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Il mondo "liquido"

C’è chi pensa che, in Medio Oriente, in Africa, in Asia, ci sia la possibilità di riprodurre l’intuizione che è alla base dell’Unione Europea con la messa in comune, nel 1950, del carbone e dell’acciaio, gli “ingredienti” della macchina bellica delle potenze europee, ed in particolare di Francia e Germania. Solo che, invece del carbone e dell’acciaio, le risorse da condividere sarebbero, oggi, il petrolio e l’acqua. 
Alcuni sviluppi recenti, ad esempio, come il rinvenimento di grandi giacimenti di gas nelle acque territoriali di Egitto, Israele, Libano, Cipro, rendono tale prospettiva estremamente attuale, anche se estremamente improbabile, viste le tensioni nell’area. 
Ma che dire dell’acqua? Esiste, ad esempio, un mega-progetto di collegamento tra il Mar Rosso ed il Mar Morto, per rimpinguare il livello di quest’ultimo (sceso in modo preoccupante) che però è bloccato da conflitti e diffidenze reciproche. In modo molto più drammatico, in Africa il lago Ciad, dal 1963, ha perso circa il 90 per cento della sua massa d'acqua, con conseguenze devastanti per la sicurezza alimentare delle popolazioni. Il progetto “Transacqua” si base sull’idea di portare acqua proprio verso quel lago, in via di progressiva desertificazione, tramite dighe, reti idriche e canali addirittura dal bacino del Congo. Ma dove sono i finanziamenti? 
Sempre in Africa, l’Etiopia ha lanciato il progetto della più grande diga del continente, la “Grand Ethiopian Renaissance Dam”, superiore a quella di Assuan in Egitto, e che creerà un nuovo lago di 1874 chilometri quadrati.  Il fiume interessato – che non è certo secondario per la storia della regione e persino per la storia dell’umanità - è il Nilo, e l’Egitto ha ovviamente fatto sentire forte la sua voce contraria, temendo conseguenze a valle del grande fiume, e la tensione tra Il Cairo e Addis Abeba è alta. Eppure proprio questa vicenda potrebbe essere assunta a paradigma della dimensione transnazionale di tutti i fattori che contano nella politica degli stati e per i popoli delle aree più svantaggiate, e la cui situazione è aggravata dal caos climatico e geo-politico. La Grande Diga è, il caso di dirlo, un metaforico spartiacque tra appropriazione e condivisione, tra sovranità e solidarietà. Dietro tutte le questioni “liquide” del pianeta si celano scelte politiche fondamentali per il futuro del mondo, ben oltre la politica internazionale.

La speranza di Cipro

Dentro l’Europa, e ai suoi confini, c’è un muro ancora da abbattere. E’ quello che attraversa Cipro, e che segna una frattura che nemmeno la fine della Guerra Fredda è riuscita a sanare. Il confronto tra le due comunità storiche dell’isola, quella greco-cipriota e quella turco-cipriota, prese una piega politico-militare e internazionale nel 1974, quando la Turchia occupò la parte settentrionale dell’”isola di Afrodite”, come narra la mitologia della Grecia classica.
In seguito la parte occupata (36% del territorio) divenne la Repubblica turca di Cipro Nord, mentre nel 2004 la Repubblica di Cipro (greco-cipriota) ha aderito all’Unione Europea nonostante la divisione de facto dell’isola. La partizione dell’isola lungo la cosiddetta “linea verde” è monitorata da caschi blu dell’ONU, costituendo così una missione di “peace-keeping” all’interno della stessa Unione Europea! Cipro ha avuto la sua “bolla” edilizia e ha bevuto anch’essa l’amara medicina  della “troika” europea: l’austerità.
Ma Cipro è pure il “Medio Oriente” europeo, non solo per la sua prossimità alla regione, ma anche per il suo coinvolgimento nelle crisi e dinamiche in atto, a partire dal suo ruolo di base aereo-navale della NATO (e rinnovate relazioni anche con la Russia) per continuare con il suo carattere di piazza finanziaria per capitali in cerca di contesti più sicuri per finire con le prospettive di giacimenti energetici enormi nel mediterraneo orientale (già scoperti al largo di Israele e di Egitto) che potrebbero trasformare questa regione, nel bene e nel male, in una sorta di nuovo “golfo Persico”.
La delicatezza della collocazione geo-politica di Cipro sembra incoraggiare, oggi più di ieri, i tentativi di uscire da un “conflitto congelato” che politicamente non ha mai cessato di restare caldo.  

Un piano delle Nazioni Unite, promosso da Kofi Annan, fu rigettato dai turco-ciprioti per referendum nel 2004. Ma i termini rimangono validi, non potendosi immaginare per Cipro se non la soluzione di una repubblica federale unificata che però contempli una partecipazione agli organi di governo e di rappresentanza su base bi-nazionale e bi-comunitaria (per esempio, il Presidente greco-cipriota e il vice-presidente turco-cipriota; oppure a rotazione). Il presidente turco-cipriota Mustafa Akinci e quello greco-cipriota Nicos Anastasiades hanno mostrato, recentemente, una rinnovata volontà di intesa verso la riunificazione, e di voler assumere il destino dell’isola nelle loro  mani, senza i pesanti condizionamenti storici delle rispettive “nazioni tutelari” (Grecia e Turchia) o attori internazionali esterni. Né muro né frontiera, Cipro vuole tornare ad essere un crocevia, una terra plurale.

Sei rischi esistenziali per l'Europa


Nel momento in cui una nuova tragedia, provocata dalla furia del terrorismo cieco ed implacabile, colpisce la “capitale dell’Europa”, è oggettivamente difficile mantenere la lucidità necessaria per capirne la portata e per comprendere che agire, più che reagire, è la risposta davvero strategica che dobbiamo avere la capacità di articolare. Anzitutto, dobbiamo renderci conto che colpire Bruxelles ha un chiaro intento politico, rivolto non tanto e non solo al Belgio, quanto  all’Unione Europea in quanto tale, come istituzione integrativa di 28 paesi europei. E’ un’intimidazione intesa a ripercuotersi, perciò, in tutti gli Stati membri, e che persegue lo scopo di portare la guerra dell’ISIS nel cuore dell’Europa, con l’obiettivo di allargare il fronte dei paesi coinvolti. L’unisca speranza dell’ISIS, contrariamente a quanto si crede, consiste proprio nell’espandere le frontiere del caos, nell’estendere la sua trincea nei gangli delle nostre democrazie. 
Sono molteplici i livelli sui cui è necessario “agire”.
In primo luogo, come sempre dinanzi a shock violentissimi la prima tentazione è quella di prevedere misure straordinarie, stati di eccezione, sospensione di regole e di procedure democratiche. Ma se c’è un paradigma che distingue le democrazie rispetto all’oscurantismo del terrore è proprio quella di combattere volutamente  “con una mano legata dietro la schiena”, e cioè quella di non farsi trascinare nel baratro della rinuncia alla libertà in cambio di una (illusoria) sicurezza. L’obiettivo del terrorismo è, tra l’altro, proprio quello di dimostrare che lo stato  democratico è inefficace, è incapace di proteggere i propri cittadini e pertanto è delegittimato, perché inetto. Insomma, la democrazia non servirebbe in situazioni di crisi. Il punto è che questa distorta rappresentazione della democrazia è fatta propria non solo da populisti e demagoghi, ma anche da analisti e intellettuali più o meno autorevoli.
Sarebbe però un cedimento gravissimo, lo stesso che ha portato gli Stati Uniti, dopo l’11 settembre, ad adottare il “Patriot  Act”, cioè una legislazione draconiana che ha avuto non solo l’effetto di restringere le libertà fondamentali anzitutto degli Americani, ma anche di fornire una sorta di lasciapassare per la violazione “legalizzata” dei diritti umani. Se oggi un candidato alla Presidenza degli Stati Uniti può pensare di chiudere le frontiere a tutti i messicani e a tutti gli “Islamici”, se può affermare che la tortura è una pratica ammissibile, si deve proprio a questa infezione della democrazia, a questo inquinamento dell’opinione pubblica, che costituisce, in qualche modo, una vittoria del terrorismo.
Tutto ciò è inutile oltre che dannoso, giacché le democrazie hanno tutti gli strumenti per difendersi: misure di polizia, possibilità di controlli a vari livelli, mezzi giuridici, mezzi politici, mezzi informativi e comunicativi. Basta usarli bene e con tutte le loro potenzialità, senza che ci sia bisogno di giustificare l’accantonamento della legalità con la situazione di emergenza. Gli attentati di Bruxelles, ad esempio, non sono dovuti alla mancanza di strumenti, ma al fatto che essi non sono stati utilizzati in modo coordinato e pro-attivo.
Il secondo rischio è quello di credere che il pericolo per la nostra sicurezza venga dall’esterno. La minaccia, a Bruxelles come a Parigi, è più endogena che esogena, e bisognerà pure interrogarsi sul perché i kamikaze crescono nelle città europee, dotati di cittadinanza e di passaporti europei. Il tema delle periferie ghettizzate o delle enclave metropolitane è stato trascurato per troppo tempo; ciò non riguarda solo gli aspetti, pur fondamentali, della sicurezza, ma anche e soprattutto i fenomeni di alienazione e di “tradimento” della patria di residenza, che sanciscono il fallimento culturale e civile delle politiche di integrazione. Certo, la radicalizzazione è spesso il risultato di deleterie influenze esterne, e il caso macroscopico è quello dei foreign fighters europei di ritorno, addestrati nel sedicente stato pseudo-islamico, ma ciò non toglie che il contesto urbano degradato e la marginalità giochino un ruolo tutt’altro che secondario, se non altro perché non producono i necessari anticorpi contro la deriva dell’estremismo violento.
Il terzo rischio, collegato al punto precedente, è che la paura finisca per ampliare il “fronte del rifiuto” rispetto alla questione dei rifugiati e dei migranti, accomunando indistintamente migrazioni e terrorismo, e cioè confondendo gli effetti con le cause, dimenticando che i rifugiati sono essi stessi vittime di terrorismo, persecuzioni, guerra. I segnali che vediamo sono preoccupanti, con l’aggravante di una strumentalizzazione politica vergognosa e disumana, che gioca con le giuste preoccupazioni dei cittadini per ottenere consensi e conquistare scranni elettorali.
Fermo restando che un politico avrebbe il dovere di guidare, di spiegare, di argomentare, più che di inseguire l’opinione prevalente, cercando anzi di cambiarla in nome della verità (almeno quella con la lettera minuscola), verrebbe da dire che in queste condizioni sarebbe di gran lunga più dignitoso per un politico perdere le elezioni piuttosto che guadagnare fette di potere con un metodo strutturalmente disonesto e manipolativo, oltre che irresponsabile e, alla lunga, auto-distruttivo, per sé stesso, per la società, per la politica e la sua credibilità.
Il quarto rischio è che la minaccia terroristica dell’ISIS contribuisca a demolire quanto è ancora rimasto in piedi dell’integrazione europea – dopo la sospensione di Schengen, il ripiegamento sulla sicurezza nazionale, l’inquietante risposta all’emergenza dei rifugiati –, con l’idea che le nostre piccole patrie possano realmente costituire il nostro orizzonte di salvezza. Tutto ciò è paradossale: il terrorismo è transnazionale per definizione, tutte le più grandi sfide che dobbiamo fronteggiare sono globali, e dunque ci sarebbe bisogno di una dimensione realmente europea, in termini di intelligence, di condivisione di informazioni, di coordinamento di azioni preventive.
Invece di rafforzarci, rischiamo così di indebolirci, e di aumentare in modo esponenziale la nostra vulnerabilità. La domanda seria che dovremmo porci non è se crediamo o meno all’Europa quasi fosse un articolo di fede, ma se senza l’Europa possiamo davvero pensare di avere una qualche incidenza, anche in termini di garantire la nostra sicurezza, in un mondo globalizzato e trans-nazionalizzato.
Il quinto rischio è che la contrapposizione tra mondo euro-atlantico e mondo arabo, che è uno degli intenti fondamentali dell’ISIS, diventi, almeno nella facile retorica politica, una realtà irreversibile, con l’aggravante di una dimensione religiosa (Cristianesismo contro Islam). È cruciale che tutte le istanze e le voci capaci di smontare questo assioma falso e rozzo abbiano spazio e risonanza. C’è una sorta di scisma non dichiarato nell’Islam sunnita, che è quello del sedicente stato pseudo-islamico e di tutti i terrorismi ad esso affini, e che va ben oltre le stesse correnti salafite e wahabbite, che sempre più tendono a distinguersi rispetto al terrore nichilista dell’ISIS e di Al Qaeda, come pure di Boko Haram.
I Cristiani sono perseguitati in Siria e Iraq, ma lo sono pure gli sciiti, gli yazidi, le correnti che si rifanno alla tradizione sufita, i sunniti che rifiutano una versione degenerata della Jihad e l’arruolamento forzato sotto il Califfato. Qui non si tratta di scontro di civiltà, ma di isolare e arginare l’inciviltà dello scontro.
Il sesto rischio, che molti commentatori “muscolari” sembrano non considerare, è quello di una militarizzazione delle politiche estere dei Paesi europei, quasi che il “male” dell’estremismo violento e possa essere estirpato dal Medio Oriente e dal Nordafrica mettendo, come si dice, gli “stivali sul terreno”, cioè con interventi diretti nei conflitti. Non ci ha risparmiato questo consiglio neanche Tony Blair, che appena pochi giorni fa si era “scusato” per l’intervento in Iraq, fonte di quasi tutti i nostri problemi attuali. Più accorto Obama, che ha definito un “errore” l’intervento in Libia nel 2011, condendo però l’affermazione con una certa dose di veleno nei confronti degli “alleati (europei) scrocconi”, che contato cioè sempre sugli Stati Uniti quando si tratta di agire militarmente.
In Libia, come in Siria ed in Iraq, si tratta di far qualcosa di assai più incisivo e radicale rispetto ai bombardamenti o alle invasioni, e cioè mettere in atto una strategia che isoli il terrorismo, che punti a sostenere davvero quanti intendono ricostruire il patto fondativo nazionale, senza il quale si rischia di appoggiare una fazione contro l’altra, con effetti dirompenti. È quello che hanno fatto in Siria, dal 2011, le Monarchie del Golfo, l’Iran, la Turchia, la Russia, ma anche l’Europa e gli Stati Uniti, in ordine sparso, con una confusione ed improvvisazione tale da avvalorare la convinzione che se tutti se ne fossero astenuti oggi la situazione non sarebbe forse peggiore di quella che ci ritroviamo dinanzi. È quello che hanno fatto gli Europei bombardando il regime di Gheddafi nel 2011 senza avere la più pallida idea di cosa fare immediatamente dopo.
Insomma, il momento è drammatico e non possiamo scherzare con le parole, con le narrazioni, con la storia. Un aforisma riferito alla politica italiana di qualche anno fa diceva che “la situazione è drammatica, ma non seria”. Facciamo in modo che la politica europea sia, invece, seria, e ricordiamoci che nel 2012 l’Unione Europea ha ricevuto il Premio Nobel per la pace. Meritiamocelo in questa ora tragica, ricordando al mondo che l’integrazione è non solo una grande invenzione europea, ma anche la prefigurazione di rapporti internazionali da rifondare. Abbiamo avuto la dimostrazione, dopo i suicidi delle due guerre mondiali del XX secolo, che accontentarci di una precaria “pace fredda” o di una “pace a bassa intensità” in Europa, come altrove, non serve a prevenire i conflitti, e che la pace richiede il massimo di impegno e di rischio. Ci vuole molto più coraggio e molta più strategia a vincere la pace di quanto ce ne vogliano in qualunque guerra.   

La Tunisia, "vicina" dell'Europa

Sotto l’emozione e l’orrore per le azioni terroristiche condotte in Tunisia “per conto” dell’Isis, ci si è dimenticati del fatto che questo piccolo Paese dirimpettaio dell’Italia ha faticosamente e tenacemente costruito un nuovo sistema politico e un nuovo quadro costituzionale, ha sottoscritto un nuovo patto fondativo che rappresenta la sua forza e al tempo stesso, probabilmente, anche la ragione per cui è nel mirino degli estremisti violenti. La Primavera Araba, iniziata in Tunisia nel 2010, proprio nella Tunisia ha ora l’unico modello funzionante, grazie al coinvolgimento di tutti gli attori nazionali, incluso l’islamismo politico, nel progetto di un nuovo Paese. Rachid Gannouchi, leader del partito di ispirazione islamica Ennahda, non solo ha nettamente condannato l’ultima serie di attentati, ma ha anche affermato senza alcuna ambiguità che l’Isis rappresenta una minaccia per la Tunisia, per l’Islam dialogante e per l’Europa. Non è da sottovalutare inoltre che dalla Tunisia provengono centinaia di giovani che hanno deciso di arruolarsi nelle milizie del Califfato. La transizione alla democrazia avviata in Tunisia non sarà perfetta, come del resto avviene in tutte le fasi di passaggio da un sistema politico-istituzionale ad un altro, ma ha mostrato una tenuta che fa ben sperare sul suo consolidamento e sugli sviluppi futuri. E’ ovvio che l’interesse a far deragliare questo delicato processo è grande da parte di tutti i gruppi che scommettono invece sul caos e su una logica di guerra di tutti contro tutti. Se davvero vuole che la Tunisia abbia successo in questa opera di ricostruzione sociale e politica, allora l’Europa deve rispettare lo stesso significato del gergo politico che ama usare, come quello di “vicinato”, riferito in particolare al Mediterraneo. Trovarsi accanto dei vicini è una cosa, sceglierli davvero come amici è un’altra. E’ questa operazione che l’Europa deve compiere con la sponda Sud, e in special modo con la Tunisia, uscendo da una logica basata solo su finanza, mobilità e mercato, per entrare in un vero e proprio partenariato, fondato sulla pari dignità e sul reciproco impegno.

Obama tra scelte e necessità


All’inizio del mandato di Obama, la politica estera del primo presidente afroamericano degli Stati Uniti fu caricata di eccezionali aspettative, in parte giustificate dal carattere multilaterale e dal realismo etico che la Casa Bianca avrebbe voluto imprimerle. Obama si è trovato però non solo a dover raccogliere la difficile eredità dei due conflitti iniziati dal suo predecessore – e delle ripercussioni che essi hanno avuto sul teatro mediorientale e sui rapporti con il mondo arabo-islamico –, ma a dover agire proprio nel momento di ridefinizione della mappa del potere mondiale. Il presidente americano, in sostanza, è stato costretto dalle circostanze a ripensare il ruolo degli USA in un mondo in cui l’egemonia occidentale incontra crescenti resistenze.
Morten Wetland, ambasciatore della Norvegia alle Nazioni Unite dal 2008 al 2012, ha recentemente affermato di aver vissuto il suo momento più imbarazzante al Palazzo di vetro in occasione del conferimento del premio Nobel per la pace per il 2009 a Barack Obama, da poco eletto 44° presidente degli Stati Uniti.1 Secondo il racconto di Wetland, il suo collega a Washington, Wegger Strømmen, lo avrebbe chiamato per informarlo di aver ricevuto una reprimenda dal Chief of Staff della Casa Bianca (all’epoca Rahm Emanuel), poiché il premio, contrariamente a quanto si sarebbe potuto pensare, avrebbe messo Obama in una difficile posizione. Pare che Emanuel abbia affermato, in tale circostanza, che il Nobel per la pace avrebbe finito per restringere la libertà del presidente di stabilire in piena autonomia la propria agenda in campo internazionale. L’episodio è, in qualche modo, emblematico dell’operato di Obama in politica estera. Da una parte, la volontà di stabilire una netta discontinuità rispetto al recente passato; dall’altra, la necessità di tener conto di una realtà internazionale in una fase di radicale ristrutturazione di equilibri, di alleanze, di rapporti di forza.
La motivazione del Nobel, in verità, conteneva i due elementi su cui Obama aveva annunciato di voler riformulare la politica estera americana: il multilateralismo e il dialogo come “regola d’ingaggio”. Più in generale, l’articolazione del ruolo americano nel mondo appariva ispirarsi, nella visione di Obama, a un sano realismo etico dopo gli eccessi ideologici e persino messianici dei neoconservatori durante gli otto anni di presidenza di George W. Bush. Non v’è dubbio che all’inizio del suo first term (2009-12) Obama puntò a cambiare anzitutto il clima dei rapporti internazionali. Basti ricordare i messaggi al mondo islamico (e in particolare il discorso del Cairo del 4 giugno 2009) e l’iniziativa a favore del disarmo nucleare lanciata sulla piazza di Praga il 5 aprile 2009 (“l’opzione zero”), senza trascurare il recente annuncio di una nuova fase nelle relazioni con Cuba dopo decenni di embargo e politica di isolamento nei confronti di L’Avana. Oggi bisogna riconoscere che di realismo ce n’è stato tanto (l’uccisione di Osama bin Laden con una riuscita incursione militare in pieno territorio pachistano; l’uso di droni in funzione antiterrorismo ma non privi di “effetti collaterali” – letali – sui civili; la mancata chiusura del centro extraterritoriale di detenzione straordinaria di Guantánamo; la questione dello spionaggio politico su vasta scala attraverso i programmi della National Security Agency), mentre l’etica ha fatto molta più fatica a farsi strada nelle complicazioni crescenti della politica mondiale. Occorre però, anzitutto, ricordarsi del punto di partenza. Obama raccolse la complessa eredità di due conflitti (Afghanistan e Iraq), di un profondo risentimento nel mondo arabo-islamico per una “guerra al terrorismo” le cui modalità, secondo alcuni analisti, alimentarono ulteriormente i suoi focolai e i suoi centri di incubazione, di una reazione di autodifesa dinanzi alla teoria del contagio (la diffusione ineluttabile della democrazia liberaldemocratica di stampo occidentale e di un modello economico globalizzante di tipo liberista), di uno scontro di civiltà divenuto una profezia che si autoavvera.
Obama ha mantenuto la promessa di mettere fine all’intervento militare in Iraq, mentre è in piena attuazione il programma di disimpegno dall’Afghanistan. Nel frattempo, però, altri fronti si sono aperti, persino più impervi e intrattabili. La questione libica, lasciata sostanzialmente nelle mani degli europei, ha ancora oggi – per dire il meno – le fattezze di una missione largamente incompiuta. Il dilemma siriano, con Assad ormai internazionalmente screditato, da un lato, e la minaccia dello Stato Islamico, dall’altro, costituisce un irrisolto fattore di instabilità strutturale e persino esistenziale rispetto alle entità statali dell’intera regione. Ciò che sembra accomunare queste situazioni, pur oggettivamente molto diverse, è la questione della sostenibilità (dubbia o assente) del quadro istituzionale, politico, sociale ed economico, che emerge in tutta la sua fragilità dopo gli interventi internazionali. È mancata la gestione della ricostruzione politica e istituzionale, nonostante la retorica dell’institution building. Il nocciolo della questione riguarda la volontà e la possibilità non solo degli Stati Uniti, ma anche degli altri principali attori della politica mondiale, di assumersi l’onere – peraltro in base a criteri non certamente coerenti e con metodi non necessariamente in linea con la legalità internazionale – non solo dell’occasionale abbattimento dei regimi illiberali e autoritari, ma anche e soprattutto della ricostituzione del patto nazionale, di un progetto politico minimamente condiviso in società e paesi profondamente lacerati. Ciò richiede intenzionalità politica, ma anche risorse umane e finanziarie, sempre più difficili da mobilitare in un contesto di generale “sglobalizzazione” e di ripiegamento sull’orizzonte delle necessità nazionali.
A tratti Obama è stato considerato esitante (è stato definito, ad esempio, il “presidente Amleto” o il “procrastinatore”). Tuttavia, c’è da chiedersi se in certe circostanze difficili da decifrare (si pensi all’ipotesi, poi rientrata anche per l’opposizione russa, di un “attacco punitivo” ad Assad per l’uso di armi chimiche nella guerra civile siriana) non sia meglio soppesare tutti i fattori in gioco piuttosto che precipitarsi a compiere scelte improvvisate e improvvide, che potrebbero in seguito rivelarsi irreversibili. La verità, come sempre, sta nel mezzo; eppure non sarei del tutto sicuro, come ha scritto Michael O’Hanlon, che, non essendoci certamente alcun bisogno che Obama diventasse un altro George W. Bush, forse talvolta avrebbe potuto essere un po’ più Ronald Reagan.2 La rappresentazione di un mondo “binario”, basata sulla narrazione della lotta del bene contro il male, se non è mai stata convincente, nell’intricato panorama internazionale contemporaneo costituisce un rischioso azzardo.
La regione del Medio Oriente e del Nord Africa è quella che più ha messo alla prova le prospettive ricostruttive di Obama. Nel giro di pochi anni un vecchio ordine autoritario è crollato in molti paesi (Tunisia, Libia, Egitto), tanto da far prefigurare una fioritura democratica (questa volta “endogena”) nell’intera area. Oggi paradossalmente, dopo l’appoggio che l’Amministrazione americana aveva coraggiosamente dato alle primavere arabe, il punto di ancoraggio della politica mediorientale di Washington (oltre a Israele) è nuovamente l’Egitto, tornato sotto il controllo di classi dirigenti forti e tradizionali, mentre persino l’Iran (con un certo allarme da parte delle monarchie del Golfo) appare, oggettivamente, come un potenziale alleato strategico regionale contro un irredentismo sunnita violento e aggressivo.
Il conflitto israelo-palestinese è quello su cui si registra un preoccupante stallo, se non una regressione. Il riconoscimento della statualità alla Palestina (come Stato osservatore non membro) da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 29 novembre 2012 (con i susseguenti riconoscimenti bilaterali, come avvenuto, di recente, da parte della Svezia) non si è tradotto né in progressi politici né in svolte negoziali, al contrario. Il tentato braccio di ferro con il primo ministro Netanyahu sugli insediamenti illegali si è risolto in un sostanziale nulla di fatto. La determinazione a imprimere un nuovo impeto alla diplomazia sotto la spinta degli Stati Uniti si è scontrata con le crescenti esigenze securitarie di Israele e con le sue operazioni militari nella Striscia di Gaza (Pillar of Defense nel 2012 e Protective Edge nel 2014). Non v’è dubbio che proprio il conflitto israelo-palestinese rappresenti (almeno finora) un vulnus nel quadro della politica estera dell’Amministrazione Obama.
All’inizio del mandato di Obama non erano mancate le preoccupazioni degli europei per l’accento posto sulla dimensione “transpacifica” oltre che “transatlantica” della proiezione internazionale degli Stati Uniti, a riprova della traslazione di potere in corso su scala globale. Questo orientamento è stato precisato nel 2012 nel documento strategico Pivot to East Asia, in cui si delinea un approccio ambizioso alla regione, basato sul rafforzamento delle alleanze bilaterali di sicurezza, sull’approfondimento delle relazioni “operative” con i paesi emergenti dell’area (inclusa la Cina), sul rilancio della cooperazione con le istituzioni multilaterali regionali (in particolare l’ASEAN), sull’espansione dei rapporti com merciali e sugli investimenti, su una presenza militare a largo raggio e sui progressi nell’ambito della democrazia e dei diritti umani. Tuttavia, la storia non ne vuole sapere di strategie scritte a tavolino e Obama è stato costretto dalle circostanze (che portano il nome di Putin), oltre ad accantonare l’idea di una ripartenza nei rapporti con Mosca, a rifocalizzarsi, se non sull’Europa in quanto tale, almeno sull’area eurasiatica. La crisi ucraina (largamente sottovalutata ai suoi esordi) e l’annessione della Crimea (invece largamente prevedibile) hanno riproposto con forza il problema della sicurezza europea, che paradossalmente proprio il troppo rapido e poco meditato allargamento a est dell’alleanza di sicurezza euroatlantica (la NATO) aveva indebolito, anziché rafforzare. Obama si è trovato a gestire il ripensamento del ruolo degli Stati Uniti proprio nel momento più critico del ridisegno della mappa del potere mondiale. Si tratta, in definitiva, della fine dell’ordine egemonico liberale messo in piedi dagli Stati Uniti dalla fine della seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti, a mo’ di un “Leviatano liberale”, secondo la plastica definizione di John Ikenberry, «assunsero il compito di realizzare e dirigere un ordine internazionale organizzandolo intorno a istituzioni multilaterali, alleanze, relazioni speciali e rapporti con Stati-clienti. Si trattava di un ordine politico gerarchico dotato di caratteristiche liberali. Definito in termini di erogazione di sicurezza, di creazione di ricchezza e di avanzamento sociale, quest’ordine egemonico liberale è stato, con tutta probabilità, l’ordine di maggior successo della storia mondiale».3 Quest’ordine liberale, se non proprio finito, è quanto meno sottoposto a forti tensioni e soprattutto viene contestato in molte aree del mondo, mostrando segni di progressivo disfacimento, come ha denunciato Richard Haass.4 Tuttavia, non è ancora chiaro quale possa essere il quadro politico adatto a regolare le nuove relazioni internazionali. Charles Kupchan ha parlato dell’avvento del “mondo di nessuno”, vale a dire un sistema internazionale privo dell’impronta di un egemone chiaramente identificabile.5 Per Kupchan, se gli ultimi due secoli hanno visto l’egemonia materiale e ideologica dell’Occidente nella politica internazionale, il mondo del futuro prossimo non sarà dominato da un singolo paese, da una particolare area regionale o da un solo modello politico. Stati Uniti e Unione europea si ritroveranno ben presto in un mondo di profondi cambiamenti, in cui nessuna delle potenze emergenti avrà la forza necessaria per esercitare un’egemonia globale. Una cosa è coordinare le iniziative politiche, come avviene ad esempio per i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), altra cosa è condividere una visione coerente del nuovo ordine internazionale. Questi paesi sanno quello che non vogliono più, cioè un mondo ancora dominato dall’Occidente, ma sarà più difficile che possano immaginare e realizzare un’alternativa politicamente praticabile nel breve periodo.
Obama ha condotto la barca (o il transatlantico) della politica estera americana in queste acque agitate. Sarebbe gratuito definirlo il primo presidente dell’era post americana, perché gli Stati Uniti sono ancora un punto di riferimento, e non solo per l’Occidente, in molti campi e hanno dimostrato una resilienza che la ripresa economica americana non fa che confermare. La complessità mondiale insegna che ormai non può essere né un solo presidente – per quanto carismatico, illuminato e determinato – né un solo paese – per quanto economicamente o militarmente potente – a fare la differenza e che la via d’uscita dal disordine mondiale non consiste nell’affannosa ricerca di un nuovo egemone o di un nuovo concerto delle potenze, quanto nell’immaginare e costruire un ordine condiviso e pluralista, per sfuggire dal ciclo dell’egemonia delle iperpotenze ed entrare in quello della democrazia internazionale. Ugualmente datata è la visione di un “ordine mondiale”, recentemente riproposta da Henry Kissinger,6 basata ancora sugli assunti vestfaliani della sovranità assoluta degli Stati. Come ha scritto Anne-Marie Slaughter7 oggi la questione di fondo della politica internazionale non è l’equilibrio di potere, o una qualche riedizione su vasta scala del concerto delle potenze; non ci si può concentrare solo sulle relazioni interstatali quando in realtà il disordine colpisce ormai in gran parte e direttamente popoli e società. L’Europa, come luogo di condivisione di sovranità e laboratorio transnazionale, faccia la sua parte.


[1] A. Grande, Fikk overhaling av Obamas stabssjef, in “Dagens Næringsliv”, 14 maggio 2014; ANSA, Nobel a Obama, USA “strigliarono” Oslo, 16 maggio 2014.
[2] M. O’Hanlon, The Obama Defense. What He Gets Right – and Wrong – about Foreign Policy, in “Foreign Affairs”, 28 maggio 2014.
[3] G. J. Ikenberry, Leviatano liberale. Le origini, le crisi e la trasformazione dell’ordine mondiale americano, UTET Università, Torino 2012, p. XV.
[4] R. N. Haass, The Unraveling. How to Respond to a Disordered World, in “Foreign Affairs”, novembre/dicembre 2014.
[5] C. A. Kupchan, No One’s World. The West, the Rising Rest, and the Coming Global Turn, Oxford University Press, Oxford 2013.

Il "duplice viaggio" di Francesco

Ci sono eventi che, per la loro densità, sono destinati a produrre i loro effetti sul medio e lungo termine. Ci sono gesti che, per la loro intensità, continuano a produrre e riprodurre senza posa il loro significato simbolico. È presto per sapere se la visita di Papa Francesco in Terra Santa (24-26 Maggio 2014)  e il successivo incontro tra Abu Mazen e Shimon Peres in Vaticano (8 Giugno 2014) si iscrivano nella categoria dei cosiddetti "game changer", degli snodi della storia che segnano una discontinuità sul piano politico-diplomatico. È certo però che il primo impegno realmente internazionale (e non solo pastorale) di Papa Francesco è dello stesso spessore, ad esempio, della preghiera universale di Assisi per la pace, convocata da Giovanni Paolo II nel 1986. La prospettiva profetica e la prospettiva simbolica non sono affatto estranee alla politica, al contrario. È proprio quella che gli analisti politici chiamano la "vision", la visione, cioè il disegno complessivo che permette di comprendere anche il presente per poterlo trasformare, unitamente alle componenti evocative (e non semplicemente emotive) dell'agire politico a rappresentare la miscela per innescare il cambiamento e demolire paradigmi rocciosi, come quello della prevalenza (illusoria e instabile nel tempo) delle soluzioni di forza su quelle negoziate, del dominio della paura sulla fiducia. Immettere nel circuito politico internazionale una narrazione radicalmente diversa, e cioè che i conflitti, anche quelli più intrattabili, sono in fondo fenomeni umani e sociali e in quanto tali risolvibili, non significa rifugiarsi nella prospettiva dell’utopia; al contrario, implica un esercizio di realismo che paradossalmente la realpolitik, prigioniera com’è del mito della violenza, non riesce a compiere.  Tutto questo ha evidenziato il viaggio mediorientale-vaticano di Francesco, al di là delle esaltazioni idealistiche o metafisiche, da una parte, o delle stroncature, pur benevole, degli “specialisti”, cultori della strategia e della geopolitica.  Le interpretazioni di quello che potremmo definire nei termini di un “duplice viaggio”, considerando in modo unitario e inscindibile sia quello di Francesco in Terra Santa come pellegrino che quello dei suoi illustri ospiti alla Santa Sede, oscillano tra dimensione essenzialmente politica e quella esclusivamente religiosa, come se fosse davvero possibile, in un mondo in cui le identità si compongono di appartenenze multiple, territoriali, politiche, spirituali, culturali, distinguere in modo netto o anche solo approssimato i due ambiti. D’altra parte, il conflitto israelo-palestinese non ha mai assunto in modo caratterizzante – se non a tratti e in alcuni segmenti delle rispettive società - la dimensione dello scontro religioso, trattandosi piuttosto di ripartizione o condivisione di territori. Al tempo stesso, la stessa natura dei luoghi contesi, per il loro significato esplicito, ancestrale e identitario, rimette continuamente il gioco la questione religiosa, che rimanda ai fondamenti di antiche civiltà mediterranee, che hanno però definitivamente proiettato il loro orizzonte di senso su scala universale, ben oltre i confini politici, etnici, linguistici di un minuscolo lembo del Vicino Oriente. Dinanzi a tale complessità di rimandi e di implicazioni, Francesco ha scelto la strada più diretta, più semplice (anche se tutt’altro che semplicistica): ritrovarsi assieme, attorno a questo misterioso groviglio storico-politico e al contempo spiritualmente fondativo, per un’anamnesi possibilmente condivisa, nella consapevolezza, tuttavia, che ciò non possa giustificare alcuna amnesia.
Il momento storico in cui si colloca questo gesto inclusivo, senza pretese di essere conclusivo, è quello che nella migliore delle ipotesi si potrebbe definire come stallo diplomatico, e nella peggiore come conservazione (armata) dello status quo. Sembra estremamente difficile che le parti – Israeliani e Palestinesi – possano trovare una soluzione concordata sulla base delle varie formule sinora escogitate, a cominciare da quella “due popoli, due stati”, che dovrebbe affrontare la questione, grande come un macigno, dei confini realistici di un nuovo Stato palestinese indipendente, fornendo al contempo solide garanzie di sicurezza ad Israele. L’esaurirsi, ormai prossimo, delle ipotesi ancora praticabili richiede un profondo mutamento di prospettiva, e di immaginare soluzioni forse originali e inesplorate, a cominciare da quel vero e proprio intricato reticolo di micro-governance civile, religiosa, securitaria e comunitaria e di fratture e ricomposizioni intersecantesi e sovrapposte che è Gerusalemme. La profezia, spesso ripetuta dal Cardinale Martini, che la pace a Gerusalemme condurrà alla pace su tutta la terra ha un risvolto forse di minore portata, ma non meno rilevante, e che cioè una riconfigurazione degli spazi vitali e sociali di Gerusalemme appare una pre-condizione o comunque un elemento imprescindibile della soluzione complessiva del conflitto israelo-palestinese e in cui la comune radice delle religioni del Libro ha senza dubbio ancora molto da offrire.
Inoltre, il panorama complessivo del Medio Oriente e del Nordafrica è cambiato radicalmente in pochi anni, e in particolare a partire dal 2011 con le transizioni politiche nel mondo arabo-islamico (tutt’altro che concluse, e con preoccupanti segnali di involuzione, tranne forse per la Tunisia), con il virtuale disfacimento di un attore importante come la Siria, la contrapposizione faziosa in Libia, il sorgere di una entità pseudo-statale e dagli inquietanti tratti neo-imperiali come l’ISIS e la sua ossessione antistorica del Califfato. Mentre i confini tra Israele e (futuro) stato palestinese non sono stati ancora definiti, e quelli derivanti dalla guerra arabo-israeliana del 1967 profondamente contestati, sono di fatto messi in discussione per la prima volta altri confini esistenti, tracciati frettolosamente già alla fine della prima guerra mondiale con l’accordo Sykes-Picot del 1916 tra Gran Bretagna e Francia che sancirono divisioni arbitrarie, di matrice coloniale, in Medio Oriente e la successiva nascita di numerosi stati indipendenti dopo il secondo conflitto mondiale. A ciò si aggiunga la mobilitazione degli attori regionali nel conflitto siriano, con l’interventismo indiretto, di opposta matrice, degli stati del Golfo (in particolare i due “giganti” dell’Arabia Saudita e dell’Iran).
In questo ribollire di tensioni antiche e nuove, il “segno” di Francesco, così compiutamente, pazientemente e saggiamente ricostruito, descritto e contestualizzato in questo scritto di Paolo Loriga, appare molto più che un messaggio di speranza; è piuttosto un appello “proattivo”, un’irruzione, ma in punta di piedi, una voce orante e ragionante dal deserto più che una voce che grida nel deserto, e che interpreta il disagio profondo dell’umanità periferica proprio nel cuore di un conflitto così centrale e così lacerante come quello mediorientale.