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Per Atene, buone notizie da Bruxelles e Skopje

Ogni tanto qualche buona notizia arriva anche da Bruxelles. Una di queste è senz’altro la decisione dei ministri delle finanze dei paesi della zona Euro di mettere fine, dopo ben otto anni (dal 2010) ad una sorta di commissariamento della Grecia da parte della famigerata Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea, e Fondo monetario internazionale). La Grecia è stata sottoposta ad una politica di aggiustamento strutturale che ha comportato pesantissimi costi sociali, con tagli molto consistenti al welfare (tra cui le pensioni) e che ha prodotto l’approfondimento di criticità sociali (tra cui l’aumento della povertà – con almeno 700 mila cittadini della classe media a rischio di impoverimento - e la massiccia emigrazione all’estero di giovani leve). I problemi tuttavia non sono finiti. Atene ha un debito pubblico che raggiunto il 180% del PIL e prestiti internazionali assai consistenti da rimborsare. Se c’è una lezione da apprendere dalla dolorosa vicenda greca, è che nella situazione attuale dell’Europa e del mondo tutti siamo divenuti vulnerabili e le sorti di un paese possono dipendere da decisioni tecnocratiche esogene, ma anche – non bisogna dimenticarlo - da una gestione politica non del tutto responsabile del bilancio pubblico. L’aspetto positivo di questa crisi è che l’Europa, con tutti i suoi limiti mercatisti, non ha lasciato la Grecia suo destino, benché la cosiddetta condizionalità (con le misure draconiane imposte alla gestione dell’economia) abbia troppo spesso superato di gran lunga la solidarietà. Un altro fronte, questa volta di politica internazionale, che coinvolge la Grecia e che potrebbe simbolicamente chiudere la lunga transizione seguita alla dissoluzione della ex-Jugoslavia, è l’accordo trovato tra Atene e Skopje sul nome del vicino, che si chiamerà “Macedonia del Nord” (essendo la Macedonia una regione storica della Grecia, che ha dato i natali ad Alessandro Magno).  La disputa durava dal 1991,  e ha coinvolto questioni identitarie, culturali, geo-politiche, di sicurezza. I due premier Alexis Tsipras e Zoran Zaev hanno scelto una strada coraggiosa, pur fortemente criticati dalle rispettive opinioni pubbliche. Il che esalta i meriti di leader capaci di assumersi le responsabilità e le virtù di una politica in grado di decidere e di indicare le soluzioni per il bene comune, anche quando non sono popolari.

Stati Uniti e Pakistan: crisi di un rapporto asimmetrico

L’anno era il 2004. Nello studio ovale della casa Bianca sedeva George W. Bush, ad Islamabad governava il generale Pervez Musharraf, autore di un colpo di stato nel 1999.  Gli Stati Uniti, concentrati nelle operazioni militari (pur molto diverse tra loro) in Afghanistan contro i Talebani e in Iraq puntavano sul Pakistan per un decisivo sostegno nella regione, arrivando a definire il paese come uno dei “principali alleati non appartenenti alla NATO”.  Era stato così anche durante l’occupazione sovietica dell’Afghanistan a partire dal 1979, per un decennio, quando dal Pakistan venivano preparate e lanciate le azioni di guerriglia dei Mujahidin, i “patrioti” islamici bene addestrati per fronteggiare i russi.  Sono passati tre lustri, ma sembra un secolo. All’alba del 2018, il presidente Trump ha affidato ad un tweet un atto d’accusa verso Islamabad che apparentemente non lascia margini di fraintendimenti: «Gli Stati Uniti – ha scritto Trump - hanno stupidamente dato al Pakistan più di 33 miliardi di dollari in aiuti negli ultimi 15 anni, e loro non ci hanno dato altro che menzogne e inganni, pensando che i nostri leader siano degli stupidi. Proteggono gli stessi terroristi cui noi, poco aiutati, diamo la caccia in Afghanistan. Basta!». Il Pakistan “utile” della guerra fredda e della lotta ai Talebani si è trasformato, per Washington, in un Paese scomodo, ed i Pakistani sono tra coloro che più soffrono delle restrizioni sui visti introdotte da Trump. Ci si sarebbe potuti attendere una crisi diplomatica di ampie proporzioni; invece, la reazione del Pakistan è stata ferma ma tutto sommato misurata.  Nonostante le tensioni crescenti (divergenze sul significato di lotta al terrorismo, violazioni della sovranità del Pakistan da parte di forze americane impegnate in Afghanistan, uso dei droni con decine di vittime civili, ambivalenza del rapporto di Washington tra Islamabad e New Delhi) non sembra che Trump voglia spingere l’alleato asiatico nelle braccia della Cina o della Russia. La questione, piuttosto, dovrebbe essere, per le due parti, quella di risanare una “relazione tossica” sin dalle origini, perché basata su interessi strategici e sul sostegno militare (forniture di armi e di tecnologia bellica). Il Pakistan, in effetti, è alla ricerca di una sua strada, più autonoma, con una riduzione della dipendenza da Washington. I rapporti asimmetrici non giovano a nessuno. 

Armi o istituzioni

Ogni anno il SIPRI, l’Istituto internazionale di Stoccolma per le ricerche sulla pace, pubblica statistiche ragionate sulle spese militari nel mondo.  Rispetto al 2016, la spesa globale per armamenti è cresciuta, nel 2017, dell’1,1%, raggiungendo la cifra astronomica di 1739 Miliardi di dollari. Il meno che si possa dire è che la disponibilità di strumenti militari di varia taglia e natura non facilita la ricerca di soluzioni pacifiche alle crisi ed alle tensioni. Mentre gli Stati Uniti restano di gran lunga in testa alla classifica (nel 2017 hanno speso 610 miliardi dollari) la Cina si presenta con cifre di tutto rispetto, essendo progressivamente passata dal 5,8 percento della spesa mondiale del 2008 al 13 percento del 2017. Ma anche la spesa indiana per armamenti cresce, con un incremento del 5.5 percento rispetto al 2016. In generale, si osserva una “migrazione” delle spese militari dall’area atlantica a quella asiatica. E’ chiaro che in Asia non tutti credono che l’ascesa della Cina sia del tutto “pacifica”. Al contrario, anche per le difficoltà economiche, l’esborso in armamenti della Russia è sceso del 20 percento nel 2017 rispetto al 2016. 
La spesa militare più preoccupante, non in valore assoluto o percentuale, ma per il suo significato, riguarda il Medio Oriente, che ha fatto registrare un 6.2 percento in più rispetto al 2016, con punte in Iran (19 percento), Iraq (22 percento), Arabia Saudita (9.2 percento).   E ciò in una situazione di bilanci pubblici in crisi per via del calo del presso del petrolio. Cosa rivelano queste cifre? Per una parte, esse sono lo specchio di tensioni crescenti (si pensi alla contrapposizione tra Iran ed Arabia Saudita). Ma esse riflettono anche il declino di credibilità delle istituzioni internazionali e del sistema della “difesa collettiva” delle Nazioni Unite.  Non è vero che la guerra sia la continuazione della politica; essa ne rappresenta il pieno fallimento. Organizzazioni internazionali forti riducono l’incertezza, creano un terreno favorevole alle transazioni, al negoziato. L’attuale fase di ri-nazionalizzazione della politica mondiale lavora in senso opposto alla sicurezza internazionale, e la sensazione di imprevedibilità fa crescere l’illusione pericolosa di una difesa armata. In realtà, l’unico serio meccanismo di risoluzione delle crisi rimane una saggia ed equilibrata diplomazia preventiva, di cui c’è estremo bisogno.  


La doppia morale

Nel 1918, il Presidente degli Stati Uniti, Wilson, lanciò i suoi 14 punti per un riassetto del mondo dopo la tragedia della prima guerra mondiale. La prima questione posta da Wilson non riguardava la riconfigurazione dell’Europa, ma un tema generale: l’abolizione della diplomazia segreta. Il Presidente riteneva che tra le cause della guerra fosse da annoverarsi anche la mancanza di trasparenza e un accesso ristretto alle informazioni. Qualche ricostruzione storica, che mette bene in luce le conseguenze di rapporti internazionali governati da pratiche generalizzate di segretezza, arriva a suggerire che la Grande Guerra fu, in realtà, un Grande Malinteso, costato milioni di vittime. Oggi, a cento anni dal discorso di Wilson, abbiamo certamente fatto molti progressi, ma l’idea che alcuni canali del grande gioco internazionale debbano rimanere segreti resiste. Certo è difficile applicare alla politica mondiale quello che Bobbio diceva della democrazia, e cioè definirla come il governo del potere pubblico in pubblico, dove “pubblico” ha due significati a seconda che venga contrapposto a “privato” oppure a “segreto”. Ed è stupefacente, ma in fondo non sorprendente, che nel mondo dei big data permanga ancora attuale il ruolo dei servizi segreti. La crisi innescatasi tra Russia e Gran Bretagna (e che ha poi coinvolto i principali Paesi occidentali) sul tentato omicidio a Londra, tramite avvelenamento addirittura con un "agente nervino",  dell'ex spia russa Serghei Skripal, assieme alla figlia Yulia, riporta sulla scena una serie di fantasmi del secolo scorso, a cominciare proprio dalla sostanza chimica, che è stata messa al bando dalla convenzione sulle armi chimiche del 1993, dopo essere stata usata nella prima guerra mondiale come arma di distruzione di massa dall’esercito tedesco nella seconda battaglia di Ypres, il 22 aprile 1915. Il 13 febbraio 2017, a Kuala Lumpur, il fratellastro dell’autocrate   nordcoreano Kim Jong-un, Kim Jong-nam, fu ucciso proprio con il gas nervino, probabilmente dai servizi segreti nordcoreani.  Gas, spionaggio, controspionaggio, uccisioni “mirate” compongono un quadro inquietante, ben al di là della grave vicenda di Londra, perché sembrano riproporre la storia della “doppia morale”, che sarebbe diversa per gli affari pubblici rispetto al quelli privati. Così non è, e ciò che è immorale in privato lo rimane anche in pubblico.

Trump e l'Asia

Ci sono alcune certezze sulla nuova politica asiatica di Trump, emerse dopo il suo viaggio nella regione nel novembre 2017. Il primo dato riguarda il rapporto con la Cina di Xi Jinping. Nella prima fase della Presidenza Obama, si era ventilata la possibilità di un duopolio sino-americano nella politica mondiale. Oggi la nuova normalità sembra non tanto una rivalità, quanto un percorso parallelo per l’egemonia del XXI secolo.  L’idea sovranista di Trump  (“America First”)  appare tutto sommato una prospettiva di breve periodo, mentre a Pechino si ragiona in termini di decenni. La Cina non ha fretta, ma sin d’ora ha capovolto la retorica globalista: non è più Washington, ma Pechino, la centrale della globalizzazione, che oggi è più conveniente per quella parte del mondo. Il paese che costruì la Grande Muraglia sostiene che è necessario abbattere i muri dell’economia chiusa. Trump, per contro, iniziò il suo mandato annunciando, tra i molti “ritiri”, anche quello dalla “Trans-Pacific Partnership (TPP)”, un accordo commerciale con i Paesi dell’interna regione del Pacifico. A Washington non si ragiona più tanto di Asia-Pacifico, ma del rapporto con un’area Indo-pacifica, sugellando la sfasatura nel rapporto con la Cina. 
La seconda certezza riguarda la Corea del Nord, che, dopo avere portato la tensione ai massimi livelli con due test di missili balistici intercontinentali (capaci di colpire a migliaia di chilometri di distanza) e una nuova esplosione nucleare sperimentale, sembra voler evitare la strada del suicidio politico (ed anche militare). Kim Jong-un, come tutti gli autocrati, intende conservarsi al potere. Ciò non toglie che ora la situazione nell’area sia molto difficile da gestire, con un governo giapponese assertivo e senza inibizioni quanto ad un eventuale riarmo e la Corea del Sud in grande apprensione. In questo gioco rischioso si parla con sempre minore convinzione dell’obiettivo della de-nuclearizzazione della penisola coreana, vera soluzione strategica della crisi. 
Un terzo dato è costituito dalla propensione, non solo americana, a ridurre le relazioni politiche e diplomatiche tra i grandi attori della regione asiatica ad una somma di bilateralismi, di rapporti diretti tra governi, con un peso decrescente dei meccanismi di cooperazione regionale. E’ però un’illusione. Soprattutto in Asia, saranno le reti economiche, sociali, umane, a guidare la politica del futuro.






Un Rinascimento africano?

Mentre l’Unione Europea sembra soffrire di sintomi preoccupanti di disintegrazione, sarà la volta dell’Africa imboccare il cammino dell’integrazione? E’ la speranza della politica di questo secondo decennio del XXI secolo. Il ritorno del Marocco nell’Unione Africana, dopo 33 anni di assenza dopo la sua uscita dall’organizzazione per la questione dell’ex Sahara Occidentale, appare un buon segno, anche se molto c’è ancora da fare per risolvere una delle più antiche “questioni congelate” del continente. 
Da una parte, com’è emerso dall’ultimo vertice dell’Unione Africana di Addis Abeba, nel febbraio 2017, le spinte verso una maggiore cooperazione sono evidenti e forti; dall’altra, anche nel continente africano si producono meccanismi “sovranisti” che inducono a credere che l’interesse nazionale significhi contare solo sulle proprie forze. In realtà, in Africa come altrove, l’interesse nazionale non corrisponde sempre con l’interesse popolare, e serve a giustificare politiche che favoriscono élite economiche e politiche. Molti paesi africani si affacciano alla soglia dello sviluppo, come la Nigeria, come il Kenya, come la stessa Etiopia, ciascuno secondo un percorso diverso. Ma appare illusorio ritenere che l’Africa possa davvero decollare senza un minimo di infrastrutture, non solo nel senso di trasporti e interconnessioni energetiche, ma anche di infrastrutture umane che consentano ad esempio di accrescere gli scambi nel settore universitario e della formazione. In Occidente parliamo spesso della minaccia del terrorismo, che trova adesso in Africa molti centri di riorganizzazione (come nel Sahel) con gruppi vecchi e nuovi e sigle sinistre (da Boko Haram a Daesh a Aqmi), e sicuramente abbiamo il diritto e il dovere di proteggere le nostre società. Dimentichiamo però che il tema critico dell’Africa è quello della “sicurezza umana”, cioè condizioni di vita decenti, la speranza del futuro, oltre all’incolumità personale e il rischio della vita, che è una costante in molti Paesi del continente. Al Vertice di Addis Abeba si è parlato di un’Africa “senza complessi” nei confronti del Nord del mondo, di un’Africa che non solo parla del suo futuro, ma che lo pianifica con un’Agenda programmatica, “Africa 2063”: per un continente politicamente unito, sviluppato secondo un modello sostenibile, dotato di una sua autonoma e forte identità culturale. Insomma, la speranza di un Rinascimento africano.

La speranza di Cipro

Dentro l’Europa, e ai suoi confini, c’è un muro ancora da abbattere. E’ quello che attraversa Cipro, e che segna una frattura che nemmeno la fine della Guerra Fredda è riuscita a sanare. Il confronto tra le due comunità storiche dell’isola, quella greco-cipriota e quella turco-cipriota, prese una piega politico-militare e internazionale nel 1974, quando la Turchia occupò la parte settentrionale dell’”isola di Afrodite”, come narra la mitologia della Grecia classica.
In seguito la parte occupata (36% del territorio) divenne la Repubblica turca di Cipro Nord, mentre nel 2004 la Repubblica di Cipro (greco-cipriota) ha aderito all’Unione Europea nonostante la divisione de facto dell’isola. La partizione dell’isola lungo la cosiddetta “linea verde” è monitorata da caschi blu dell’ONU, costituendo così una missione di “peace-keeping” all’interno della stessa Unione Europea! Cipro ha avuto la sua “bolla” edilizia e ha bevuto anch’essa l’amara medicina  della “troika” europea: l’austerità.
Ma Cipro è pure il “Medio Oriente” europeo, non solo per la sua prossimità alla regione, ma anche per il suo coinvolgimento nelle crisi e dinamiche in atto, a partire dal suo ruolo di base aereo-navale della NATO (e rinnovate relazioni anche con la Russia) per continuare con il suo carattere di piazza finanziaria per capitali in cerca di contesti più sicuri per finire con le prospettive di giacimenti energetici enormi nel mediterraneo orientale (già scoperti al largo di Israele e di Egitto) che potrebbero trasformare questa regione, nel bene e nel male, in una sorta di nuovo “golfo Persico”.
La delicatezza della collocazione geo-politica di Cipro sembra incoraggiare, oggi più di ieri, i tentativi di uscire da un “conflitto congelato” che politicamente non ha mai cessato di restare caldo.  

Un piano delle Nazioni Unite, promosso da Kofi Annan, fu rigettato dai turco-ciprioti per referendum nel 2004. Ma i termini rimangono validi, non potendosi immaginare per Cipro se non la soluzione di una repubblica federale unificata che però contempli una partecipazione agli organi di governo e di rappresentanza su base bi-nazionale e bi-comunitaria (per esempio, il Presidente greco-cipriota e il vice-presidente turco-cipriota; oppure a rotazione). Il presidente turco-cipriota Mustafa Akinci e quello greco-cipriota Nicos Anastasiades hanno mostrato, recentemente, una rinnovata volontà di intesa verso la riunificazione, e di voler assumere il destino dell’isola nelle loro  mani, senza i pesanti condizionamenti storici delle rispettive “nazioni tutelari” (Grecia e Turchia) o attori internazionali esterni. Né muro né frontiera, Cipro vuole tornare ad essere un crocevia, una terra plurale.

Sei rischi esistenziali per l'Europa


Nel momento in cui una nuova tragedia, provocata dalla furia del terrorismo cieco ed implacabile, colpisce la “capitale dell’Europa”, è oggettivamente difficile mantenere la lucidità necessaria per capirne la portata e per comprendere che agire, più che reagire, è la risposta davvero strategica che dobbiamo avere la capacità di articolare. Anzitutto, dobbiamo renderci conto che colpire Bruxelles ha un chiaro intento politico, rivolto non tanto e non solo al Belgio, quanto  all’Unione Europea in quanto tale, come istituzione integrativa di 28 paesi europei. E’ un’intimidazione intesa a ripercuotersi, perciò, in tutti gli Stati membri, e che persegue lo scopo di portare la guerra dell’ISIS nel cuore dell’Europa, con l’obiettivo di allargare il fronte dei paesi coinvolti. L’unisca speranza dell’ISIS, contrariamente a quanto si crede, consiste proprio nell’espandere le frontiere del caos, nell’estendere la sua trincea nei gangli delle nostre democrazie. 
Sono molteplici i livelli sui cui è necessario “agire”.
In primo luogo, come sempre dinanzi a shock violentissimi la prima tentazione è quella di prevedere misure straordinarie, stati di eccezione, sospensione di regole e di procedure democratiche. Ma se c’è un paradigma che distingue le democrazie rispetto all’oscurantismo del terrore è proprio quella di combattere volutamente  “con una mano legata dietro la schiena”, e cioè quella di non farsi trascinare nel baratro della rinuncia alla libertà in cambio di una (illusoria) sicurezza. L’obiettivo del terrorismo è, tra l’altro, proprio quello di dimostrare che lo stato  democratico è inefficace, è incapace di proteggere i propri cittadini e pertanto è delegittimato, perché inetto. Insomma, la democrazia non servirebbe in situazioni di crisi. Il punto è che questa distorta rappresentazione della democrazia è fatta propria non solo da populisti e demagoghi, ma anche da analisti e intellettuali più o meno autorevoli.
Sarebbe però un cedimento gravissimo, lo stesso che ha portato gli Stati Uniti, dopo l’11 settembre, ad adottare il “Patriot  Act”, cioè una legislazione draconiana che ha avuto non solo l’effetto di restringere le libertà fondamentali anzitutto degli Americani, ma anche di fornire una sorta di lasciapassare per la violazione “legalizzata” dei diritti umani. Se oggi un candidato alla Presidenza degli Stati Uniti può pensare di chiudere le frontiere a tutti i messicani e a tutti gli “Islamici”, se può affermare che la tortura è una pratica ammissibile, si deve proprio a questa infezione della democrazia, a questo inquinamento dell’opinione pubblica, che costituisce, in qualche modo, una vittoria del terrorismo.
Tutto ciò è inutile oltre che dannoso, giacché le democrazie hanno tutti gli strumenti per difendersi: misure di polizia, possibilità di controlli a vari livelli, mezzi giuridici, mezzi politici, mezzi informativi e comunicativi. Basta usarli bene e con tutte le loro potenzialità, senza che ci sia bisogno di giustificare l’accantonamento della legalità con la situazione di emergenza. Gli attentati di Bruxelles, ad esempio, non sono dovuti alla mancanza di strumenti, ma al fatto che essi non sono stati utilizzati in modo coordinato e pro-attivo.
Il secondo rischio è quello di credere che il pericolo per la nostra sicurezza venga dall’esterno. La minaccia, a Bruxelles come a Parigi, è più endogena che esogena, e bisognerà pure interrogarsi sul perché i kamikaze crescono nelle città europee, dotati di cittadinanza e di passaporti europei. Il tema delle periferie ghettizzate o delle enclave metropolitane è stato trascurato per troppo tempo; ciò non riguarda solo gli aspetti, pur fondamentali, della sicurezza, ma anche e soprattutto i fenomeni di alienazione e di “tradimento” della patria di residenza, che sanciscono il fallimento culturale e civile delle politiche di integrazione. Certo, la radicalizzazione è spesso il risultato di deleterie influenze esterne, e il caso macroscopico è quello dei foreign fighters europei di ritorno, addestrati nel sedicente stato pseudo-islamico, ma ciò non toglie che il contesto urbano degradato e la marginalità giochino un ruolo tutt’altro che secondario, se non altro perché non producono i necessari anticorpi contro la deriva dell’estremismo violento.
Il terzo rischio, collegato al punto precedente, è che la paura finisca per ampliare il “fronte del rifiuto” rispetto alla questione dei rifugiati e dei migranti, accomunando indistintamente migrazioni e terrorismo, e cioè confondendo gli effetti con le cause, dimenticando che i rifugiati sono essi stessi vittime di terrorismo, persecuzioni, guerra. I segnali che vediamo sono preoccupanti, con l’aggravante di una strumentalizzazione politica vergognosa e disumana, che gioca con le giuste preoccupazioni dei cittadini per ottenere consensi e conquistare scranni elettorali.
Fermo restando che un politico avrebbe il dovere di guidare, di spiegare, di argomentare, più che di inseguire l’opinione prevalente, cercando anzi di cambiarla in nome della verità (almeno quella con la lettera minuscola), verrebbe da dire che in queste condizioni sarebbe di gran lunga più dignitoso per un politico perdere le elezioni piuttosto che guadagnare fette di potere con un metodo strutturalmente disonesto e manipolativo, oltre che irresponsabile e, alla lunga, auto-distruttivo, per sé stesso, per la società, per la politica e la sua credibilità.
Il quarto rischio è che la minaccia terroristica dell’ISIS contribuisca a demolire quanto è ancora rimasto in piedi dell’integrazione europea – dopo la sospensione di Schengen, il ripiegamento sulla sicurezza nazionale, l’inquietante risposta all’emergenza dei rifugiati –, con l’idea che le nostre piccole patrie possano realmente costituire il nostro orizzonte di salvezza. Tutto ciò è paradossale: il terrorismo è transnazionale per definizione, tutte le più grandi sfide che dobbiamo fronteggiare sono globali, e dunque ci sarebbe bisogno di una dimensione realmente europea, in termini di intelligence, di condivisione di informazioni, di coordinamento di azioni preventive.
Invece di rafforzarci, rischiamo così di indebolirci, e di aumentare in modo esponenziale la nostra vulnerabilità. La domanda seria che dovremmo porci non è se crediamo o meno all’Europa quasi fosse un articolo di fede, ma se senza l’Europa possiamo davvero pensare di avere una qualche incidenza, anche in termini di garantire la nostra sicurezza, in un mondo globalizzato e trans-nazionalizzato.
Il quinto rischio è che la contrapposizione tra mondo euro-atlantico e mondo arabo, che è uno degli intenti fondamentali dell’ISIS, diventi, almeno nella facile retorica politica, una realtà irreversibile, con l’aggravante di una dimensione religiosa (Cristianesismo contro Islam). È cruciale che tutte le istanze e le voci capaci di smontare questo assioma falso e rozzo abbiano spazio e risonanza. C’è una sorta di scisma non dichiarato nell’Islam sunnita, che è quello del sedicente stato pseudo-islamico e di tutti i terrorismi ad esso affini, e che va ben oltre le stesse correnti salafite e wahabbite, che sempre più tendono a distinguersi rispetto al terrore nichilista dell’ISIS e di Al Qaeda, come pure di Boko Haram.
I Cristiani sono perseguitati in Siria e Iraq, ma lo sono pure gli sciiti, gli yazidi, le correnti che si rifanno alla tradizione sufita, i sunniti che rifiutano una versione degenerata della Jihad e l’arruolamento forzato sotto il Califfato. Qui non si tratta di scontro di civiltà, ma di isolare e arginare l’inciviltà dello scontro.
Il sesto rischio, che molti commentatori “muscolari” sembrano non considerare, è quello di una militarizzazione delle politiche estere dei Paesi europei, quasi che il “male” dell’estremismo violento e possa essere estirpato dal Medio Oriente e dal Nordafrica mettendo, come si dice, gli “stivali sul terreno”, cioè con interventi diretti nei conflitti. Non ci ha risparmiato questo consiglio neanche Tony Blair, che appena pochi giorni fa si era “scusato” per l’intervento in Iraq, fonte di quasi tutti i nostri problemi attuali. Più accorto Obama, che ha definito un “errore” l’intervento in Libia nel 2011, condendo però l’affermazione con una certa dose di veleno nei confronti degli “alleati (europei) scrocconi”, che contato cioè sempre sugli Stati Uniti quando si tratta di agire militarmente.
In Libia, come in Siria ed in Iraq, si tratta di far qualcosa di assai più incisivo e radicale rispetto ai bombardamenti o alle invasioni, e cioè mettere in atto una strategia che isoli il terrorismo, che punti a sostenere davvero quanti intendono ricostruire il patto fondativo nazionale, senza il quale si rischia di appoggiare una fazione contro l’altra, con effetti dirompenti. È quello che hanno fatto in Siria, dal 2011, le Monarchie del Golfo, l’Iran, la Turchia, la Russia, ma anche l’Europa e gli Stati Uniti, in ordine sparso, con una confusione ed improvvisazione tale da avvalorare la convinzione che se tutti se ne fossero astenuti oggi la situazione non sarebbe forse peggiore di quella che ci ritroviamo dinanzi. È quello che hanno fatto gli Europei bombardando il regime di Gheddafi nel 2011 senza avere la più pallida idea di cosa fare immediatamente dopo.
Insomma, il momento è drammatico e non possiamo scherzare con le parole, con le narrazioni, con la storia. Un aforisma riferito alla politica italiana di qualche anno fa diceva che “la situazione è drammatica, ma non seria”. Facciamo in modo che la politica europea sia, invece, seria, e ricordiamoci che nel 2012 l’Unione Europea ha ricevuto il Premio Nobel per la pace. Meritiamocelo in questa ora tragica, ricordando al mondo che l’integrazione è non solo una grande invenzione europea, ma anche la prefigurazione di rapporti internazionali da rifondare. Abbiamo avuto la dimostrazione, dopo i suicidi delle due guerre mondiali del XX secolo, che accontentarci di una precaria “pace fredda” o di una “pace a bassa intensità” in Europa, come altrove, non serve a prevenire i conflitti, e che la pace richiede il massimo di impegno e di rischio. Ci vuole molto più coraggio e molta più strategia a vincere la pace di quanto ce ne vogliano in qualunque guerra.