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Tra convergenze e diversità

Quando, qualche decennio fa, ci si accorse che gli Stati non erano più i soli ad agire nella politica internazionale, fu inventata l’espressione “neo-pluralismo”. Una pluralità di soggetti erano apparsi sulla scena del mondo: istituzioni internazionali, organizzazioni della società civile, individualità (come, ad esempio, i premi Nobel per la pace). In questa grande trasformazione, alcuni predissero persino la fine dello Stato-Nazione. La profezia non si avverò, ma non si può dire, oggi, che gli Stati godano di un’ottima salute. Oltre alla difficoltà di controllare poteri economici globali (le multinazionali, la finanza, i colossi di Internet), gli Stati devono stare attenti ora al fronte interno, cioè alle spinte secessioniste, separatiste, localiste. Lo abbiamo visto in Catalogna; lo abbiamo visto in grande scala, rispetto all’UE, con il referendum inglese per uscire dall’Unione europea. Ma tutti i Paesi sono attraversati da movimenti di frammentazione: sia per ridiscutere frontiere coloniali (in Africa), sia per formare nuove aggregazioni a carattere etnico-culturale (il Kurdistan), sia per recuperare identità storiche reali, ma molto enfatizzate dall’immaginazione collettiva. Oltre ai micro-regionalismi europei, vi sono casi macroscopici, assai differenti, come il Tibet ed i separatismi islamici nel Caucaso russo. 
Il problema, alle nostre latitudini, sembrerebbe ridursi ad una questione di delimitazione territoriale: dove tirare la linea? Il problema è, invece, proprio la linea. È paradossale che gli Stati – che certamente non danno sempre buona prova nel mondo globalizzato – siano contestati per… crearne di nuovi! Come se moltiplicare le frontiere fosse la panacea di tutti i mali. In realtà, accanto ai vincoli sociali locali, le nostre identità sono sempre più disperse in una miriade di legami immateriali, che non sono affatto racchiusi in un territorio, e che danno vita ad un nuovo “brodo”, fatto di convergenze, da un lato, e di diversità, dall’altro. Torniamo dunque all’idea del pluralismo, che fa di noi degli esseri situati nello spazio e nel tempo ma anche proiettati verso un fitto tessuto di relazioni che certo va ben oltre i territori auto-sufficienti (ammesso che ne esistano). Fare tanti nuovi Staterelli non mi sembra una risposta furba a questa nuova condizione. Ma soprattutto, è il confine invisibile dell’indifferenza al resto del mondo che rischia di rinchiuderci in una prigione, più o meno dorata.

Un Rinascimento africano?

Mentre l’Unione Europea sembra soffrire di sintomi preoccupanti di disintegrazione, sarà la volta dell’Africa imboccare il cammino dell’integrazione? E’ la speranza della politica di questo secondo decennio del XXI secolo. Il ritorno del Marocco nell’Unione Africana, dopo 33 anni di assenza dopo la sua uscita dall’organizzazione per la questione dell’ex Sahara Occidentale, appare un buon segno, anche se molto c’è ancora da fare per risolvere una delle più antiche “questioni congelate” del continente. 
Da una parte, com’è emerso dall’ultimo vertice dell’Unione Africana di Addis Abeba, nel febbraio 2017, le spinte verso una maggiore cooperazione sono evidenti e forti; dall’altra, anche nel continente africano si producono meccanismi “sovranisti” che inducono a credere che l’interesse nazionale significhi contare solo sulle proprie forze. In realtà, in Africa come altrove, l’interesse nazionale non corrisponde sempre con l’interesse popolare, e serve a giustificare politiche che favoriscono élite economiche e politiche. Molti paesi africani si affacciano alla soglia dello sviluppo, come la Nigeria, come il Kenya, come la stessa Etiopia, ciascuno secondo un percorso diverso. Ma appare illusorio ritenere che l’Africa possa davvero decollare senza un minimo di infrastrutture, non solo nel senso di trasporti e interconnessioni energetiche, ma anche di infrastrutture umane che consentano ad esempio di accrescere gli scambi nel settore universitario e della formazione. In Occidente parliamo spesso della minaccia del terrorismo, che trova adesso in Africa molti centri di riorganizzazione (come nel Sahel) con gruppi vecchi e nuovi e sigle sinistre (da Boko Haram a Daesh a Aqmi), e sicuramente abbiamo il diritto e il dovere di proteggere le nostre società. Dimentichiamo però che il tema critico dell’Africa è quello della “sicurezza umana”, cioè condizioni di vita decenti, la speranza del futuro, oltre all’incolumità personale e il rischio della vita, che è una costante in molti Paesi del continente. Al Vertice di Addis Abeba si è parlato di un’Africa “senza complessi” nei confronti del Nord del mondo, di un’Africa che non solo parla del suo futuro, ma che lo pianifica con un’Agenda programmatica, “Africa 2063”: per un continente politicamente unito, sviluppato secondo un modello sostenibile, dotato di una sua autonoma e forte identità culturale. Insomma, la speranza di un Rinascimento africano.

Sei rischi esistenziali per l'Europa


Nel momento in cui una nuova tragedia, provocata dalla furia del terrorismo cieco ed implacabile, colpisce la “capitale dell’Europa”, è oggettivamente difficile mantenere la lucidità necessaria per capirne la portata e per comprendere che agire, più che reagire, è la risposta davvero strategica che dobbiamo avere la capacità di articolare. Anzitutto, dobbiamo renderci conto che colpire Bruxelles ha un chiaro intento politico, rivolto non tanto e non solo al Belgio, quanto  all’Unione Europea in quanto tale, come istituzione integrativa di 28 paesi europei. E’ un’intimidazione intesa a ripercuotersi, perciò, in tutti gli Stati membri, e che persegue lo scopo di portare la guerra dell’ISIS nel cuore dell’Europa, con l’obiettivo di allargare il fronte dei paesi coinvolti. L’unisca speranza dell’ISIS, contrariamente a quanto si crede, consiste proprio nell’espandere le frontiere del caos, nell’estendere la sua trincea nei gangli delle nostre democrazie. 
Sono molteplici i livelli sui cui è necessario “agire”.
In primo luogo, come sempre dinanzi a shock violentissimi la prima tentazione è quella di prevedere misure straordinarie, stati di eccezione, sospensione di regole e di procedure democratiche. Ma se c’è un paradigma che distingue le democrazie rispetto all’oscurantismo del terrore è proprio quella di combattere volutamente  “con una mano legata dietro la schiena”, e cioè quella di non farsi trascinare nel baratro della rinuncia alla libertà in cambio di una (illusoria) sicurezza. L’obiettivo del terrorismo è, tra l’altro, proprio quello di dimostrare che lo stato  democratico è inefficace, è incapace di proteggere i propri cittadini e pertanto è delegittimato, perché inetto. Insomma, la democrazia non servirebbe in situazioni di crisi. Il punto è che questa distorta rappresentazione della democrazia è fatta propria non solo da populisti e demagoghi, ma anche da analisti e intellettuali più o meno autorevoli.
Sarebbe però un cedimento gravissimo, lo stesso che ha portato gli Stati Uniti, dopo l’11 settembre, ad adottare il “Patriot  Act”, cioè una legislazione draconiana che ha avuto non solo l’effetto di restringere le libertà fondamentali anzitutto degli Americani, ma anche di fornire una sorta di lasciapassare per la violazione “legalizzata” dei diritti umani. Se oggi un candidato alla Presidenza degli Stati Uniti può pensare di chiudere le frontiere a tutti i messicani e a tutti gli “Islamici”, se può affermare che la tortura è una pratica ammissibile, si deve proprio a questa infezione della democrazia, a questo inquinamento dell’opinione pubblica, che costituisce, in qualche modo, una vittoria del terrorismo.
Tutto ciò è inutile oltre che dannoso, giacché le democrazie hanno tutti gli strumenti per difendersi: misure di polizia, possibilità di controlli a vari livelli, mezzi giuridici, mezzi politici, mezzi informativi e comunicativi. Basta usarli bene e con tutte le loro potenzialità, senza che ci sia bisogno di giustificare l’accantonamento della legalità con la situazione di emergenza. Gli attentati di Bruxelles, ad esempio, non sono dovuti alla mancanza di strumenti, ma al fatto che essi non sono stati utilizzati in modo coordinato e pro-attivo.
Il secondo rischio è quello di credere che il pericolo per la nostra sicurezza venga dall’esterno. La minaccia, a Bruxelles come a Parigi, è più endogena che esogena, e bisognerà pure interrogarsi sul perché i kamikaze crescono nelle città europee, dotati di cittadinanza e di passaporti europei. Il tema delle periferie ghettizzate o delle enclave metropolitane è stato trascurato per troppo tempo; ciò non riguarda solo gli aspetti, pur fondamentali, della sicurezza, ma anche e soprattutto i fenomeni di alienazione e di “tradimento” della patria di residenza, che sanciscono il fallimento culturale e civile delle politiche di integrazione. Certo, la radicalizzazione è spesso il risultato di deleterie influenze esterne, e il caso macroscopico è quello dei foreign fighters europei di ritorno, addestrati nel sedicente stato pseudo-islamico, ma ciò non toglie che il contesto urbano degradato e la marginalità giochino un ruolo tutt’altro che secondario, se non altro perché non producono i necessari anticorpi contro la deriva dell’estremismo violento.
Il terzo rischio, collegato al punto precedente, è che la paura finisca per ampliare il “fronte del rifiuto” rispetto alla questione dei rifugiati e dei migranti, accomunando indistintamente migrazioni e terrorismo, e cioè confondendo gli effetti con le cause, dimenticando che i rifugiati sono essi stessi vittime di terrorismo, persecuzioni, guerra. I segnali che vediamo sono preoccupanti, con l’aggravante di una strumentalizzazione politica vergognosa e disumana, che gioca con le giuste preoccupazioni dei cittadini per ottenere consensi e conquistare scranni elettorali.
Fermo restando che un politico avrebbe il dovere di guidare, di spiegare, di argomentare, più che di inseguire l’opinione prevalente, cercando anzi di cambiarla in nome della verità (almeno quella con la lettera minuscola), verrebbe da dire che in queste condizioni sarebbe di gran lunga più dignitoso per un politico perdere le elezioni piuttosto che guadagnare fette di potere con un metodo strutturalmente disonesto e manipolativo, oltre che irresponsabile e, alla lunga, auto-distruttivo, per sé stesso, per la società, per la politica e la sua credibilità.
Il quarto rischio è che la minaccia terroristica dell’ISIS contribuisca a demolire quanto è ancora rimasto in piedi dell’integrazione europea – dopo la sospensione di Schengen, il ripiegamento sulla sicurezza nazionale, l’inquietante risposta all’emergenza dei rifugiati –, con l’idea che le nostre piccole patrie possano realmente costituire il nostro orizzonte di salvezza. Tutto ciò è paradossale: il terrorismo è transnazionale per definizione, tutte le più grandi sfide che dobbiamo fronteggiare sono globali, e dunque ci sarebbe bisogno di una dimensione realmente europea, in termini di intelligence, di condivisione di informazioni, di coordinamento di azioni preventive.
Invece di rafforzarci, rischiamo così di indebolirci, e di aumentare in modo esponenziale la nostra vulnerabilità. La domanda seria che dovremmo porci non è se crediamo o meno all’Europa quasi fosse un articolo di fede, ma se senza l’Europa possiamo davvero pensare di avere una qualche incidenza, anche in termini di garantire la nostra sicurezza, in un mondo globalizzato e trans-nazionalizzato.
Il quinto rischio è che la contrapposizione tra mondo euro-atlantico e mondo arabo, che è uno degli intenti fondamentali dell’ISIS, diventi, almeno nella facile retorica politica, una realtà irreversibile, con l’aggravante di una dimensione religiosa (Cristianesismo contro Islam). È cruciale che tutte le istanze e le voci capaci di smontare questo assioma falso e rozzo abbiano spazio e risonanza. C’è una sorta di scisma non dichiarato nell’Islam sunnita, che è quello del sedicente stato pseudo-islamico e di tutti i terrorismi ad esso affini, e che va ben oltre le stesse correnti salafite e wahabbite, che sempre più tendono a distinguersi rispetto al terrore nichilista dell’ISIS e di Al Qaeda, come pure di Boko Haram.
I Cristiani sono perseguitati in Siria e Iraq, ma lo sono pure gli sciiti, gli yazidi, le correnti che si rifanno alla tradizione sufita, i sunniti che rifiutano una versione degenerata della Jihad e l’arruolamento forzato sotto il Califfato. Qui non si tratta di scontro di civiltà, ma di isolare e arginare l’inciviltà dello scontro.
Il sesto rischio, che molti commentatori “muscolari” sembrano non considerare, è quello di una militarizzazione delle politiche estere dei Paesi europei, quasi che il “male” dell’estremismo violento e possa essere estirpato dal Medio Oriente e dal Nordafrica mettendo, come si dice, gli “stivali sul terreno”, cioè con interventi diretti nei conflitti. Non ci ha risparmiato questo consiglio neanche Tony Blair, che appena pochi giorni fa si era “scusato” per l’intervento in Iraq, fonte di quasi tutti i nostri problemi attuali. Più accorto Obama, che ha definito un “errore” l’intervento in Libia nel 2011, condendo però l’affermazione con una certa dose di veleno nei confronti degli “alleati (europei) scrocconi”, che contato cioè sempre sugli Stati Uniti quando si tratta di agire militarmente.
In Libia, come in Siria ed in Iraq, si tratta di far qualcosa di assai più incisivo e radicale rispetto ai bombardamenti o alle invasioni, e cioè mettere in atto una strategia che isoli il terrorismo, che punti a sostenere davvero quanti intendono ricostruire il patto fondativo nazionale, senza il quale si rischia di appoggiare una fazione contro l’altra, con effetti dirompenti. È quello che hanno fatto in Siria, dal 2011, le Monarchie del Golfo, l’Iran, la Turchia, la Russia, ma anche l’Europa e gli Stati Uniti, in ordine sparso, con una confusione ed improvvisazione tale da avvalorare la convinzione che se tutti se ne fossero astenuti oggi la situazione non sarebbe forse peggiore di quella che ci ritroviamo dinanzi. È quello che hanno fatto gli Europei bombardando il regime di Gheddafi nel 2011 senza avere la più pallida idea di cosa fare immediatamente dopo.
Insomma, il momento è drammatico e non possiamo scherzare con le parole, con le narrazioni, con la storia. Un aforisma riferito alla politica italiana di qualche anno fa diceva che “la situazione è drammatica, ma non seria”. Facciamo in modo che la politica europea sia, invece, seria, e ricordiamoci che nel 2012 l’Unione Europea ha ricevuto il Premio Nobel per la pace. Meritiamocelo in questa ora tragica, ricordando al mondo che l’integrazione è non solo una grande invenzione europea, ma anche la prefigurazione di rapporti internazionali da rifondare. Abbiamo avuto la dimostrazione, dopo i suicidi delle due guerre mondiali del XX secolo, che accontentarci di una precaria “pace fredda” o di una “pace a bassa intensità” in Europa, come altrove, non serve a prevenire i conflitti, e che la pace richiede il massimo di impegno e di rischio. Ci vuole molto più coraggio e molta più strategia a vincere la pace di quanto ce ne vogliano in qualunque guerra.   

Religion, Harmony, and Sustainable Development

Record of the G20 Interfaith Summit: Religion, Harmony, and Sustainable Development (Istanbul, 16-18 November 2015) by Sherrie Steiner

Pasquale Ferrara spoke about challenges associated with linking religious freedom to sustainable development. Although speaking of religious freedom in relation to capitalism may be new, including religious diversity in economic development is not. In Italy, religious orders were important during medieval times and Islam has been historically recognized for providing an important communitarian link in trade relations. The challenge is to disentangle the idea of the liberal economy from western style conceptions of the good society. This is important because the western approach to liberal institutions is highly contested. Rather than promote modernity as economic liberalism, he challenged listeners to see the world from a different perspective. At a global level, he asked about the role religions might play in denouncing inequalities and making proposals for protecting global public goods such as water, air and biodiversity. He provided an example from the Focolare Movement in Brazil that protected economic freedom and took care of these needs by rearranging profits. About 800 companies chose to split profits between investing in their company, helping the poor, and fostering a culture of sharing/giving. This movement is having an important impact on communities. This model illustrates a way of accommodating religious freedom and individual freedom that is environmentally and socially sustainable (Sherrie Steiner, Record of the G20 Interfaith Summit: Religion, Harmony, and Sustainable Development).



La pace più forte del terrore

L’attentato del 7 gennaio a Parigi segna un punto di svolta nella strategia della radicalizzazione perseguita dai gruppi dell’integralismo para-islamista deviante. L’intenzione è del tutto evidente: portare nel cuore dell’Europa la violenza anomica, diventare gli araldi psicotici di un Islam inautentico, dal volto aggressivo e divisivo; ciò che rimane di una religione, qualunque religione – anche laica o civile – quando essa si è fatta infettare dal germe del totalitarismo e dell’imperialismo, dal desiderio di conquista e di dominio.
Se una fede è esangue, facilmente diventa sanguinaria. Pulsioni mondane, umane-troppo-umane, che nulla hanno a che vedere con il sentimento religioso. L’assassinio si accompagna non alla presenza, ma all’assenza di Dio, anzi alla sua negazione. La strategia di questo terrore omicida e distruttivo è pantoclastica, persegue cioè il fine dello scontro totale, con un cinismo che contempla l’annichilazione reciproca dei contendenti, una sorta di “mutual assured destruction” (distruzione mutua assicurata) ripescata dagli armadi della Guerra fredda.
Se c’è un’agenda politica, essa coincide, in sostanza, con la fine di ogni politica. Dove non c’è possibilità di confronto - anche senza scomodare il dialogo – non c’è la minima possibilità di risolvere questioni, affrontare problematiche complesse, e nemmeno lo spazio per un’autocritica bilanciata. Questi religio-sabotatori globali assomigliano agli alieni di certi film hollywoodiani: niente negoziato, niente coabitazione, solo sterminio per fare spazio ai conquistatori venuti da un altro mondo. In un certo senso, essi sono tecnicamente extra-terresti: sono estranei all’umanità come tale, e pertanto non si preoccupano minimamente della sua – e della loro – distruzione. La fine della politica, per questi adoratori del Terrore, consiste nell’inscenare qui ed ora, nel cuore dell’Europa, un titanico scontro di in-civiltà.
Da una parte, il "cosmo-terrore" ammantato di ideologismi anti-occidentali che rappresentato in realtà l’alibi supremo dei mestatori di morte in cerca di giustificazioni a buon mercato. Sarebbero lo colpe dell’Occidente – che peraltro nessuno nega o nasconde – a provocare una reazione violenta e incontrollabile. Ma il disordine globale andrebbe suddiviso in parti uguali, quanto alla sua origine, tra America, Europa, Russia, Cina, Golfo Persico. Si dovrebbe trattare, quanto meno, di una chiamata di correo. Le enormi ingiustizie globali non sarebbero possibili senza un’alleanza di fatto di oligarchie di ogni colore politico, etnia, religione. Paesi cristiani, Paesi islamici, Paesi buddisti, Paesi agnostici o irreligiosi condividono una responsabilità planetaria che appare semplicistico e mistificante addossare al solo “Occidente”. Potere politico e potere economico, quasi ovunque, Africa compresa, hanno tradito la finalità di servizio all’uomo, di essere strumenti per creare condizioni di “felicità” di persone e comunità. Al contrario, sono divenute spesso strutture oppressive.
Dall’altra parte di questa invisibile, ma reale barricata, questi traditori di ogni vero spirito religioso vorrebbero collocare società europee divenute intolleranti, sempre più contrarie all’immigrazione, alle diversità, spinte sempre più verso posizioni anti-islamiche. La micidiale miscela di crisi economica, con la disoccupazione galoppante, e sentimenti anti-pluralisti e contro-multiculturali prospetta una tempesta perfetta, che gli omicidi al servizio del male assoluto auspicano e che rischia di diventare una esplosiva condizione sociale e politica.
Evitare accuratamente di cadere in questa trappola mortale è, in particolare, la grande sfida dell’Europa. Oggi come non mai se c’è una “missione” europea essa consiste nel dimostrare che la speranza del mondo consiste nell’integrazione, e non nella disgregazione; nella libertà, uguaglianza e fraternità pertutti i popoli e tra tutti i popoli; nel rispetto reciproco tra religioni, culture, civilizzazioni. Evitiamo, soprattutto, di confondere la forza con la reazione violenta, o con lo strumento militare; da sempre, gli uomini liberi e forti sono anzitutto uomini di pace. Ma la pace, come ricordava già negli anni ’30 del secolo scorso Emmanuel Mounier, non è affatto uno stato debole; esso richiede il massimo di impegno, di determinazione, di perseveranza, di rischio. Una pace che non è certo appeasement, acquietamento; al contrario, la pace è iniziativa, rilancio, invenzione del nuovo. Questa idea di pace è infinitamente più forte di ogni terrore.

Non guerre di religione, ma la religione della guerra

A metà della seconda decade del 21º secolo si fa fatica a identificare i caratteriprecisi di un sistema internazionale che è ben lontano dalle fattezze dell'ordine. Quello che è certo è che la lunga transizione iniziata con la fine della guerra fredda non solo non è ancora giunta a maturazione, ma sta assumendo i tratti della confusione globale. 
Diventa sempre più evidente che le forze economiche della globalizzazione si confrontano con quelle ben più antiche e profonde delle culture e delle identità. La globalizzazione, infatti, non ha nulla a che vedere con l’universalità; è unilaterale, caratterizzata in senso geo-culturale come emanazione dell’era (e dell’area) euro-atlantica, e in quanto tale strutturalmente egemonica. 
In alcune aree del mondo, ed in particolare in Medio Oriente, si manifestano fattori di instabilità che vanno ben oltre il concetto di scontro di civiltà. In molti casi, un rozzo radicalismo si unisce a pratiche di violenza e di intolleranza che sembravano essere relegate negli archivi della storia. 
In questo contesto già di per sé critico, l'errore più grave che potremmo compiere sarebbe quello di cadere nella trappola tesa da pseudo-islamisti sanguinari, che hanno tutto l'interesse a radicalizzare l'opposizione all'occidente in termini di guerra di religione. 
Purtroppo, prestigiosi intellettuali ed editorialisti italiani e stranieri hanno esortato l'opinione pubblica europea a prendere atto di questa situazione di belligeranza a sfondo religioso e hanno sostenuto che non si tratterebbe di una novità, in quanto guerre di religione costellano l'intera storia dell'umanità. 
In realtà, è proprio la storia ad insegnarci che le guerre più devastanti e i conflitti più cruenti hanno avuto luogo per ragioni che non hanno nulla a che fare con la religione. Basterebbe ricordare, ad esempio, che la prima guerra mondiale - che nel 2014 viene tristemente ricordata a un secolo dal suo inizio - non aveva certo motivazioni di carattere religioso (era uno scontro tra nazioni “cristiane”), né le aveva la seconda guerra mondiale. Persino il conflitto israelo-palestinese non nasce da radici religiose, essendo essenzialmente - fino a tempi recenti - una questione di territori e di sovranità. Le famose “guerre di religione” che, secondo la narrazione liberal-democratica, imperversarono in Europa nel 17º secolo, erano in realtà causate da mire espansionistiche,questioni dinastiche e dallo stesso processo di formazione dello stato moderno,il quale, lungi dall'averci salvato dalla guerra, al contrario l’ha resa più assoluta e devastante. Non è stata la religione a inventare l’arma atomica, ma la politica contemporanea.
Il militarismo, l'egemonia economica, l'intolleranza a tutti i livelli sono cause di conflitto unitamente a tanti altri fattori sociali e culturali di cui la religione costituisce solo una componente. Persino gli aguzzini dell'ISIS perseguono non tanto il trionfo dell'Islam in quanto tale (o una concezione falsificata e strumentale di tale religione) ma la formazione di un’entità politica di natura statuale o addirittura dei tratti vagamente imperiali come il califfato. Paradossalmente la loro assoluta e dogmatica opposizione all'occidente si fonda sull’accettazione distorta di una delle istituzioni politiche inventate proprio nel mondo euro-atlantico, e cioè lo stato moderno e il connesso apparato di potere, per non parlare degli strumenti tradizionali di tutti “i troni e le dominazioni” in ogni tempo e in ogni angolo del mondo, come il genocidio, la propaganda e persino l'uso cinico degli strumenti della comunicazione visiva e della rete globale. 
Tutto ciò ha molto poco a che fare con la religione e invece ha molto a che vedere con le consuete ricette del dominio di oligarchie e della prevalenza di strutture improntate alla cultura bellica. Persino il meccanismo volutamente terrorizzate delle raccapriccianti esecuzioni di innocenti risponde a una logica di controllo sociale e dell’opinione, come ha dimostrato Foucault in “Sorvegliare e punire”: chi usa tali meccanismi di psicologia sociale ricerca l’altrui sottomissione e un governo basato sull’intimidazione e la minaccia.
Da ogni punto di vista, nel caso dell'ISIS e di tutte le altre organizzazioni assimilabili si dovrebbe parlare non tanto di guerre di religione ma, più concretamente, realisticamente e prosaicamente, di religione della guerra. Sono infatti la politica di potenza, la sete di conquiste territoriali e l’esercizio del potere senza scrupoli le motivazioni delle presunte guerre di religione! 
Tantomeno ha senso parlare di scontro di civiltà (spesso mescolate in un minestrone indigesto con le culture e le religioni, che sono ben altra cosa); in realtà si dovrebbe riconoscere l'esistenza di uno scontro all'interno delle civiltà tra coloro che intendono l'identità in senso esclusivista e aggressivo e quanti invece considerano che essa è sempre il risultato di incontri, confronti,interazioni, scambi e reciproche “contaminazioni”. L'intellettuale di origine libanese Amin Maalouf scrisse qualche anno fa un libro il cui argomento fondamentale erano le cosiddette “identità assassine”, proprio a sottolineare la deriva violenta che i riferimenti alle tradizioni, alle culture e alle religioni possono assumere se non mediate in un contesto di pluralismo e di dialogo tra le differenze.
Gli attentati, i bombardamenti, le distruzioni che colpiscono Chiese cristiane di ogni denominazione, Sinagoghe, Moschee sunnite e sciite, Templi buddisti e sikh, dovunque siano situati, sono la riprova che si tratta non di guerre di religione, ma dell’anti-religione per eccellenza, visto che le vere religioni hanno a cuore, piuttosto, l’unità dell’umanità e l’armonia con il creato. 
In definitiva, continuare a parlare di guerre di religione come un fenomeno riprovevole sembrerebbe assolvere implicitamente altre tipologie di guerre, che invece sarebbero razionali e in linea con la modernità, come se la guerra in quanto tale non fosse, di per sé, senza alcuna aggettivazione, un relitto della storia, una pratica barbara da abbandonare, una “istituzione” che ha dimostrato di essere fallimentare se pensata come un “praticabile” strumento politico o sociale. 
Chiara Lubich affermava con grande lucidità e saggezza, indicando un cammino di unità pur pienamente consapevole delle criticità mondiali, che “è finito il tempo delle ‘guerre sante’. La guerra non è mai santa, e non lo è mai stata. Dio non la vuole. Solo la pace è veramente santa, perché Dio stesso è la pace.”

Sergio Romano e il declino dell'impero americano

Quando si scriverà la storia dei primi decenni del XXI secolo, una data sarà probabilmente considerata dirimente. Solitamente si pensa all'11 settembre 2011, e cioè all'attacco alle Torri Gemelle a New York e al Pentagono a Washington da parte dell'organizzazione terroristica di Al Qaeda. Tuttavia l'evento veramente caratterizzante delle vicende internazionali degli ultimi anni è l'invasione americana dell'Iraq nel 2003. Considerata l'apoteosi dell'egemonia statunitense, quell’avventura bellica, i cui effetti - come testimoniano i fatti delle ultime settimane in Iraq - sono tutt'altro che esauriti, segnò invece l'inizio del declino americano sulla scena globale.
Tale scelta sconsiderata segna la negazione, nella pratica, dell'immagine del "Leviatano liberale", che per il politologo Ikenberry rappresenta la principale funzione degli Stati Uniti nel mondo, in quanto creatori di un ordine basato sulle istituzioni internazionali e sull’influenza positiva nel sistema internazionale delle democrazie liberali. 
Per Sergio Romano (Il declino dell'impero americano, Longanesi, Milano 2014) la crisi dell'ordine mondiale americano è cominciata a Kabul nel 2001 e a Baghdad nel 2003, "ma diviene ancora più evidente quando i più vecchi e fedeli alleati degli Stati Uniti - l'Arabia Saudita, Israele, la Turchia, il Giappone, alcuni Paesi europei e latinoamericani - lanciano segnali di fastidio e cominciano a fare scelte politiche che danno per scontato il declino della potenza americana". 
Romano traccia con grande nitore analitico le grandi linee della politica estera americana a partire dalla Seconda Guerra Mondiale. Romano propone un'interpretazione della proiezione internazionale degli Stati Uniti attraverso la categoria dell'impero, depurata però sia delle caratterizzazioni più rozzamente "imperialistiche", sia di quelle ingenuamente "provvidenzialistiche". Gli Stati Uniti non appaiono né come i dominatori del mondo, né come i suoi salvatori. Se è vero che gli Stati Uniti si sono fatti promotori in alcuni casi della giustizia mondiale, è anche vero che non hanno ratificato, ad esempio, il Tribunale penale internazionale, "perché ciò che è utile e desiderabile per gli altri - scrive Romano con un giudizio forse troppo severo - non è utile e desiderabile per sé stessa". 
Molto più realisticamente, Romano sostiene che gli Stati Uniti abbiano coltivato, sin dalla loro origine, la convinzione di possedere uno standard etico-politico più avanzato rispetto al resto del mondo e che tale circostanza li obbligasse ad assumere, anche da soli, la guida del mondo occidentale o "libero". In tal senso, per seguire Romano, la parola "isolazionismo" fa rima con unilateralismo. Le vicende dell’ultimo quarto di secolo dopo al fine della Guerra fredda mostrano, per la verità, un’immagine complessa del ruolo degli Stati Uniti: basti pensare alla ricerca del consenso internazionale nel caso dell’intervento per liberare il Kuwait invaso da Saddam Hussein nel 1991, o all’intervento nella ex-Jugoslavia dinanzi all’ignavia europea, alla apertura di credito offerta alle Primavere arabe dal 2010. 
In ogni caso, Romano descrive con grande lucidità la fine (a volte convulsa) della cosiddetta pax americana, cioè al ruolo degli Stati Uniti come garante di ultima istanza dell’ordine mondiale. Questo esito è in parte deliberato, ma sostanzialmente costituisce una conseguenza necessaria della riduzione delle capacità di intervento, sia a motivo della insostenibilità economica (specie dopo la crisi finanziaria del 2008) sia in ragione della insostenibilità politica (un’opinione pubblica americana assai oggi più preoccupata del fronte interno che di quello internazionale). Sullo sfondo, si svolge una transizione ben più importante persino della traslazione di potere verso l’Asia, ed è di tipo concettuale: gli Stati Uniti dovranno rendersi conto che, se essi sono la “nazione indispensabile”, come disse Madeleine Albright, oggi tutte le nazioni sono “indispensabili” per affrontare insieme le sfide globali. E’ sintomatico che un libro sul declino americano si concluda con una sorta di appello all’Europa, affinché si decida a presentarsi al mondo con “un governo comune”. Altrimenti – prevede Romano - l’era post-americana si popolerà solo di nuove potenze, tutte extraeuropee. Un limite di quest’analisi? Troppo centrata sulla nozione di potere, sia militare che economico, nella tradizione del pensiero “realista” delle relazioni internazionali. Non è detto che questo “realismo” serva davvero, oggi, a comprendere la complessità del mondo.

Apollo in Gaza

A word of warning: do not trust the captivating expression “cultural diplomacy”, it embodies a fundamental misunderstanding. Diplomats à la page and policy makers use to wrap all sort of things not directly connected to the exercise of “hard power” (military might, economic strength) in a “gift box” to partners and media to foster the idea that power and art, government and creativity are not necessarily opposite concepts. On the contrary, diplomacy – according to such a narrative - is more and more about “soft power”, articulated abroad through exhibitions, concerts, lectures, scientific joint ventures, even pop music and cartoons. 
However, our thesis is that cultural diplomacy - as a sub-set of so-called “public diplomacy” - has little to do with these promotional activities related to projecting the image of a country beyond its borders. Cultural diplomacy is a much more concrete and a much less Arcadian concept. It relates to diplomacy, but in a rather traditional way, since it regards a dispute, if not a confrontation, between one or more countries implying the possession or preservation of an artistic object or artefact of symbolic value in term of sovereignty, search for recognition, national identity and dignity. Put in this way, cultural diplomacy is mainly an exercise of negotiation and a diplomatic challenge to the status quo. Cultural diplomacy, therefore, in most cases is more an ugly crisis to solve than an elegant solution to an on-going crisis. 
A recent episode, regarding two countries “friends and allies”, Italy and the U.S., is a good exemplification of this. The case regards the fight for the restitution of a famous Greek statue, “the Venus of Morgantina”, 2.2 meters tall, from the eponymous archaeological site in Sicily (sculpted between 425 and 400 BC). The statue was stolen from Morgantina in the second half of the twentieth century, and then sold in 1986 to the Paul Getty Museum, after various events, for 10 million dollars. At the end of a complicated and somewhat fierce legal and diplomatic struggle, the Venus was returned to Sicily on 18 March 2011 after a long exile in the United States. The “Chase for Aphrodite”- as journalists Jason Felch and Ralph Frammolin put it in a fine book on this emblematic case – finally succeed. 
Other cases are not so easy to solve, like the removal of the sculptures of the Parthenon (now part of the collection of the British Museum) by Lord Elgin, the British ambassador to the Ottoman Empire in the early 19th century. Whereas the legal basis for returning the “Elgin Marbles” to Greece is weak, the historical, archaeological and even political arguments are strong. The issue there is not about the property of the marbles, but rather on where they would be best displayed to the public. With the inauguration of the new Acropolis Museum in Athens in 2010, much of the motives for keeping the marbles in London have objectively been weakened. Recently, the UNESCO – intervening on demand of the Greek government - urged the United Kingdom to take part in a "mediation procedure" with Greece in a renewed effort to solve a 200-years old dispute. Even two Hollywood famous actors, George Clooney and Bill Murray, asked Britain to repatriate the Elgin Marbles. 
The dramatic financial crisis that hit Greece in the last years triggered also a surrealistic polemics on the supposed lack of capacity of Greece to take care of the Elgin Marbles once returned to their country of origin, in consideration of the poor condition of the public budget and the disarray of the public sector. The argument implies a degree of judgement on the political, economic and social stability of the country, and it is used also for legitimating the British Museum in keeping the Rosetta Stone instead of returning it to Egypt. 
An “epic” restitution was that of the obelisk of Axum to Ethiopia by Italy. The obelisk, removed from the site and taken to Rome as a war trophy and a symbol of the re-birth of the “Roman Empire” during the Italian occupation, was returned to Axum in 2005 – after the first commitment taken by Italy already in 1947 - and re-erected in in 2008. To perform the restitution, the obelisk was removed one more time from its Roman place in front of the Headquarters of the United Nations' Food and Agriculture Organization. The operation (with a cost of almost eight million dollar for Italy) resulted much more complex than expected, and even required upgrading the runway at Axum airport to allow the landing of an airplane Antonov An-124, bearing the central piece of the obelisk (the second and third pieces were sent later that month). Returning the obelisk to Ethiopia meant healing the wound of the colonization of the land in 1936, symbolically ending all controversies of the past between Rome and Addis Ababa. 
At times, cultural diplomacy takes the form a cultural war in the real meaning of the expression. This was the destiny of the Buddhas of Bamiyan, in Afghanistan, two 6th century monumental statues of standing Buddha carved into the side of a cliff. The Buddhas were destroyed in March 2001 by the Talibans, following orders from their leader Mullah Mohammed Omar, after declaring them “idols”. The destruction caused a wave of condemnation on a global scale. The UNESCO, waiting for the improbable very costly reconstruction of the statues, launched a project worth 1.3 million dollars sorting out the pieces—weighing from several tons to fragments the size of baseball balls — and protecting them from extreme weather and other hazards. The Buddhas, to some extent, were “innocent victims” of a proxy war between the Talibans and the West, accusing each other, respectively, of intolerance and imperialism. 
The stories of restitution, request, destruction and restoration of artefacts narrated above embrace all level of effectiveness of power from consolidated state with an imperial past to countries in transition, not to mention failed or rogue states like in the case of Taliban’s Afghanistan. However, a new model recently arose after the occasional recovery of an ancient bronze statue of Apollo in the coast in front of the Gaza Strip, part of a state at the same time under construction and under occupation (the Palestinian State), ruled by a de facto local government, in a part of the world where conflict, violence and injustice unfortunately are usual features of social life, and where culture is neglected while being, at the same time, perhaps one of the most promising path to rebuild a sense of community, a shared identity and the awareness of a common destiny.
Ever since an ancient 2,500 year old and extremely rare bronze statue of Apollo was found in Gaza last summer, Gaza came under an unfamiliar media spotlight. Although cases of captivity are not new to Gaza, a statue of the god of love and poetry being held hostage to unsettled politics is quite unique. The statue, of which the discovery details remain disputed, is extremely rare, since very few statues of the time were made in metal/bronze. It is also beautifully impeccable, judging only from the few photos that were shared with the world, as the statue remains 'hidden' somewhere in the Strip of Gaza. While details of the whereabouts of the statue are almost nonexistent, one thing is for sure: the whole world is all eyes and ears. To this day, representatives of Italian, Swiss, French, and Greek museums, archaeological missions, and even governments have tried, to no avail, to seek the statue. In this case, the fact that the statue is hidden in an undisclosed location is the simplest problem, given the severe geographic and physical embargo of Gaza. While this embargo could mean that the statue will at least not be illegally smuggled outside Gaza (UNESCO’s Interpol is on alert), there is nothing to guarantee the actual wellbeing of the statue.
This historic discovery is not the first in Gaza, but due to a long queue of news related to the conflict and its different implications, little has ever been said about the city's impressive history, or previous discoveries. For example, in 1879, Palestinians living in Tell Ajjul, about 20 km south of Gaza, stumbled upon a 4x1x0.7 meters yellow sandstone structure, which turned out to be the largest known statue of Zeus in the world (since the destruction of "Zeus of Olympia" in 5th Century AD in Greece). The statue was seized by the Ottoman authorities that were ruling Gaza at the time and sent to Istanbul. Ever since, the statue has been displayed in the Istanbul Archaeology Museum as "Zeus of Gaza." Zeus's left arm has probably drowned in the deep sands of Gaza. 
In 1917, during the third Battle of Gaza, the Australian Anzac forces discovered the Shellal Mosaic, a Byzantine mosaic chapel floor that was built under the reign of Emperor Justinian. The troops removed the mosaic from the site and took it back to Australia, where it has been on display in the Australian War Memorial since 1941. Several debates have sprung on whether Australia’s looting of the mosaic could be considered as a war crime, and whether it has any right to keep it to this day. Unfortunately, while little has been said, nothing was done. With the fall of the Ottoman Empire in 1917 and the seizure of Palestine by the British Mandate, more archaeological discoveries were made. In 1934, Sir Flinders Petrie excavated the ancient site of Tell Ajjul, a Bronze Age site south of Gaza dating to 2100 BC. The priceless and extremely rare treasures that he unearthed, numbering to 12,000, have been on display in the British Museum and other exhibitions in Britain ever since. 
The archaeological treasures that were not looted by foreign armies outnumber those that found home in museums around the world. However, the current situation in Palestine leaves no space for archaeological discoveries and conservation. Gaza, one of the most densely populated areas in the world, is a true testament to that: with an expanding population and a shrinking territory, archaeological sites are no priority. 
It may fairly be said that Apollo’s story received more international media coverage than local coverage. Save the authorities and a few interested individuals, the majority of people in Gaza are too busy trying to lead normal lives as opposed to worrying about Apollo. It’s a harsh reality, which has overshadowed the general populations’ interest in their own history and ancient ancestry. Historically, Gaza was one of the most important cities in the Mediterranean given its strategic location between West Asia and Africa, which means that important archaeological findings are no surprise to the city. Yet, all is under the threat of loss. 
On a lighter note, a number of initiatives by locals and internationals are aimed at preserving what is left of the history of Gaza. These include the efforts of private collectors, amongst them Jawdat Khoudary, who has been collecting and preserving artefacts from Gaza since 1987. Khoudary opened the city’s first Museum of Archaeology in 2008, Almathaf, exhibiting 300 pieces that represent different historical eras. Other important pieces of the collection, including a marble statue of Aphrodite, that was found in the sea, were sent to Geneva for an exhibition on Gaza’s history that was hosted by Germany and Sweden as well. “Gaza from Sand and Sea” is the title that was given to the first volume of books on the collection, with a second volume now being drafted on numismatics of Gaza. 
In an ideal world, the statue of Apollo would be examined, studied and conserved by Palestinian experts, and would be displayed in the national museum of Palestine and labelled as part of the region’s common cultural heritage. However, in the Gaza’s austere reality, none of that exists. Gazans are left to hope for the best; that the statue will not be decaying now as you read these words, that no illegal plans are being plotted, and that a peaceful, and prompt, solution could be reached for saving Apollo. Greed could also make local inhabitants hope that the international community might regard Gaza with a different eye once Apollo is rescued; who knew that a 2,500 year old Gazan could hold the key to Gaza’s ancient gate to the world?


(Pasquale Ferrara and Yasmeen J. El Khoudary)

Turkey “à la carte”?


The motivation for the award of the Nobel Prize Peace 2012 to the European Union refers to  "the possibility of EU membership for Turkey" as a factor that "advanced democracy and human rights in that country". No mention is made to Turkey foreign and security policy. To be sure, Turkey has strong ties with the Euro-Atlantic security framework, and that strategic choice is not meant to change in the near future. However, Turkey has its own national and regional interests to promote and defend. The recent worsening of the relations of Turkey with Israel and Syria could trigger or accelerate a process on "inter-independence" between Ankara and the Euro-Atlantic world, leading to a restructuring of the regional security balance.
This would not mean, however, that Turkey will turn its back on the West. The multidimensional "strategic depth" of Turkey interests an priorities, however, has already generated a wider and more problematic spectre or interaction, the Lybian case being a first evidence of that. Turkey advocated for non-intervention in military terms without necessarily opposing effective actions against Gheddafi's regime. It will be fair to say that Turkey is now widening the scope of its initiatives in the Mediterranean and Middle East, especially after the "Arab Spring" emerged as a game changer in the area. However, the illusion of maintaining a "zero problems" policy with its neighbours had to face the harsh reality of a region in turmoil and structural transformation. According to the Turkish analyst Sinan Ulgen, the new drivers in the areas were to create new objectives for Turkish foreign-policy strategists. Unfortunately, the growing tension in the Middle East did not confirme the prediction that Turkey’s leaders would have been “downgrading the importance of hard power security issues in favor of enhancing the country’s soft power while also grasping economic opportunities.” (Sinan Ulgen) By the same token, it is not necessarily true that the Turkish foreign policy is going through an “ontological” transformation in the direction of a “de-securitization”, which would imply – as a secondary consequences - an alteration of the balance of power between the country’s military and civilian establishments (this process is driven, in fact, by internal political factors).
At any rate, the present situation of Turkey is not necessarily ambigous. It is rather the result of a difficult balance of national, regional, transnational and international factors. According to some analysts, the new Turkish-Western relationship should probably be “à la carte”, driven by convergent national interests rather than “amorphous notions of geopolitics and identity” (Ian Lesser).
Those challenges notwithstanding, can we still consider Ankara as embedded in the Euro Atlantic framework? Or course we can. We just need to adjust the framework of our relationship. One could claim that Turkey finds NATO working on its top “hard security” priorities whereas the EU appears to benefit from a more comprehensive agenda focused on “soft security.”Turkey continues to share most of the goals of the Euro-Atlantic “security community”, such as no nuclear weapons proliferation in the region, a peaceful and just solution to the Israeli Palestinian and to other Middle East conflicts; the fight against transnational terrorism.  We should nevertheless be ready to accept that Turkey might have a different attitude towards certain “hot” topics (the Middle East Peace Process, Iran, Syria) and might be willing to pursue them with its own tactics and methodology.  More crucially, in dealing with Turkey, we should take into account that the country is now willing to play a role as responsible stakeholder in the regional and global arena. Especially as far as the Middle East is concerned, we should not take Turkey’s support for granted but treat it as an equal partner while devising policies, establishing new mechanisms for regular dialogue and better coordination. We should recognise Turkish pivotal role in the region and consider such an ambition more as an asset than a liability, as the special relationship of Turkey with some key-countries (Iran, Iraq, Syria before the current crisis) and some relevant non state actors (Hamas, Hezbollah) in the area gives us a unique chance to reinforce our dialogue capacities in the region. What is needed, in addition to the existing for a of cooperation, it is new framework for the partnership between Turkey and the West that should primarily aim at creating a “special relationship” with Turkey in the area of security, giving Ankara a prominent role in the Mediterranean and Middle East area.  A closer co-operation should therefore be first sought in the areas where interests converge. Other “missions” might be managing the game in Afghanistan and Iraq, promoting stability in the Black Sea and in the Balkans.  Turkey has participated in several military and civilian missions  in the context of the European Security and Defence Policy, including Concordia and Proxima (Macedonia), and EUFOR the Democratic Republic of Congo, Althea (Bosnia), EUPM (Bosnia), and EUPOL Kinshasa. As such, it is one of the most active participant in such missions in comparison to other  “third countries” and makes better that many EU member states as well. Turkey also takes regular commitments to the EU’s headline goals and is a quite important contributor to the EU battlegroups.
What is missing in this apparently rosy scenario?
So far, the security aspects of the Mediterranean area has been so far dealt with in different security fora.
For instance,  the “5+5” is a loose format for political dialogue which brings together ten countries bordering the Western Mediterranean Basin: five countries of the Arab Maghreb Union  - Algeria, Libya, Morocco, Mauritania and Tunisia - and five countries of the European Union - Spain, France, Italy, Malta and Portugal.
Unfortunately, the project of the Union for the Mediterranean is not going anywhere for the time being. The Union for the Mediterranean was proposed by President Nicolas Sarkozy, who wanted to strengthen relations between the EU’s southern member-states - such as France, Italy and Spain - and their North African and Arab neighbours across the sea.  It was not a bad idea in principle.  The Union for the Mediterranean was launched at a glittering ceremony in Paris in July 2008, it began life with no fewer than 43 members - the EU 27, plus 16 others ranging from Albania and Algeria to Israel and the Palestinian Authority. The Union for the Mediterranean had barely got off the ground before it ran into trouble in the shape of the Gaza conflict between Israel and Hamas at the beginning of 2009; consequently, high-level Union for the Mediterranean meetings were suspended.  Like the Barcelona process, the Union for the Mediterranean turned out to be hostage to decades-old political tensions in the Middle East.  On the other hand, the Union for the Mediterranean is supposed to steer clear of politics and concentrate on uncontroversial projects such as solar energy, cleaning up pollution in the Mediterranean Sea and encouraging small and medium-sized enterprises in the region. In principle, there is no explicit and comprehensive security dimension.  After the incident occurred in may 2012, when Israel halted with a military blitz a flotilla of ships trying to break the blockade of the Gaza strip, it became difficult to be optimistic on the next development. Apart from the impact on Arab-Israeli relations, the incident damaged relationship between Israel and Turkey. Though one of the Mediterranean region’s most influential states, Turkey has never thought very highly of the Union for the Mediterranean, in the fear that that solution was offered merely as a surrogate of the full membership of the European Union. So, we need to think in a more creative way, taking into account also more informal channels.  
To deal with the security aspects of the cooperation in the Mediterranean, the North Atlantic Council initiated in 1994 a NATO’s Mediterranean Dialogue, that involves seven non-NATO countries of the Mediterranean region (Algeria, Egypt, Israel, Jordan, Mauritania, Morocco and Tunisia). Its main mission, according to the original project, the Dialogue “reflects the Alliance’s view that security in Europe is closely linked to security and stability in the Mediterranean. It is an integral part of NATO's adaptation to the post-Cold War security environment, as well as an important component of the Alliance’s policy of outreach and cooperation.”. The Dialogue pursue three specific goals: “contribute to regional security and stability;  achieve better mutual understanding dispel any misconceptions about NATO among Dialogue countries.”
Moreover, NATO launched, in June 2004, the  “Istanbul Cooperation Initiative”, with the goal to contribute to long-term global and regional security by offering countries of the broader Middle East region practical bilateral security cooperation with NATO. Based on the principle of inclusiveness, the Initiative is, however, open to all interested countries of the broader Middle East region who subscribe to its aims and content, including the fight against terrorism and the proliferation of weapons of mass destruction. Six countries of the Gulf Cooperation Council were initially invited to participate. To date, four of these -- Bahrain, Qatar, Kuwait and the United Arab Emirates -- have joined. Saudia Arabia and Oman have also shown an interest in the Initiative.
So, we have in place a rather baroque structure that is only partially functional.
It appears though necessary to identify more comprehensive instruments to promote a holistic approach to the security of the region, taking into account all its possible aspects, including soft security. Unlike previous examples, such an instrument ought to be larger in terms of both the countries and the nature of the participants involve.
An option could be the establishment of an annual Mediterranean Conference, modelled after the Munich Conference on Security Policy, which would deal with security in the region, with the participation of Ministers (Foreign Affairs and Defence), Members of Parliaments, high representatives of the armed forces, academics, journalists and business people from the countries of the region and from other actors concerned.  The agenda of the Conference could focus on several dimensions of soft security, such as fight against terrorism and nuclear proliferation, human trafficking and illegal migration, energy and environmental security, catastrophe prevention, maritime security. The Forum could be organised jointly, for instance,  by Italy and Turkey, in the light of the close co-operation between the two countries, and take place alternatively in the two countries. By means of such an informal instrument, Ankara would no longer provide just a logistic support to security in the area, but would instead become a “hub” for identification of policies in the area.
In a changing security environment, it is not safe continuing thinking in terms of formal “alliances” and organizational structures. On the contrary, the capacity to adapt to the new challenges cannot be mummified in forma format of cooperation, although it is not suggested here to get ride of treaties and legally binding agreements.  As in the climate change narrative, countries like Turkey have to learn how to cope in practical terms with growing complexity and intractability, switching fast between the two polarities of adaptation and mitigation.  Adaptation requires a mentality of flexible arrangements, whereas mitigation implies responsive capabilities in the medium and long term. Our difficulty in framing in a new way the security concerns of Turkey is due to the adoption of old categories, based on military commitments, hard security and strong legal and political engagements.