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Il mondo "liquido"

C’è chi pensa che, in Medio Oriente, in Africa, in Asia, ci sia la possibilità di riprodurre l’intuizione che è alla base dell’Unione Europea con la messa in comune, nel 1950, del carbone e dell’acciaio, gli “ingredienti” della macchina bellica delle potenze europee, ed in particolare di Francia e Germania. Solo che, invece del carbone e dell’acciaio, le risorse da condividere sarebbero, oggi, il petrolio e l’acqua. 
Alcuni sviluppi recenti, ad esempio, come il rinvenimento di grandi giacimenti di gas nelle acque territoriali di Egitto, Israele, Libano, Cipro, rendono tale prospettiva estremamente attuale, anche se estremamente improbabile, viste le tensioni nell’area. 
Ma che dire dell’acqua? Esiste, ad esempio, un mega-progetto di collegamento tra il Mar Rosso ed il Mar Morto, per rimpinguare il livello di quest’ultimo (sceso in modo preoccupante) che però è bloccato da conflitti e diffidenze reciproche. In modo molto più drammatico, in Africa il lago Ciad, dal 1963, ha perso circa il 90 per cento della sua massa d'acqua, con conseguenze devastanti per la sicurezza alimentare delle popolazioni. Il progetto “Transacqua” si base sull’idea di portare acqua proprio verso quel lago, in via di progressiva desertificazione, tramite dighe, reti idriche e canali addirittura dal bacino del Congo. Ma dove sono i finanziamenti? 
Sempre in Africa, l’Etiopia ha lanciato il progetto della più grande diga del continente, la “Grand Ethiopian Renaissance Dam”, superiore a quella di Assuan in Egitto, e che creerà un nuovo lago di 1874 chilometri quadrati.  Il fiume interessato – che non è certo secondario per la storia della regione e persino per la storia dell’umanità - è il Nilo, e l’Egitto ha ovviamente fatto sentire forte la sua voce contraria, temendo conseguenze a valle del grande fiume, e la tensione tra Il Cairo e Addis Abeba è alta. Eppure proprio questa vicenda potrebbe essere assunta a paradigma della dimensione transnazionale di tutti i fattori che contano nella politica degli stati e per i popoli delle aree più svantaggiate, e la cui situazione è aggravata dal caos climatico e geo-politico. La Grande Diga è, il caso di dirlo, un metaforico spartiacque tra appropriazione e condivisione, tra sovranità e solidarietà. Dietro tutte le questioni “liquide” del pianeta si celano scelte politiche fondamentali per il futuro del mondo, ben oltre la politica internazionale.

Tra convergenze e diversità

Quando, qualche decennio fa, ci si accorse che gli Stati non erano più i soli ad agire nella politica internazionale, fu inventata l’espressione “neo-pluralismo”. Una pluralità di soggetti erano apparsi sulla scena del mondo: istituzioni internazionali, organizzazioni della società civile, individualità (come, ad esempio, i premi Nobel per la pace). In questa grande trasformazione, alcuni predissero persino la fine dello Stato-Nazione. La profezia non si avverò, ma non si può dire, oggi, che gli Stati godano di un’ottima salute. Oltre alla difficoltà di controllare poteri economici globali (le multinazionali, la finanza, i colossi di Internet), gli Stati devono stare attenti ora al fronte interno, cioè alle spinte secessioniste, separatiste, localiste. Lo abbiamo visto in Catalogna; lo abbiamo visto in grande scala, rispetto all’UE, con il referendum inglese per uscire dall’Unione europea. Ma tutti i Paesi sono attraversati da movimenti di frammentazione: sia per ridiscutere frontiere coloniali (in Africa), sia per formare nuove aggregazioni a carattere etnico-culturale (il Kurdistan), sia per recuperare identità storiche reali, ma molto enfatizzate dall’immaginazione collettiva. Oltre ai micro-regionalismi europei, vi sono casi macroscopici, assai differenti, come il Tibet ed i separatismi islamici nel Caucaso russo. 
Il problema, alle nostre latitudini, sembrerebbe ridursi ad una questione di delimitazione territoriale: dove tirare la linea? Il problema è, invece, proprio la linea. È paradossale che gli Stati – che certamente non danno sempre buona prova nel mondo globalizzato – siano contestati per… crearne di nuovi! Come se moltiplicare le frontiere fosse la panacea di tutti i mali. In realtà, accanto ai vincoli sociali locali, le nostre identità sono sempre più disperse in una miriade di legami immateriali, che non sono affatto racchiusi in un territorio, e che danno vita ad un nuovo “brodo”, fatto di convergenze, da un lato, e di diversità, dall’altro. Torniamo dunque all’idea del pluralismo, che fa di noi degli esseri situati nello spazio e nel tempo ma anche proiettati verso un fitto tessuto di relazioni che certo va ben oltre i territori auto-sufficienti (ammesso che ne esistano). Fare tanti nuovi Staterelli non mi sembra una risposta furba a questa nuova condizione. Ma soprattutto, è il confine invisibile dell’indifferenza al resto del mondo che rischia di rinchiuderci in una prigione, più o meno dorata.

Trattati di Roma, 60 anni dopo


Qualcuno potrebbe ritenere, con buona ragione, che non ci sia molto da festeggiare in Europa nel momento in cui si celebra il sessantesimo anniversario dei trattati di Roma. Molta acqua è passata sotto i ponti dal 1957, quando la creazione del mercato unico europeo sembrò rappresentare un passaggio fondamentale verso la costruzione di un’Europa unita.  Così non è stato, pur con tutti i meriti che di certo l’Unione Europa ha acquisito. Anzi, oggi più che all’integrazione europea si pensa alla disintegrazione europea, specie dopo la Brexit.  Forse non sarà così, ma sicuramente abbiamo oggi un’Europa che nella migliore delle ipotesi naviga a vista, nella peggiore si rassegna a rimpicciolirsi, e non solo geograficamente. Ma il pericolo è un altro, quello del ritorno prepotente dei nazionalismi, che sono le vere forze che sostengono i populismi di ogni colore. Sessant’anni dopo, il ciclo politico della condivisione di sovranità sembra esaurirsi, Bruxelles appare sempre più lontana, l’adesione dell’Est europeo si rivela una “fusione fredda” (cioè senza convinzione), le regioni limitrofe all’Europa sono teatro di conflitti a bassa o alta intensità (Ucraina, Libia, Siria), i rapporti con un candidato storico all’accesso all’Unione, la Turchia di Erdogan, diventato sempre più tesi (basti pensare alla crisi con l’Olanda). Ma il paradosso più evidente è che mentre i Trattati di Roma avevano significato l’abbattimento delle frontiere (per i lavoratori, le merci, i capitali e i servizi), l’Unione Europea de 2017 appare in misura maggiore o minore rivalutare le frontiere come barriere, specie per i migranti e i rifugiati.  Ci si è parzialmente integrati in settori tecnici come i trasporti e in campo finanziario come avvenuto per la moneta unica, ma abbiamo lasciato ai governi nazionali materie essenziali come la politica estera, la difesa e la sicurezza, la politica economica e la tassazione. La proposta che nasce dopo sessant’anni di integrazione è quella delle “cooperazioni rafforzate”: un’Europa a più velocità, nella quale alcuni stati possano decidere di unirsi più strettamente, mentre altri resterebbero a un livello di cooperazione meno impegnativo. Sarà forse una soluzione inevitabile, ma certamente non era questo il progetto dei fondatori, che pensavano all’unità nella diversità, non alla diversificazione nell’unione. L’Europa, però, si può ancora fare: basta volerlo. 

Perché non basta Schengen

Nonostante lo stato critico in cui si trova oggi l'integrazione europea - al punto di far temere persino l'avvio di un processo di disintegrazione - è indubbio che non sono affatto pochi né trascurabili i risultati che l'euro-esperimento ha offerto ai cittadini del vecchio continente. Lasciando da parte le questioni controverse della moneta unica e del modello di economia liberale (che purtroppo ha progressivamente perduto per strada alcuni suoi essenziali tratti sociali), la libera circolazione delle persone costituisce un fenomeno unico nell'ampia gamma delle organizzazioni internazionali. Una conquista prevista già nei Trattati Roma del 1957, ma che solo con il Trattato di Schengen, a partire dal 1996, comincia a divenire un fatto concreto, con l'abolizione di ogni controllo di frontiera tra i Paesi membri. Una libertá di circolazione che unita, ad esempio, allo straordinario successo del Programma Erasmus (che consente ai giovani universitari di compiere periodi di studio presso altre università europee e non solo) ha contribuito a creare un superficiale e forse utilitaristico senso di appartenenza allo spazio europeo, senza peró aver generato alcuna identità politica comune. Un utilitarismo che ha rivelato tutti i suoi limiti al primo stormir di fronde, dinanzi cioè alla crisi dei rifugiati che ha investito l'Europa dall'estate del 2015. Intendiamoci: non si tratta certamente dell'abolizione di Schengen, ma di una serie di "sospensioni" dcise da vari Paesi, a diversi livelli, e che ha coinvolto anche la stessa Germania. Il ripristino temporaneo dei controlli di frontiera - misura tecnica prevista dal Trattato - non significa affatto che la libera circolazione sia finita. Essa va persino oltre i confini dell'Unione Europea, perché include anche Norvegia, Svizzera, Islanda, Liechtenstein, mentre non ne fanno parte Bulgaria, Cipro, Croazia, e Romania, Paesi per i quali il trattato non è ancora in vigore, e Irlanda e Regno Unito, che se ne sono volontariamente tenuti fuori sin dall'inizio. Tuttavia mettere Schengen tra parentesi è un segnale politico grave, che può resuscitare un nazionalismo 2.0, come dimostrano le tensioni che si sono generate tra Italia e Austria all'annuncio fatto da Vienna (che però non ha avuto sinora alcun seguito operativo) di voler erigere una barriera al confine del Brennero. Tutto ciò dimostra che l'approccio funzionale (come l'abolizione dei controlli di frontiera) non basta più a dare un senso politico all'Unione Europea, e che dunque per poter superare lo stallo gli Europei si debbono seriamente interrogare sulle ragioni più profonde della loro "unione". Un esercizio che dovrebbero fare i popoli, più che i governi.

Sei rischi esistenziali per l'Europa


Nel momento in cui una nuova tragedia, provocata dalla furia del terrorismo cieco ed implacabile, colpisce la “capitale dell’Europa”, è oggettivamente difficile mantenere la lucidità necessaria per capirne la portata e per comprendere che agire, più che reagire, è la risposta davvero strategica che dobbiamo avere la capacità di articolare. Anzitutto, dobbiamo renderci conto che colpire Bruxelles ha un chiaro intento politico, rivolto non tanto e non solo al Belgio, quanto  all’Unione Europea in quanto tale, come istituzione integrativa di 28 paesi europei. E’ un’intimidazione intesa a ripercuotersi, perciò, in tutti gli Stati membri, e che persegue lo scopo di portare la guerra dell’ISIS nel cuore dell’Europa, con l’obiettivo di allargare il fronte dei paesi coinvolti. L’unisca speranza dell’ISIS, contrariamente a quanto si crede, consiste proprio nell’espandere le frontiere del caos, nell’estendere la sua trincea nei gangli delle nostre democrazie. 
Sono molteplici i livelli sui cui è necessario “agire”.
In primo luogo, come sempre dinanzi a shock violentissimi la prima tentazione è quella di prevedere misure straordinarie, stati di eccezione, sospensione di regole e di procedure democratiche. Ma se c’è un paradigma che distingue le democrazie rispetto all’oscurantismo del terrore è proprio quella di combattere volutamente  “con una mano legata dietro la schiena”, e cioè quella di non farsi trascinare nel baratro della rinuncia alla libertà in cambio di una (illusoria) sicurezza. L’obiettivo del terrorismo è, tra l’altro, proprio quello di dimostrare che lo stato  democratico è inefficace, è incapace di proteggere i propri cittadini e pertanto è delegittimato, perché inetto. Insomma, la democrazia non servirebbe in situazioni di crisi. Il punto è che questa distorta rappresentazione della democrazia è fatta propria non solo da populisti e demagoghi, ma anche da analisti e intellettuali più o meno autorevoli.
Sarebbe però un cedimento gravissimo, lo stesso che ha portato gli Stati Uniti, dopo l’11 settembre, ad adottare il “Patriot  Act”, cioè una legislazione draconiana che ha avuto non solo l’effetto di restringere le libertà fondamentali anzitutto degli Americani, ma anche di fornire una sorta di lasciapassare per la violazione “legalizzata” dei diritti umani. Se oggi un candidato alla Presidenza degli Stati Uniti può pensare di chiudere le frontiere a tutti i messicani e a tutti gli “Islamici”, se può affermare che la tortura è una pratica ammissibile, si deve proprio a questa infezione della democrazia, a questo inquinamento dell’opinione pubblica, che costituisce, in qualche modo, una vittoria del terrorismo.
Tutto ciò è inutile oltre che dannoso, giacché le democrazie hanno tutti gli strumenti per difendersi: misure di polizia, possibilità di controlli a vari livelli, mezzi giuridici, mezzi politici, mezzi informativi e comunicativi. Basta usarli bene e con tutte le loro potenzialità, senza che ci sia bisogno di giustificare l’accantonamento della legalità con la situazione di emergenza. Gli attentati di Bruxelles, ad esempio, non sono dovuti alla mancanza di strumenti, ma al fatto che essi non sono stati utilizzati in modo coordinato e pro-attivo.
Il secondo rischio è quello di credere che il pericolo per la nostra sicurezza venga dall’esterno. La minaccia, a Bruxelles come a Parigi, è più endogena che esogena, e bisognerà pure interrogarsi sul perché i kamikaze crescono nelle città europee, dotati di cittadinanza e di passaporti europei. Il tema delle periferie ghettizzate o delle enclave metropolitane è stato trascurato per troppo tempo; ciò non riguarda solo gli aspetti, pur fondamentali, della sicurezza, ma anche e soprattutto i fenomeni di alienazione e di “tradimento” della patria di residenza, che sanciscono il fallimento culturale e civile delle politiche di integrazione. Certo, la radicalizzazione è spesso il risultato di deleterie influenze esterne, e il caso macroscopico è quello dei foreign fighters europei di ritorno, addestrati nel sedicente stato pseudo-islamico, ma ciò non toglie che il contesto urbano degradato e la marginalità giochino un ruolo tutt’altro che secondario, se non altro perché non producono i necessari anticorpi contro la deriva dell’estremismo violento.
Il terzo rischio, collegato al punto precedente, è che la paura finisca per ampliare il “fronte del rifiuto” rispetto alla questione dei rifugiati e dei migranti, accomunando indistintamente migrazioni e terrorismo, e cioè confondendo gli effetti con le cause, dimenticando che i rifugiati sono essi stessi vittime di terrorismo, persecuzioni, guerra. I segnali che vediamo sono preoccupanti, con l’aggravante di una strumentalizzazione politica vergognosa e disumana, che gioca con le giuste preoccupazioni dei cittadini per ottenere consensi e conquistare scranni elettorali.
Fermo restando che un politico avrebbe il dovere di guidare, di spiegare, di argomentare, più che di inseguire l’opinione prevalente, cercando anzi di cambiarla in nome della verità (almeno quella con la lettera minuscola), verrebbe da dire che in queste condizioni sarebbe di gran lunga più dignitoso per un politico perdere le elezioni piuttosto che guadagnare fette di potere con un metodo strutturalmente disonesto e manipolativo, oltre che irresponsabile e, alla lunga, auto-distruttivo, per sé stesso, per la società, per la politica e la sua credibilità.
Il quarto rischio è che la minaccia terroristica dell’ISIS contribuisca a demolire quanto è ancora rimasto in piedi dell’integrazione europea – dopo la sospensione di Schengen, il ripiegamento sulla sicurezza nazionale, l’inquietante risposta all’emergenza dei rifugiati –, con l’idea che le nostre piccole patrie possano realmente costituire il nostro orizzonte di salvezza. Tutto ciò è paradossale: il terrorismo è transnazionale per definizione, tutte le più grandi sfide che dobbiamo fronteggiare sono globali, e dunque ci sarebbe bisogno di una dimensione realmente europea, in termini di intelligence, di condivisione di informazioni, di coordinamento di azioni preventive.
Invece di rafforzarci, rischiamo così di indebolirci, e di aumentare in modo esponenziale la nostra vulnerabilità. La domanda seria che dovremmo porci non è se crediamo o meno all’Europa quasi fosse un articolo di fede, ma se senza l’Europa possiamo davvero pensare di avere una qualche incidenza, anche in termini di garantire la nostra sicurezza, in un mondo globalizzato e trans-nazionalizzato.
Il quinto rischio è che la contrapposizione tra mondo euro-atlantico e mondo arabo, che è uno degli intenti fondamentali dell’ISIS, diventi, almeno nella facile retorica politica, una realtà irreversibile, con l’aggravante di una dimensione religiosa (Cristianesismo contro Islam). È cruciale che tutte le istanze e le voci capaci di smontare questo assioma falso e rozzo abbiano spazio e risonanza. C’è una sorta di scisma non dichiarato nell’Islam sunnita, che è quello del sedicente stato pseudo-islamico e di tutti i terrorismi ad esso affini, e che va ben oltre le stesse correnti salafite e wahabbite, che sempre più tendono a distinguersi rispetto al terrore nichilista dell’ISIS e di Al Qaeda, come pure di Boko Haram.
I Cristiani sono perseguitati in Siria e Iraq, ma lo sono pure gli sciiti, gli yazidi, le correnti che si rifanno alla tradizione sufita, i sunniti che rifiutano una versione degenerata della Jihad e l’arruolamento forzato sotto il Califfato. Qui non si tratta di scontro di civiltà, ma di isolare e arginare l’inciviltà dello scontro.
Il sesto rischio, che molti commentatori “muscolari” sembrano non considerare, è quello di una militarizzazione delle politiche estere dei Paesi europei, quasi che il “male” dell’estremismo violento e possa essere estirpato dal Medio Oriente e dal Nordafrica mettendo, come si dice, gli “stivali sul terreno”, cioè con interventi diretti nei conflitti. Non ci ha risparmiato questo consiglio neanche Tony Blair, che appena pochi giorni fa si era “scusato” per l’intervento in Iraq, fonte di quasi tutti i nostri problemi attuali. Più accorto Obama, che ha definito un “errore” l’intervento in Libia nel 2011, condendo però l’affermazione con una certa dose di veleno nei confronti degli “alleati (europei) scrocconi”, che contato cioè sempre sugli Stati Uniti quando si tratta di agire militarmente.
In Libia, come in Siria ed in Iraq, si tratta di far qualcosa di assai più incisivo e radicale rispetto ai bombardamenti o alle invasioni, e cioè mettere in atto una strategia che isoli il terrorismo, che punti a sostenere davvero quanti intendono ricostruire il patto fondativo nazionale, senza il quale si rischia di appoggiare una fazione contro l’altra, con effetti dirompenti. È quello che hanno fatto in Siria, dal 2011, le Monarchie del Golfo, l’Iran, la Turchia, la Russia, ma anche l’Europa e gli Stati Uniti, in ordine sparso, con una confusione ed improvvisazione tale da avvalorare la convinzione che se tutti se ne fossero astenuti oggi la situazione non sarebbe forse peggiore di quella che ci ritroviamo dinanzi. È quello che hanno fatto gli Europei bombardando il regime di Gheddafi nel 2011 senza avere la più pallida idea di cosa fare immediatamente dopo.
Insomma, il momento è drammatico e non possiamo scherzare con le parole, con le narrazioni, con la storia. Un aforisma riferito alla politica italiana di qualche anno fa diceva che “la situazione è drammatica, ma non seria”. Facciamo in modo che la politica europea sia, invece, seria, e ricordiamoci che nel 2012 l’Unione Europea ha ricevuto il Premio Nobel per la pace. Meritiamocelo in questa ora tragica, ricordando al mondo che l’integrazione è non solo una grande invenzione europea, ma anche la prefigurazione di rapporti internazionali da rifondare. Abbiamo avuto la dimostrazione, dopo i suicidi delle due guerre mondiali del XX secolo, che accontentarci di una precaria “pace fredda” o di una “pace a bassa intensità” in Europa, come altrove, non serve a prevenire i conflitti, e che la pace richiede il massimo di impegno e di rischio. Ci vuole molto più coraggio e molta più strategia a vincere la pace di quanto ce ne vogliano in qualunque guerra.   

Obama tra scelte e necessità


All’inizio del mandato di Obama, la politica estera del primo presidente afroamericano degli Stati Uniti fu caricata di eccezionali aspettative, in parte giustificate dal carattere multilaterale e dal realismo etico che la Casa Bianca avrebbe voluto imprimerle. Obama si è trovato però non solo a dover raccogliere la difficile eredità dei due conflitti iniziati dal suo predecessore – e delle ripercussioni che essi hanno avuto sul teatro mediorientale e sui rapporti con il mondo arabo-islamico –, ma a dover agire proprio nel momento di ridefinizione della mappa del potere mondiale. Il presidente americano, in sostanza, è stato costretto dalle circostanze a ripensare il ruolo degli USA in un mondo in cui l’egemonia occidentale incontra crescenti resistenze.
Morten Wetland, ambasciatore della Norvegia alle Nazioni Unite dal 2008 al 2012, ha recentemente affermato di aver vissuto il suo momento più imbarazzante al Palazzo di vetro in occasione del conferimento del premio Nobel per la pace per il 2009 a Barack Obama, da poco eletto 44° presidente degli Stati Uniti.1 Secondo il racconto di Wetland, il suo collega a Washington, Wegger Strømmen, lo avrebbe chiamato per informarlo di aver ricevuto una reprimenda dal Chief of Staff della Casa Bianca (all’epoca Rahm Emanuel), poiché il premio, contrariamente a quanto si sarebbe potuto pensare, avrebbe messo Obama in una difficile posizione. Pare che Emanuel abbia affermato, in tale circostanza, che il Nobel per la pace avrebbe finito per restringere la libertà del presidente di stabilire in piena autonomia la propria agenda in campo internazionale. L’episodio è, in qualche modo, emblematico dell’operato di Obama in politica estera. Da una parte, la volontà di stabilire una netta discontinuità rispetto al recente passato; dall’altra, la necessità di tener conto di una realtà internazionale in una fase di radicale ristrutturazione di equilibri, di alleanze, di rapporti di forza.
La motivazione del Nobel, in verità, conteneva i due elementi su cui Obama aveva annunciato di voler riformulare la politica estera americana: il multilateralismo e il dialogo come “regola d’ingaggio”. Più in generale, l’articolazione del ruolo americano nel mondo appariva ispirarsi, nella visione di Obama, a un sano realismo etico dopo gli eccessi ideologici e persino messianici dei neoconservatori durante gli otto anni di presidenza di George W. Bush. Non v’è dubbio che all’inizio del suo first term (2009-12) Obama puntò a cambiare anzitutto il clima dei rapporti internazionali. Basti ricordare i messaggi al mondo islamico (e in particolare il discorso del Cairo del 4 giugno 2009) e l’iniziativa a favore del disarmo nucleare lanciata sulla piazza di Praga il 5 aprile 2009 (“l’opzione zero”), senza trascurare il recente annuncio di una nuova fase nelle relazioni con Cuba dopo decenni di embargo e politica di isolamento nei confronti di L’Avana. Oggi bisogna riconoscere che di realismo ce n’è stato tanto (l’uccisione di Osama bin Laden con una riuscita incursione militare in pieno territorio pachistano; l’uso di droni in funzione antiterrorismo ma non privi di “effetti collaterali” – letali – sui civili; la mancata chiusura del centro extraterritoriale di detenzione straordinaria di Guantánamo; la questione dello spionaggio politico su vasta scala attraverso i programmi della National Security Agency), mentre l’etica ha fatto molta più fatica a farsi strada nelle complicazioni crescenti della politica mondiale. Occorre però, anzitutto, ricordarsi del punto di partenza. Obama raccolse la complessa eredità di due conflitti (Afghanistan e Iraq), di un profondo risentimento nel mondo arabo-islamico per una “guerra al terrorismo” le cui modalità, secondo alcuni analisti, alimentarono ulteriormente i suoi focolai e i suoi centri di incubazione, di una reazione di autodifesa dinanzi alla teoria del contagio (la diffusione ineluttabile della democrazia liberaldemocratica di stampo occidentale e di un modello economico globalizzante di tipo liberista), di uno scontro di civiltà divenuto una profezia che si autoavvera.
Obama ha mantenuto la promessa di mettere fine all’intervento militare in Iraq, mentre è in piena attuazione il programma di disimpegno dall’Afghanistan. Nel frattempo, però, altri fronti si sono aperti, persino più impervi e intrattabili. La questione libica, lasciata sostanzialmente nelle mani degli europei, ha ancora oggi – per dire il meno – le fattezze di una missione largamente incompiuta. Il dilemma siriano, con Assad ormai internazionalmente screditato, da un lato, e la minaccia dello Stato Islamico, dall’altro, costituisce un irrisolto fattore di instabilità strutturale e persino esistenziale rispetto alle entità statali dell’intera regione. Ciò che sembra accomunare queste situazioni, pur oggettivamente molto diverse, è la questione della sostenibilità (dubbia o assente) del quadro istituzionale, politico, sociale ed economico, che emerge in tutta la sua fragilità dopo gli interventi internazionali. È mancata la gestione della ricostruzione politica e istituzionale, nonostante la retorica dell’institution building. Il nocciolo della questione riguarda la volontà e la possibilità non solo degli Stati Uniti, ma anche degli altri principali attori della politica mondiale, di assumersi l’onere – peraltro in base a criteri non certamente coerenti e con metodi non necessariamente in linea con la legalità internazionale – non solo dell’occasionale abbattimento dei regimi illiberali e autoritari, ma anche e soprattutto della ricostituzione del patto nazionale, di un progetto politico minimamente condiviso in società e paesi profondamente lacerati. Ciò richiede intenzionalità politica, ma anche risorse umane e finanziarie, sempre più difficili da mobilitare in un contesto di generale “sglobalizzazione” e di ripiegamento sull’orizzonte delle necessità nazionali.
A tratti Obama è stato considerato esitante (è stato definito, ad esempio, il “presidente Amleto” o il “procrastinatore”). Tuttavia, c’è da chiedersi se in certe circostanze difficili da decifrare (si pensi all’ipotesi, poi rientrata anche per l’opposizione russa, di un “attacco punitivo” ad Assad per l’uso di armi chimiche nella guerra civile siriana) non sia meglio soppesare tutti i fattori in gioco piuttosto che precipitarsi a compiere scelte improvvisate e improvvide, che potrebbero in seguito rivelarsi irreversibili. La verità, come sempre, sta nel mezzo; eppure non sarei del tutto sicuro, come ha scritto Michael O’Hanlon, che, non essendoci certamente alcun bisogno che Obama diventasse un altro George W. Bush, forse talvolta avrebbe potuto essere un po’ più Ronald Reagan.2 La rappresentazione di un mondo “binario”, basata sulla narrazione della lotta del bene contro il male, se non è mai stata convincente, nell’intricato panorama internazionale contemporaneo costituisce un rischioso azzardo.
La regione del Medio Oriente e del Nord Africa è quella che più ha messo alla prova le prospettive ricostruttive di Obama. Nel giro di pochi anni un vecchio ordine autoritario è crollato in molti paesi (Tunisia, Libia, Egitto), tanto da far prefigurare una fioritura democratica (questa volta “endogena”) nell’intera area. Oggi paradossalmente, dopo l’appoggio che l’Amministrazione americana aveva coraggiosamente dato alle primavere arabe, il punto di ancoraggio della politica mediorientale di Washington (oltre a Israele) è nuovamente l’Egitto, tornato sotto il controllo di classi dirigenti forti e tradizionali, mentre persino l’Iran (con un certo allarme da parte delle monarchie del Golfo) appare, oggettivamente, come un potenziale alleato strategico regionale contro un irredentismo sunnita violento e aggressivo.
Il conflitto israelo-palestinese è quello su cui si registra un preoccupante stallo, se non una regressione. Il riconoscimento della statualità alla Palestina (come Stato osservatore non membro) da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 29 novembre 2012 (con i susseguenti riconoscimenti bilaterali, come avvenuto, di recente, da parte della Svezia) non si è tradotto né in progressi politici né in svolte negoziali, al contrario. Il tentato braccio di ferro con il primo ministro Netanyahu sugli insediamenti illegali si è risolto in un sostanziale nulla di fatto. La determinazione a imprimere un nuovo impeto alla diplomazia sotto la spinta degli Stati Uniti si è scontrata con le crescenti esigenze securitarie di Israele e con le sue operazioni militari nella Striscia di Gaza (Pillar of Defense nel 2012 e Protective Edge nel 2014). Non v’è dubbio che proprio il conflitto israelo-palestinese rappresenti (almeno finora) un vulnus nel quadro della politica estera dell’Amministrazione Obama.
All’inizio del mandato di Obama non erano mancate le preoccupazioni degli europei per l’accento posto sulla dimensione “transpacifica” oltre che “transatlantica” della proiezione internazionale degli Stati Uniti, a riprova della traslazione di potere in corso su scala globale. Questo orientamento è stato precisato nel 2012 nel documento strategico Pivot to East Asia, in cui si delinea un approccio ambizioso alla regione, basato sul rafforzamento delle alleanze bilaterali di sicurezza, sull’approfondimento delle relazioni “operative” con i paesi emergenti dell’area (inclusa la Cina), sul rilancio della cooperazione con le istituzioni multilaterali regionali (in particolare l’ASEAN), sull’espansione dei rapporti com merciali e sugli investimenti, su una presenza militare a largo raggio e sui progressi nell’ambito della democrazia e dei diritti umani. Tuttavia, la storia non ne vuole sapere di strategie scritte a tavolino e Obama è stato costretto dalle circostanze (che portano il nome di Putin), oltre ad accantonare l’idea di una ripartenza nei rapporti con Mosca, a rifocalizzarsi, se non sull’Europa in quanto tale, almeno sull’area eurasiatica. La crisi ucraina (largamente sottovalutata ai suoi esordi) e l’annessione della Crimea (invece largamente prevedibile) hanno riproposto con forza il problema della sicurezza europea, che paradossalmente proprio il troppo rapido e poco meditato allargamento a est dell’alleanza di sicurezza euroatlantica (la NATO) aveva indebolito, anziché rafforzare. Obama si è trovato a gestire il ripensamento del ruolo degli Stati Uniti proprio nel momento più critico del ridisegno della mappa del potere mondiale. Si tratta, in definitiva, della fine dell’ordine egemonico liberale messo in piedi dagli Stati Uniti dalla fine della seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti, a mo’ di un “Leviatano liberale”, secondo la plastica definizione di John Ikenberry, «assunsero il compito di realizzare e dirigere un ordine internazionale organizzandolo intorno a istituzioni multilaterali, alleanze, relazioni speciali e rapporti con Stati-clienti. Si trattava di un ordine politico gerarchico dotato di caratteristiche liberali. Definito in termini di erogazione di sicurezza, di creazione di ricchezza e di avanzamento sociale, quest’ordine egemonico liberale è stato, con tutta probabilità, l’ordine di maggior successo della storia mondiale».3 Quest’ordine liberale, se non proprio finito, è quanto meno sottoposto a forti tensioni e soprattutto viene contestato in molte aree del mondo, mostrando segni di progressivo disfacimento, come ha denunciato Richard Haass.4 Tuttavia, non è ancora chiaro quale possa essere il quadro politico adatto a regolare le nuove relazioni internazionali. Charles Kupchan ha parlato dell’avvento del “mondo di nessuno”, vale a dire un sistema internazionale privo dell’impronta di un egemone chiaramente identificabile.5 Per Kupchan, se gli ultimi due secoli hanno visto l’egemonia materiale e ideologica dell’Occidente nella politica internazionale, il mondo del futuro prossimo non sarà dominato da un singolo paese, da una particolare area regionale o da un solo modello politico. Stati Uniti e Unione europea si ritroveranno ben presto in un mondo di profondi cambiamenti, in cui nessuna delle potenze emergenti avrà la forza necessaria per esercitare un’egemonia globale. Una cosa è coordinare le iniziative politiche, come avviene ad esempio per i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), altra cosa è condividere una visione coerente del nuovo ordine internazionale. Questi paesi sanno quello che non vogliono più, cioè un mondo ancora dominato dall’Occidente, ma sarà più difficile che possano immaginare e realizzare un’alternativa politicamente praticabile nel breve periodo.
Obama ha condotto la barca (o il transatlantico) della politica estera americana in queste acque agitate. Sarebbe gratuito definirlo il primo presidente dell’era post americana, perché gli Stati Uniti sono ancora un punto di riferimento, e non solo per l’Occidente, in molti campi e hanno dimostrato una resilienza che la ripresa economica americana non fa che confermare. La complessità mondiale insegna che ormai non può essere né un solo presidente – per quanto carismatico, illuminato e determinato – né un solo paese – per quanto economicamente o militarmente potente – a fare la differenza e che la via d’uscita dal disordine mondiale non consiste nell’affannosa ricerca di un nuovo egemone o di un nuovo concerto delle potenze, quanto nell’immaginare e costruire un ordine condiviso e pluralista, per sfuggire dal ciclo dell’egemonia delle iperpotenze ed entrare in quello della democrazia internazionale. Ugualmente datata è la visione di un “ordine mondiale”, recentemente riproposta da Henry Kissinger,6 basata ancora sugli assunti vestfaliani della sovranità assoluta degli Stati. Come ha scritto Anne-Marie Slaughter7 oggi la questione di fondo della politica internazionale non è l’equilibrio di potere, o una qualche riedizione su vasta scala del concerto delle potenze; non ci si può concentrare solo sulle relazioni interstatali quando in realtà il disordine colpisce ormai in gran parte e direttamente popoli e società. L’Europa, come luogo di condivisione di sovranità e laboratorio transnazionale, faccia la sua parte.


[1] A. Grande, Fikk overhaling av Obamas stabssjef, in “Dagens Næringsliv”, 14 maggio 2014; ANSA, Nobel a Obama, USA “strigliarono” Oslo, 16 maggio 2014.
[2] M. O’Hanlon, The Obama Defense. What He Gets Right – and Wrong – about Foreign Policy, in “Foreign Affairs”, 28 maggio 2014.
[3] G. J. Ikenberry, Leviatano liberale. Le origini, le crisi e la trasformazione dell’ordine mondiale americano, UTET Università, Torino 2012, p. XV.
[4] R. N. Haass, The Unraveling. How to Respond to a Disordered World, in “Foreign Affairs”, novembre/dicembre 2014.
[5] C. A. Kupchan, No One’s World. The West, the Rising Rest, and the Coming Global Turn, Oxford University Press, Oxford 2013.

La sfida greca


“Elpida erchete”, è tornata la speranza, è lo slogan di Alexis Tsipras. La sua vittoria alle elezioni politiche greche, che lo hanno portato al governo, è una svolta radicale non solo per la politica ellenica, ma per l’intera Unione Europea, o almeno per l’area dell’Euro. Formazioni con un simile programma anti-austerity si vanno consolidando nei Paesi del Mediterraneo, a cominciare da Podemos in Spagna, senza considerare il rafforzamento dell’atteggiamento anti-euro in Italia con il Movimento 5 stelle e la svolta post-secessionista della Lega. La differenza, non da poco, con altre formazioni europee è che nel programma di Syriza non c’è un’avventuristica “uscita dall’Euro”. Nel suo discorso la sera del trionfo, Tsipras ha annunciato che la Grecia metterà fine ad “anni di oppressione” a seguito delle politiche di rigore della Troika economica (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario internazionale). L’imposizione, a partire specialmente dal 2010, di politiche restrittive della spesa pubblica ha approfondito la recessione della Grecia, che nel 2014 ha fatto registrare un tasso di disoccupazione generale del 28%, con punte fino al 60% tra i giovani. Come ha osservato Paul Krugman, le politiche irrealistiche sinora adottate per “salvare” la Grecia hanno affossato il Paese; l’avvento del governo Tsipras può rappresentare l’iniezione di un sano realismo nelle politiche della Troika. Tsipras ha denunciato con forza anche le sperequazioni interne, che paradossalmente, confermando le tesi sulla concentrazione della ricchezza dell’economista Thomas Piketty, si sono acuite durante la crisi e il programma di ristrutturazione economica; l’istituzione di un Ministero per la trasparenza – insieme alla scelta di un team economico competente - è un segnale forte contro l’evasione fiscale e la corruzione. Il nuovo premier greco ha dimostrato anche un pragmatismo perfino spregiudicato siglando un’alleanza indigesta con la formazione populista e xenofoba di Panos Kammenos. Si apre ora una difficile partita nell’Eurozona. E’ prevedibile che i Paesi che invocano un alleggerimento ragionevole delle politiche rigoriste comincino a lavorare in modo più coordinato, in una sorta di coalizione informale pro-crescita. Sarebbe però pericoloso se questo riallineamento portasse ad una polarizzazione su base nazionale all’interno dell’Unione, disgregando non solo l’area dell’Euro, ma lo stesso processo di integrazione. Si avvertono già segnali di divergenza, ad esempio, sull’atteggiamento da assumere nei confronti della Russia; Tsipras si è detto contrario alle sanzioni verso Mosca in relazione alla crisi ucraina, e un’Europa che già si presenta debole potrebbe veder ulteriormente ridotta la sua rilevanza in un contesto strategico. Il caso greco è un’occasione per prendere atto, una volta per tutte, come sostiene Wolfgang Streek, che l’Europa rischia di vedere smantellato il patto sociale che consentiva di coniugare – pur in misura diversa tra Paese e Paese – il capitalismo con la democrazia, il mercato con lo stato. La questione di fondo è che l’integrazione economica non può più reggersi senza un minimo di integrazione politica e di integrazione sociale. Non sembri vuota retorica europeista. Per ridare centralità alla democrazia nell’era dell’economia e della finanza transnazionale non serve (né è più possibile!) tornare allo stato chiuso, bisogna rispondere rendendo transazionale, e cioè veramente europea, anche la politica.

La nuova Commissione Europea tra ambizioni ed emergenze

Le sfide della nuova Commissione Europea, che avvia concretamente il suo mandato in Novembre, sono fondamentalmente di due tipi. Da una parte, l’assetto interno, non privo di conseguenze sulle modalità di operare del nuovo Collegio e anche sulla sua capacità di ottenere risultati tangibili; dall'altra, il varo di politiche rese necessarie e urgenti da un contesto europeo e mondiale che si presenta con caratteri che non pare esagerato definire emergenziali.
Jean-Claude Juncker è certamente un europeista, ma è anche e soprattutto un politico pragmatico e di grande esperienza. A parte le circostanze particolarmente innovative che lo hanno portato a essere designato Presidente della Commissione a seguito di una sorta di investitura “elettorale” al contempo informale e indiretta, Juncker ha sin dall’inizio dedicato una speciale attenzione al funzionamento della Commissione, un organo collegiale di 28 membri che nel tempo, anche in ragione della frammentazione interna, ha perso di mordente rispetto al processo integrativo e soprattutto nei confronti della “rivincita” dei governi nazionali sulle istituzioni comuni. La struttura della nuova Commissione cerca di rimediare, in qualche modo, alla dispersione delle competenze, istituendo nei fatti una sorta di inner cabinet formato, oltre che dal Presidente, da sette commissari con forti funzioni di coordinamento rispetto ai portafogli distribuiti agli altri Commissari. Sarà – ha detto Juncker – una Commissione certamente “politica”, ma non “politicizzata”. I commissari-coordinatori provengono, comprendendo anche lo stesso Presidente, da tre delle famiglie politiche europee: quattro popolari (Juncker, Georgieva, Katainen, Dombrovskis), tre socialisti (Timmermans, Sefcovic e Mogherini), un liberale (Ansip). Tuttavia, nella visione di Juncker, la Commissione deve anche rimanere un’istituzione di garanzia, in grado di rappresentare l’interesse dell’Unione in quanto tale e non divenire né una cassa di risonanza dei gruppi del Parlamento Europeo, né una replica delle delegazioni nazionali al Consiglio; compito, quest’ultimo, divenuto assai complesso, da quando è stato cancellato il principio, affermatosi nel corso del negoziato che portò al Trattato di Nizza, che il numero dei Commissari dovesse essere inferiore al numero degli Stati membri dell’Unione.
Nella ristrutturazione della Commissione, operata senza introdurre riforme epocali e sfruttando il principio della libertà di auto-organizzazione delle istituzioni, spicca la novità della creazione della carica di un primo Vice-Presidente unico, assegnata all’olandese Frans Timmermans. Il suo portafoglio comprende questioni “orizzontali” di grande rilievo, come le relazioni inter-istituzionali (con il Parlamento e con il Consiglio), la Carta dei diritti fondamentali, e soprattutto il tema strategico dei negoziati per il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) nei suoi risvolti per le competenze nazionali in materia di contenziosi con investitori esteri. In pratica, la nomina di Timmermans crea, si direbbe, una categoria di Commissario a parte, con funzioni reali di deputy rispetto allo stesso Juncker, e in posizione chiaramente differenziata rispetto agli altri sei Vice-Presidenti. Resta da capire se questa disseminazione di ruoli integrativi delle diverse politiche si rivelerà un ridimensionamento della funzione di indirizzo politico del Presidente della Commissione (“sono troppo anziano per iniziare una nuova carriera come dittatore”, come ha detto Juncker, tra il serio e il faceto), oppure, al contrario, rafforzerà i caratteri più marcatamente strategici della sua missione.
Nel complesso, si tratta di un riaggiustamento di competenze a seguito delle audizioni dei Commissari da parte del Parlamento Europeo, che hanno portato, tra l’altro, a un “rimpasto” complesso e dagli esiti non scontati. In primo luogo, la sostituzione della Commissaria slovena (auto-nominatasi!), l’ex Primo Ministro Alenka Bratušek, con Violeta Bulc e la conseguente riconfigurazione del corrispondente portafoglio (trasporti). In secondo luogo, la conferma sofferta (a causa delle politiche del governo di Budapest in materia di libertà di espressione e pluralismo, fortemente contestate da buona parte del Parlamento Europeo) del Commissario ungherese Tibor Navracsics dopo la sottrazione delle questioni della cittadinanza europea alle sue responsabilità originarie (istruzione, cultura, gioventù). Si è avuta poi la riassegnazione della gestione della stessa cittadinanza al greco Dimitris Avramopoulos nel contesto di un ampio e sensibilissimo dossier, che comprende migrazioni e affari interni. 
Tutta la vicenda della nomina della Commissione e della sua approvazione da parte del Parlamento Europeo si è svolta con una spiccata (per taluni, velleitaria) caratterizzazione politico-parlamentare, quasi a voler segnare, almeno nell’intenzione dell’Assemblea di Strasburgo, una nuova fase nell’equilibrio inter-istituzionale. L’ex Premier belga e europarlamentare Guy Verhofstadt ha non a caso evocato in chiave critica il ruolo della Commissione nell’ultimo quinquennio, accusata di essersi ridotta a un “Segretariato del Consiglio”.
Oltre agli aspetti strutturali del nuovo Esecutivo dell’Unione, ben più impegnative si prospettano le sfide delle politiche, quasi tutte legate, direttamente o indirettamente, alla capacità (o incapacità) dell’Unione di trovare un nuovo passo rispetto alla riconfigurazione del potere mondiale e all’emergere non solo di crisi, ma di veri e propri conflitti ai suoi confini (Ucraina, ISIS, Libia). Lo stesso obiettivo di Juncker di ottenere una “tripla A” per l’Europa non solo nel campo finanziario ed economico, ma anche in quello delle politiche sociali, dipende da come l’Unione riuscirà ad attrezzarsi per far fronte a quella che potrebbe essere considerata come una nuova fase della globalizzazione, meno cosmopolita e più conflittuale. Il neo-Presidente della Commissione ha utilizzato toni per molti versi drammatici, caratterizzando questa legislatura europea come una sorta di “ultima spiaggia” per risollevare le sorti dell’Europa.
Come la Commissione, anche e soprattutto il Consiglio dovrà compiere uno sforzo di integrazione delle politiche, anche se sinora i segnali continuano ad andare nella direzione della frammentazione e della ri-nazionalizzazione (in termini persino rivendicativi della sovranità “ceduta”) del discorso politico sull’Unione e dell’Unione. Da questo punto di vista, la nuova Commissione si troverà nel bel mezzo della frattura tra le diverse e talvolta incompatibili concezioni di Europa, a cominciare dal Patto di stabilità (e le sue interpretazioni “flessibili” invocate da Francia e Italia) per finire alla questione sociale, politica ed economica - ancor prima che umanitaria - delle migrazioni. Senza trascurare, ovviamente, il peso del “fronte interno”, in un momento in cui l’euro-scetticismo (o, meglio, un vero e proprio anti-europeismo) diviene una forza politica più o meno coesa e organizzata, ma in ogni caso espressa da almeno un quarto dei componenti del nuovo Parlamento Europeo. Si capisce, a questo riguardo, come in questo ambiente tendenzialmente ostile sia difficile persino pronunciare la parola “allargamento” dell’Unione a nuovi Stati, a cominciare dai Balcani ma anche rispetto alla deriva di disimpegno assunta, purtroppo, dall’Europa nei rapporti con la Turchia, e viceversa. Tuttavia, prima o poi, come tragicamente insegna il centenario della prima guerra mondiale commemorato nel 2014, i conti con la storia e con il futuro bisognerà farli. O l’Unione pensa in questi termini strategici, oppure si trasformerà in un’area ininfluente, basata sulla gestione tecnica di questioni tecniche: un destino a cui la condannerebbe l’asfittica pseudo-politica nazional-europea, condotta (si fa per dire) da 28 governi.

Sergio Romano e il declino dell'impero americano

Quando si scriverà la storia dei primi decenni del XXI secolo, una data sarà probabilmente considerata dirimente. Solitamente si pensa all'11 settembre 2011, e cioè all'attacco alle Torri Gemelle a New York e al Pentagono a Washington da parte dell'organizzazione terroristica di Al Qaeda. Tuttavia l'evento veramente caratterizzante delle vicende internazionali degli ultimi anni è l'invasione americana dell'Iraq nel 2003. Considerata l'apoteosi dell'egemonia statunitense, quell’avventura bellica, i cui effetti - come testimoniano i fatti delle ultime settimane in Iraq - sono tutt'altro che esauriti, segnò invece l'inizio del declino americano sulla scena globale.
Tale scelta sconsiderata segna la negazione, nella pratica, dell'immagine del "Leviatano liberale", che per il politologo Ikenberry rappresenta la principale funzione degli Stati Uniti nel mondo, in quanto creatori di un ordine basato sulle istituzioni internazionali e sull’influenza positiva nel sistema internazionale delle democrazie liberali. 
Per Sergio Romano (Il declino dell'impero americano, Longanesi, Milano 2014) la crisi dell'ordine mondiale americano è cominciata a Kabul nel 2001 e a Baghdad nel 2003, "ma diviene ancora più evidente quando i più vecchi e fedeli alleati degli Stati Uniti - l'Arabia Saudita, Israele, la Turchia, il Giappone, alcuni Paesi europei e latinoamericani - lanciano segnali di fastidio e cominciano a fare scelte politiche che danno per scontato il declino della potenza americana". 
Romano traccia con grande nitore analitico le grandi linee della politica estera americana a partire dalla Seconda Guerra Mondiale. Romano propone un'interpretazione della proiezione internazionale degli Stati Uniti attraverso la categoria dell'impero, depurata però sia delle caratterizzazioni più rozzamente "imperialistiche", sia di quelle ingenuamente "provvidenzialistiche". Gli Stati Uniti non appaiono né come i dominatori del mondo, né come i suoi salvatori. Se è vero che gli Stati Uniti si sono fatti promotori in alcuni casi della giustizia mondiale, è anche vero che non hanno ratificato, ad esempio, il Tribunale penale internazionale, "perché ciò che è utile e desiderabile per gli altri - scrive Romano con un giudizio forse troppo severo - non è utile e desiderabile per sé stessa". 
Molto più realisticamente, Romano sostiene che gli Stati Uniti abbiano coltivato, sin dalla loro origine, la convinzione di possedere uno standard etico-politico più avanzato rispetto al resto del mondo e che tale circostanza li obbligasse ad assumere, anche da soli, la guida del mondo occidentale o "libero". In tal senso, per seguire Romano, la parola "isolazionismo" fa rima con unilateralismo. Le vicende dell’ultimo quarto di secolo dopo al fine della Guerra fredda mostrano, per la verità, un’immagine complessa del ruolo degli Stati Uniti: basti pensare alla ricerca del consenso internazionale nel caso dell’intervento per liberare il Kuwait invaso da Saddam Hussein nel 1991, o all’intervento nella ex-Jugoslavia dinanzi all’ignavia europea, alla apertura di credito offerta alle Primavere arabe dal 2010. 
In ogni caso, Romano descrive con grande lucidità la fine (a volte convulsa) della cosiddetta pax americana, cioè al ruolo degli Stati Uniti come garante di ultima istanza dell’ordine mondiale. Questo esito è in parte deliberato, ma sostanzialmente costituisce una conseguenza necessaria della riduzione delle capacità di intervento, sia a motivo della insostenibilità economica (specie dopo la crisi finanziaria del 2008) sia in ragione della insostenibilità politica (un’opinione pubblica americana assai oggi più preoccupata del fronte interno che di quello internazionale). Sullo sfondo, si svolge una transizione ben più importante persino della traslazione di potere verso l’Asia, ed è di tipo concettuale: gli Stati Uniti dovranno rendersi conto che, se essi sono la “nazione indispensabile”, come disse Madeleine Albright, oggi tutte le nazioni sono “indispensabili” per affrontare insieme le sfide globali. E’ sintomatico che un libro sul declino americano si concluda con una sorta di appello all’Europa, affinché si decida a presentarsi al mondo con “un governo comune”. Altrimenti – prevede Romano - l’era post-americana si popolerà solo di nuove potenze, tutte extraeuropee. Un limite di quest’analisi? Troppo centrata sulla nozione di potere, sia militare che economico, nella tradizione del pensiero “realista” delle relazioni internazionali. Non è detto che questo “realismo” serva davvero, oggi, a comprendere la complessità del mondo.

Apollo in Gaza

A word of warning: do not trust the captivating expression “cultural diplomacy”, it embodies a fundamental misunderstanding. Diplomats à la page and policy makers use to wrap all sort of things not directly connected to the exercise of “hard power” (military might, economic strength) in a “gift box” to partners and media to foster the idea that power and art, government and creativity are not necessarily opposite concepts. On the contrary, diplomacy – according to such a narrative - is more and more about “soft power”, articulated abroad through exhibitions, concerts, lectures, scientific joint ventures, even pop music and cartoons. 
However, our thesis is that cultural diplomacy - as a sub-set of so-called “public diplomacy” - has little to do with these promotional activities related to projecting the image of a country beyond its borders. Cultural diplomacy is a much more concrete and a much less Arcadian concept. It relates to diplomacy, but in a rather traditional way, since it regards a dispute, if not a confrontation, between one or more countries implying the possession or preservation of an artistic object or artefact of symbolic value in term of sovereignty, search for recognition, national identity and dignity. Put in this way, cultural diplomacy is mainly an exercise of negotiation and a diplomatic challenge to the status quo. Cultural diplomacy, therefore, in most cases is more an ugly crisis to solve than an elegant solution to an on-going crisis. 
A recent episode, regarding two countries “friends and allies”, Italy and the U.S., is a good exemplification of this. The case regards the fight for the restitution of a famous Greek statue, “the Venus of Morgantina”, 2.2 meters tall, from the eponymous archaeological site in Sicily (sculpted between 425 and 400 BC). The statue was stolen from Morgantina in the second half of the twentieth century, and then sold in 1986 to the Paul Getty Museum, after various events, for 10 million dollars. At the end of a complicated and somewhat fierce legal and diplomatic struggle, the Venus was returned to Sicily on 18 March 2011 after a long exile in the United States. The “Chase for Aphrodite”- as journalists Jason Felch and Ralph Frammolin put it in a fine book on this emblematic case – finally succeed. 
Other cases are not so easy to solve, like the removal of the sculptures of the Parthenon (now part of the collection of the British Museum) by Lord Elgin, the British ambassador to the Ottoman Empire in the early 19th century. Whereas the legal basis for returning the “Elgin Marbles” to Greece is weak, the historical, archaeological and even political arguments are strong. The issue there is not about the property of the marbles, but rather on where they would be best displayed to the public. With the inauguration of the new Acropolis Museum in Athens in 2010, much of the motives for keeping the marbles in London have objectively been weakened. Recently, the UNESCO – intervening on demand of the Greek government - urged the United Kingdom to take part in a "mediation procedure" with Greece in a renewed effort to solve a 200-years old dispute. Even two Hollywood famous actors, George Clooney and Bill Murray, asked Britain to repatriate the Elgin Marbles. 
The dramatic financial crisis that hit Greece in the last years triggered also a surrealistic polemics on the supposed lack of capacity of Greece to take care of the Elgin Marbles once returned to their country of origin, in consideration of the poor condition of the public budget and the disarray of the public sector. The argument implies a degree of judgement on the political, economic and social stability of the country, and it is used also for legitimating the British Museum in keeping the Rosetta Stone instead of returning it to Egypt. 
An “epic” restitution was that of the obelisk of Axum to Ethiopia by Italy. The obelisk, removed from the site and taken to Rome as a war trophy and a symbol of the re-birth of the “Roman Empire” during the Italian occupation, was returned to Axum in 2005 – after the first commitment taken by Italy already in 1947 - and re-erected in in 2008. To perform the restitution, the obelisk was removed one more time from its Roman place in front of the Headquarters of the United Nations' Food and Agriculture Organization. The operation (with a cost of almost eight million dollar for Italy) resulted much more complex than expected, and even required upgrading the runway at Axum airport to allow the landing of an airplane Antonov An-124, bearing the central piece of the obelisk (the second and third pieces were sent later that month). Returning the obelisk to Ethiopia meant healing the wound of the colonization of the land in 1936, symbolically ending all controversies of the past between Rome and Addis Ababa. 
At times, cultural diplomacy takes the form a cultural war in the real meaning of the expression. This was the destiny of the Buddhas of Bamiyan, in Afghanistan, two 6th century monumental statues of standing Buddha carved into the side of a cliff. The Buddhas were destroyed in March 2001 by the Talibans, following orders from their leader Mullah Mohammed Omar, after declaring them “idols”. The destruction caused a wave of condemnation on a global scale. The UNESCO, waiting for the improbable very costly reconstruction of the statues, launched a project worth 1.3 million dollars sorting out the pieces—weighing from several tons to fragments the size of baseball balls — and protecting them from extreme weather and other hazards. The Buddhas, to some extent, were “innocent victims” of a proxy war between the Talibans and the West, accusing each other, respectively, of intolerance and imperialism. 
The stories of restitution, request, destruction and restoration of artefacts narrated above embrace all level of effectiveness of power from consolidated state with an imperial past to countries in transition, not to mention failed or rogue states like in the case of Taliban’s Afghanistan. However, a new model recently arose after the occasional recovery of an ancient bronze statue of Apollo in the coast in front of the Gaza Strip, part of a state at the same time under construction and under occupation (the Palestinian State), ruled by a de facto local government, in a part of the world where conflict, violence and injustice unfortunately are usual features of social life, and where culture is neglected while being, at the same time, perhaps one of the most promising path to rebuild a sense of community, a shared identity and the awareness of a common destiny.
Ever since an ancient 2,500 year old and extremely rare bronze statue of Apollo was found in Gaza last summer, Gaza came under an unfamiliar media spotlight. Although cases of captivity are not new to Gaza, a statue of the god of love and poetry being held hostage to unsettled politics is quite unique. The statue, of which the discovery details remain disputed, is extremely rare, since very few statues of the time were made in metal/bronze. It is also beautifully impeccable, judging only from the few photos that were shared with the world, as the statue remains 'hidden' somewhere in the Strip of Gaza. While details of the whereabouts of the statue are almost nonexistent, one thing is for sure: the whole world is all eyes and ears. To this day, representatives of Italian, Swiss, French, and Greek museums, archaeological missions, and even governments have tried, to no avail, to seek the statue. In this case, the fact that the statue is hidden in an undisclosed location is the simplest problem, given the severe geographic and physical embargo of Gaza. While this embargo could mean that the statue will at least not be illegally smuggled outside Gaza (UNESCO’s Interpol is on alert), there is nothing to guarantee the actual wellbeing of the statue.
This historic discovery is not the first in Gaza, but due to a long queue of news related to the conflict and its different implications, little has ever been said about the city's impressive history, or previous discoveries. For example, in 1879, Palestinians living in Tell Ajjul, about 20 km south of Gaza, stumbled upon a 4x1x0.7 meters yellow sandstone structure, which turned out to be the largest known statue of Zeus in the world (since the destruction of "Zeus of Olympia" in 5th Century AD in Greece). The statue was seized by the Ottoman authorities that were ruling Gaza at the time and sent to Istanbul. Ever since, the statue has been displayed in the Istanbul Archaeology Museum as "Zeus of Gaza." Zeus's left arm has probably drowned in the deep sands of Gaza. 
In 1917, during the third Battle of Gaza, the Australian Anzac forces discovered the Shellal Mosaic, a Byzantine mosaic chapel floor that was built under the reign of Emperor Justinian. The troops removed the mosaic from the site and took it back to Australia, where it has been on display in the Australian War Memorial since 1941. Several debates have sprung on whether Australia’s looting of the mosaic could be considered as a war crime, and whether it has any right to keep it to this day. Unfortunately, while little has been said, nothing was done. With the fall of the Ottoman Empire in 1917 and the seizure of Palestine by the British Mandate, more archaeological discoveries were made. In 1934, Sir Flinders Petrie excavated the ancient site of Tell Ajjul, a Bronze Age site south of Gaza dating to 2100 BC. The priceless and extremely rare treasures that he unearthed, numbering to 12,000, have been on display in the British Museum and other exhibitions in Britain ever since. 
The archaeological treasures that were not looted by foreign armies outnumber those that found home in museums around the world. However, the current situation in Palestine leaves no space for archaeological discoveries and conservation. Gaza, one of the most densely populated areas in the world, is a true testament to that: with an expanding population and a shrinking territory, archaeological sites are no priority. 
It may fairly be said that Apollo’s story received more international media coverage than local coverage. Save the authorities and a few interested individuals, the majority of people in Gaza are too busy trying to lead normal lives as opposed to worrying about Apollo. It’s a harsh reality, which has overshadowed the general populations’ interest in their own history and ancient ancestry. Historically, Gaza was one of the most important cities in the Mediterranean given its strategic location between West Asia and Africa, which means that important archaeological findings are no surprise to the city. Yet, all is under the threat of loss. 
On a lighter note, a number of initiatives by locals and internationals are aimed at preserving what is left of the history of Gaza. These include the efforts of private collectors, amongst them Jawdat Khoudary, who has been collecting and preserving artefacts from Gaza since 1987. Khoudary opened the city’s first Museum of Archaeology in 2008, Almathaf, exhibiting 300 pieces that represent different historical eras. Other important pieces of the collection, including a marble statue of Aphrodite, that was found in the sea, were sent to Geneva for an exhibition on Gaza’s history that was hosted by Germany and Sweden as well. “Gaza from Sand and Sea” is the title that was given to the first volume of books on the collection, with a second volume now being drafted on numismatics of Gaza. 
In an ideal world, the statue of Apollo would be examined, studied and conserved by Palestinian experts, and would be displayed in the national museum of Palestine and labelled as part of the region’s common cultural heritage. However, in the Gaza’s austere reality, none of that exists. Gazans are left to hope for the best; that the statue will not be decaying now as you read these words, that no illegal plans are being plotted, and that a peaceful, and prompt, solution could be reached for saving Apollo. Greed could also make local inhabitants hope that the international community might regard Gaza with a different eye once Apollo is rescued; who knew that a 2,500 year old Gazan could hold the key to Gaza’s ancient gate to the world?


(Pasquale Ferrara and Yasmeen J. El Khoudary)