomarasca, Meticciato: convivenza o confusione? (Marcianum Press, Venezia 2009). Una riflessione bella e profonda sulle "contaminazioni" delle identita'. Per Gomarasca, "il multiculturalismo promette 'riconoscimento reciproco', ma contemporaneamente rinuncia ad una 'comprensione sociale condivisa'". Il multiculturalismo si limita, per cosi' dire, a stabilire delle regole minime di coesistenza pacifica. Manca pero' la relazionalita' tra le culture che esso istituzionalizza.Vi e', in altre parole, l'assenza di una dimensione "interattiva", in quanto il multiculturalismo non richiede ne' prevede alcun apprendimento reciproco fra le culture. Gomarasca tenta di proporre un nuovo modello, atto a "superare le aporie delle politiche multiculturali"; un progetto politico "realmente disponibile a generare solidarieta' tra estranei". Gomarasca compie un raffinatissimo "excursus" (in "dialogo ideale" con Hegel, Kant, Marx, Gramsci, Habermas, Derrida, Deleuze, Rorty, Taylor, Fayad...) sulla nozione di meticciato, inoltrandosi nella letteratura della "conquista" e in quella "post-coloniale", precisando che il concetto di "meticcio" non ha nulla a che vedere con la percezione di una "ibridazione" o semplice sommatoria. Nel pensiero "meticcio" sembra porsi l'alternativa tra una concezione del meticciato come "ibridismo indiscriminato" e "nomadismo delle differenze". Per superare tale dicotomia, occorre tentare la strada di un "pensiero non meticcio del meticciato". Il "meticcio" inteso in questo senso specifico
e' un novum che nasce dalla relazione dell'uno con l'altro, ma che non puo' essere ridotto ne' all'uno ne' all'altro.
Gomarasca precisa che
non si tratta di un semplice effetto aggregato dell'uno e dell'altro singolarmente presi, come se fosse possibile sommare le loro rispettive culture, bensi' di un effetto emergente, che risulta dallo scambio, dalla relazione (aperta e imprevedibile) dell'uno con l'altro (....) La nuova identita' e' davvero terza perche' nasce dall'aver messo creativamente in gioco la propria identita' nella relazione con l'identita' dell'altro. E non c'e' vita buona (....) senza questo interesse di legame.
Mi sembrano poi straordinarie le considerazioni di Gomarasca sulla difficolta' di ricostruire un percorso della fraternita' (come specificazione o anche come "ragione" del meticciato) a prescindere dall'analogo concetto di "filiazione". Con tale categoria Gomarasca compie
un tentativo di declinare a livello antropologico la fondamentale co-appartenenza di tutte le cose nell'essere. (.....) La storia ci mostra (...) che l'ossessione per la purezza, per l'esclusivita', conduce a un vicolo cieco. Viceversa, la filiazione, come riconoscimento di un'origine comune, e' condizione necessaria della vita buona.
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