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L’Iran di Rohani e i dubbi dell’Occidente


Hassan Rohani, nuovo presidente della Repubblica islamica dell'Iran, sostiene di aver ricevuto, con la sua investitura elettorale, una sorta di mandato negoziale popolare nei riguardi dell’Occidente e degli Stati Uniti in particolare. Se si vuole, si tratta di un’interessante “forzatura”, di cui sarebbe irragionevole non cogliere le potenzialità.  Il rischio è che Rohani venga a trovarsi nelle stesse condizioni in cui si trovò Khatami nel corso del suo secondo mandato presidenziale (2001-2005), e cioè a lanciare offerte di collaborazione non corrisposte e pertanto politicamente indifendibili in termini di politica interna. D’altra parte, Khatami – ritenuto, superficialmente, una sorta di Gorbachov persiano - sostenne, senza convincere troppi, che il programma nucleare avviato dall’Iran aveva scopi esclusivamente civili.
La storia della “policy review” (cioè della revisione di strategia) dell’Occidente nei confronti dell’Iran è lunga, anche se i frutti sono stati, generalmente, scarsi. Obama provò a cambiare registro con il discorso «al popolo e al Governo iraniano», tenuto il giorno del Nowruz, il 20 marzo del 2009. L’intervento del Presidente fu fortemente centrato sul concetto del rispetto tra i due Paesi e sul ruolo che l’Iran può avere sul piano regionale facendo emergere, almeno nelle intenzioni, una rottura rispetto non solo alla precedente Amministrazione, ma al complesso delle relazioni USA-Iran dopo la Rivoluzione del 1979. La risposta dell’Iran di Ahmadinejad fu a dir poco deludente. I negoziati sul programma nucleare di Teheran – condotti con l’Iran nel formato 5+1, e cioè Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia a Germania - si sono sviluppati in una lunga serie di incontri che hanno fatto registrare pochi progressi. L’intervento di altri Paesi, come quello tentato da Turchia e Brasile nel 2010, hanno prodotto una sorta di cortocircuito che ha reso la matassa ancora più aggrovigliata.
Ci troviamo, con la Presidenza Rohani, a un punto di svolta? Certamente sono cambiati i toni, il che non è poco, in una regione del pianeta – come quella del Medio Oriente – dove la retorica può facilmente far scattare una scintilla fatale. Tuttavia la distensione dei toni politici è condizione necessaria, ma non certo sufficiente perché si avvii un reale “dialogo critico” su tutte le questioni sospese: a parte il programma nucleare, c’è la tensione con Israele, il sostegno a Hezbollah e a Hamas, l’appoggio ad Assad, il pericoloso confronto con Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi. Per non menzionare la transizioni tuttora aperte e ben lungi dall’essere concluse in Iraq e in Afghanistan.  E’ interessare osservare come alla percezione occidentale di una “minaccia” iraniana a tutto campo corrisponda un’uguale e simmetrica sensazione di “accerchiamento” da parte dell’Iran. Durante la fase più acuta delle operazioni militari americane in Iraq e in Afghanistan, politologi sagaci solevano ripetere, tra il serio e il faceto, che l’Iran confinava, a oriente e a occidente, con gli Stati Uniti.  L’Iran ha, a livello regionale, un ruolo politico e strategico oggettivo, ma non può certo coltivare progetti egemonici, non avendo, in realtà, le “capacità” militari ed economiche per poterli sostenere nel lungo periodo.  L’Amministrazione americana, nel corso degli anni 2000, ha alternato alle politiche di “cambio di regime” a Teheran aperture di negoziato su questioni specifiche (per esempio, lotta comune al narcotraffico), all’approvazione di sanzioni sia nei consessi multilaterali che unilaterali. E’ difficile vedere in questa serie di misure una strategia coerente.
Le aperture di Rohani vanno lette nel contesto della storica ricerca di un “riconoscimento” da parte di Washington dell’Iran come interlocutore diretto, e non per il tramite di formati negoziali che ne diluiscano la rilevanza. Se questo è il prezzo da pagare per costruire condizioni di praticabilità non dico della pace, ma quanto meno di una “tregua prolungata” nel martoriato Medio Oriente, forse, pur nella consapevolezza del rischio,  varrebbe la pena pagarlo.


Mediterraneo: imparare la democrazia


Da sempre il Mediterraneo è terra di miti.  Tuttavia i miti antichi sono ben diversi dai “miti” moderni. I racconti mitologici tramandatici dalla cultura classica narrano di percorsi di passaggio, di sfide e di risposte vittoriose; ma anche le sconfitte acquistano un senso. La mitologia politico-mediatica del nostro tempo, invece, si nutre di luoghi comuni e scorciatoie. Come il “mito” della inevitabile involuzione della “primavera araba” in “inverno islamista”.  Che succede davvero in Egitto, in Tunisia, in Libia? Semplice: questi Paesi stanno faticosamente e anche contraddittoriamente apprendendo a divenire delle democrazie.  In Egitto e in Tunisia i movimenti islamici sono giunti al potere attraverso elezioni, e non sono, pertanto degli usurpatori del potere. Passata la ventata di novità e la popolarità del momento, i governanti dei Paesi arabi “liberati” da regimi autoritari stanno sperimentando la stessa tentazione per le scorciatoie autoritarie. Ma queste nuove classi politiche dirigenti, al contrario dei predecessori, devono far fronte a una nuova cultura politica, basata sulla partecipazione popolare, sulla protesta, sulla “piazza”. Il paradosso è che in Egitto, ad esempio, gli islamisti hanno sostanzialmente abbracciato una politica economica neo-liberale (privatizzazioni, deregolazione, mercato). Dalla “piazza Tahrir” Morsi, pur contestatissimo, non è certo visto come un nuovo Khomeini. Quanto ai movimenti salafiti radicali, essi non guardano all’Iran, ma al “modello” saudita di un islamismo “esteriore”. Per evitare il più possibile interferenze esterne, Morsi ha dedicato buona parte del suo mandato, sinora, alla politica estera, “mediando” in occasione delle nuova crisi di Gaza con Hamas, mantenendo relazioni poco più che cordiali con l’Iran (nessuna alleanza strategica è alle viste) e prendendo le distanze dalla Siria, sempre più isolata anche nel mondo arabo-islamico. In Tunisia gli islamisti di al-Nahda devono fronteggiare un malcontento popolare persino più accentuato che in Egitto. Il movimento sindacale in Tunisia è forte ed articolato,  e si è già creato un solco con il nuovo Governo. Inoltre al-Nadha, a differenza dei Fratelli Musulmani in Egitto, non può contare su una tacita alleanza con l’esercito.
In Libia il dopo-Gheddafi si regge su un precario equilibrio. Tuttavia la transizione libica fa eccezione rispetto al panorama islamizzante dell’area: lo scorso luglio i Libici, nelle loro prime elezioni “post-rivoluzionarie” hanno sancito la sconfitta politica dei movimenti islamisti radicali, pur essendo approssimativa l’idea che abbiano vinto i “liberali”. Lo scenario politico è tuttora frammentato e la ricostruzione di un’ identità politica nazionale non sarà cosa semplice né immediata.
Nonostante queste incongruenze, dobbiamo renderci conto che le rivolte hanno cambiato per sempre il volto della regione; ma, prima di raggiungere un’Itaca democratica, i nuovi Ulisse mediterranei hanno ancora da viaggiare, tra molte insidie.

La trappola islamista


In tutti i processi politici complessi, e specialmente nelle transizioni, vi sono “attori” che non perseguono altro obiettivo che quello del ”deragliamento”. In altre parole, vi sono forze politiche, sociali ed economiche che scommettono sul fallimento piuttosto che sugli esiti positivi. Nella “primavera araba” i profeti di sventura non sono mancati in Occidente; ma non sono mancati – e non mancano tuttora – i “sabotatori” locali.  L’attentato all’Ambasciatore Stevens a Bengasi – e occorre ricordare che il suo “curriculum” ce lo mostra soprattutto come un uomo del dialogo – va analizzato alla luce di questo tentativo di far saltare il consolidamento democratico.  Ma bisogna  essere vigilanti e non cadere nella trappola nella quale gli “spoilers”, quelli che remano contro, ci vogliono attirare. Una prima lezione di questa prudenza ci viene proprio da Obama, che ha giustamente sottolineato, nella prima dichiarazione che ha fatto seguito all’attentato di Bengasi, come le religioni in quanto tali vadano tenute fuori da questo cinico gioco al massacro. E soprattutto ci mettono in guardia dal confondere il sentimento religioso di interi popoli con l’agenda politica di pochi. Ciò vale anzitutto per l’Islam, che è spesso ostaggio di “islamisti” i cui obiettivi hanno a che fare più con la conquista e conservazione del potere che con la diffusione del credo del Profeta.  Ma vale anche per l’Occidente “cristiano”, quando gli “atei devoti” utilizzano tragedie e lutti che colpiscono l’umanità intera come la conferma che nessun dialogo è possibile, che esistono culture e religioni “superiori” e che l’unica politica internazionale plausibile, in questi casi, è l’isolamento o l’esportazione armata della democrazia.  Era questo probabilmente l’obiettivo anche degli autori del film che ha scatenato l’indignazione e la protesta nel mondo islamico: una provocazione, per generare una reazione a catena che porti a concludere che nessuna “primavera” è possibile nel mondo arabo. La strategia europea verso queste aree dovrebbe essere improntata a.. maggior realismo: al contrario di quanto si crede, infatti, non è affatto “realistico” concepire tali società come completamente plagiate dalla logica dell’islamismo militante aggressivo.  Era inevitabile e scontato che gli eventi nella regione mediterranea e mediorientale avrebbero portato all’espansione della sfera di partecipazione politica, con l’ingresso sulla scena politico-elettorale di nuovi attori; ed era perfettamente prevedibile la comparsa o il consolidamento di movimenti politici di ispirazione religiosa, in taluni casi precedentemente banditi dalla vita politica nazionale. Lungi dal demonizzare tale processo, si sarebbe dovuto prendere atto che senza una piena integrazione dell’Islam politico nello scenario la stessa sostenibilità delle trasformazioni in corso avrebbe potuto essere messa a repentaglio.In Paesi come la Tunisia e l’Egitto, il dialogo politico di cui avremmo bisogno riguarda una vecchia idea europea. In molti Paesi del Vecchio Continente - ad esempio in Italia, Germania, Belgio, Spagna, e per alcuni versi anche in Francia- sono state sperimentate, negli anni, formule di impegno politico di cittadini portatori di visioni del mondo improntate a motivazioni religiose. L’esperienza storica dei movimenti politici europei di ispirazione religiosa è stata caratterizzata da una modalità di presenza nel sistema politico che ha tenuto conto dei principi di laicità e si è articolata nel contesto di istituzioni democratiche e rappresentative, con il pieno recepimento dei principi costituzionali e il rispetto del pluralismo politico e culturale. Se è stata possibile una “democrazia cristiana” (come ragione dell’impegno politico dei credenti) perché permettere a pochi islamisti violenti e reazionari di convincerci che non sarà mai possibile una “democrazia islamica”? Attenzione: è questo che vogliono farci credere gli epigoni islamici dello scontro di civiltà. 

Il Cardinale Martini e la pace a Gerusalemme

Ho conosciuto il Cardinal Martini nel 2006, a Gerusalemme. Ero in missione, nelle mie funzioni diplomatiche, con l'allora Ministro degli Esteri, Massimo D'Alema. In un incontro con diverse personalità della Chiesa cattolica in Medio Oriente, si affontarono in particolare i nodi della politica medio-orientale, ed in primo luogo la questione israelo-palestinese. Il Cardinale Martini ascoltò con grande attenzione le parole di D'Alema, che sosteneva (a ragione) che era sua convinzione che quando si sarebbe fatta la pace a Gerusalemme ci sarebbe stata pace nel mondo intero. Il Cardinale Martini annuì e con grande umiltá si disse d'accordo. Furono altri religiosi presenti all'incontro a ricordare che quella era da tempo una "profezia" formulata proprio dal Cardinale Martini nei suoi profondissimi scritti sulla Città Santa. Una bella coincidenza di visioni tra un laico ed un autentico testimone del Vangelo. Ricordo di Martini, già allora stanco ed affaticato, il sorriso sereno ed accogliente. Egli stesso ci raccontò di aver dato vita ad un gruppo di famiglie israeliane e palestinesi che avevano perso dei familiari nell'annoso conflitto che affligge la regione. Un segnale di pace semplice e concreto. Mi fece l'impressione di un fiotto di luce che si fa strada nel buio di un odio radicale ed apparentemente inestirpabile. La pace in Medio Oriente ha un nuovo "Mediatore" a cui rivolgersi per chiedere luce e speranza.

Diplomazia e globalizzazione: il "test" Mediterraneo

L’argomento dei cambiamenti in corso nel Mediterraneo va connesso a due trasformazioni: la prima, di natura globale, è quella della globalizzazione, con tutti i fenomeni che essa comporta; la seconda sta investendo tutte le diplomazie dei principali Paesi, non solo occidentali. In questo secondo caso, siamo dinanzi ad una trasformazione di carattere funzionale, e consiste nella riconsiderazione della “missione” della diplomazia, nella riflessione, cioè, su come le strutture e gli agenti preposti professionalmente alla politica estera debbano attrezzarsi per rispondere adeguatamente al situazioni di crisi o di mutamento politico-istituzionale, oltre che socio-economico e culturale. Un altro tema, non meno importante, riguarda le ragioni della mancata previsione, da parte di analisti e diplomatici, del “risveglio” nel mondo arabo-islamico. La domanda che è stata posta da parte dell’opinione pubblica e dagli osservatori è perché gli analisti e i diplomatici non siano stati in grado di ”anticipare” il corso degli eventi nella sponda sud del Mediterraneo. Personalmente credo che si tratti di una questione mal posta; quanto meno, essa andrebbe qualificata in altro modo, evidenziando l’inadeguatezza o incompletezza degli indicatori che vengono presi in esame quando si analizza una realtà politica internazionale. Il parametro che abbiamo utilizzato, soprattutto nel mondo euro-atlantico nei confronti del Mediterraneo, è stato spesso quello della stabilità; ora ci accorgiamo che la stabilità non necessariamente presuppone la pura e semplice continuità. Al contrario, la stabilità coincide spesso, nella complessità contemporanea, con i processi di cambiamento: potremmo parlare di instabilità creativa, per parafrasare la celebre metafora di Schumpeter sulla “distruzione creatrice”. L’altro elemento che mi sembra importante menzionare è che, in realtà, ci troviamo, più radicalmente, dinanzi alla trasformazione delle “classiche” relazioni internazionali in una vera e propria “politica mondiale”, in una world politics. In questa nuova condizione gli Stati rimangono degli attori centrali, ma non sono più gli unici, e una serie di altri protagonisti si affacciano sulla scena. Uno di essi è un attore collettivo, sono i movimenti sociali che hanno contribuito in modo determinante ad innescare buona parte delle transizioni in corso nel mondo arabo-islamico.

Le omissioni politiche dell’Europa

Al momento della firma del Trattato di Maastricht, nessuno avrebbe potuto immaginare che un documento così tecnico e scarsamente comprensibile avrebbe finito per alimentare, venti anni dopo, uno dei più accessi dibattiti politici mai visti in Europa. Chi avrebbe potuto prevedere, d’altronde, che un asettico progetto di unione monetaria sarebbe divenuto, un giorno, addirittura una questione di vita o di morte per la stessa Unione Europea? Fa poi impressione constatare come, dieci anni dopo l’effettiva entrata in vigore dell’Euro, si sia rapidamente passati da un discorso di “integrazione” ad uno, molto diverso, di “disintegrazione” europea. La ragione di questa spettacolare involuzione sta tutta nella fine dell’illusione cosiddetta “neo-funzionalista”, e cioè la convinzione che basti creare gli strumenti tecnici per ottenere automaticamente, più tardi, gli obiettivi politici desiderati. Nulla di ciò è avvenuto; l’Unione Europea, dopo l’adozione della Moneta Unica, non è stata in grado di dar vita ad una vera unione economica, anzi, per l’esattezza, politico-economica. L’Euro è una valuta orfana di un vero governo. Ancora una volta, si dimostra che una cosa è la tecnocrazia, altra cosa la democrazia. Ma è anche vero che se la politica non svolge il proprio ruolo, prima o poi è costretta ad adottare soluzioni emergenziali dettate da necessità tecniche. Ed è quello che è avvenuto in Europa, dove la politica ha certamente assicurato governi democratici, ma non sempre essi sono anche stati governi responsabili. La responsabilità nei riguardi del governo politico dell’Euro è stata di tipo omissivo: in altri termini, non si è avuto il coraggio di compiere scelte di lungo periodo, aggrappandosi invece ai quei pochi e malconci brandelli di presunta sovranità nazionale che la globalizzazione ha lasciato nelle mani dei governi europei. La crisi dell’Eurozona dimostra che la sola prospettiva valida per l’Europa non è rifugiarsi nel cortile di casa, ma la condivisione della sovranità per poter dire una parola credibile anche sul piano internazionale.

2011, crisi e rivoluzioni: più immaginazione!

Se si dovesse sintetizzare il 2011 in due parole, queste potrebbero essere crisi e rivoluzione. Serie situazioni sociali, economiche, ambientali e processi di cambiamento radicale hanno colpito diverse aree del pianeta. L’Europa è stata investita da una tempesta finanziaria che ha messo in ginocchio non solo l’Euro, ma le stesse politiche di integrazione europea. Il compromesso raggiunto a Bruxelles agli inizi di dicembre per un’unione fiscale a 26 (la Gran Bretagna ne resta volontariamente fuori) sa più di disperazione che di visione prospettica. In ogni caso, come sempre l’Europa sa trovare vie d’uscita, se non soluzioni, proprio quando affronta momenti drammatici. Nel frattempo, il mondo diventa sempre meno “occidentale” e sempre meno “europeizzato”. Si consolida il ruolo dei “Brics” (Brasile, Russia, India, Cina ed ora anche Sudafrica) come gruppo di Paesi economicamente emergenti, con potenzialità anche sotto il profilo politico. La grande sfida che abbiamo dinanzi è far sì che questa moltiplicazione di centri del potere mondiale non danneggi le istituzioni multilaterali, come le Nazioni Unite che, bene o male, continuano a rappresentare un nucleo, per quanto imperfetto, di democrazia globale. Anche perché, come ha dimostrato la grande catastrofe del maremoto in Giappone e il grave danneggiamento della centrale nucleare di Fukushima, oggi i rischi (di qualsiasi genere) sono potenzialmente “universali”; lo sostiene da tempo, fondatamente, il sociologo tedesco Ulrick Beck. L’altra grande vicenda del 2011 è il risveglio del mondo arabo-islamico, con una serie di “rivoluzioni” che hanno assunto fattezze diverse a seconda dei Paesi e dei regimi politici. Nei sistemi a carattere più militaristico e di controllo di polizia (Libia, Siria), le vicende sono state - e sono tuttora – drammatiche; nel caso della Libia, ancora una volta la scorciatoia è stata una guerra. E qualche irresponsabile parla persino di attacco all’Iran. Speriamo che in futuro la politica internazionale ci porti più immaginazione e meno bombe.

Silvio Fagiolo e Boris Biancheri



A distanza di sole due settimane ci hanno lasciato due diplomatici di rango, miei cari amici e colleghi illustri: Silvio Fagiolo e Boris Biancheri. Personalità molto diverse, eppure accomunate da una dote non da poco, e cioè quella di essere non solo due Ambasciatori di primo piano, ma anche di possedere un profilo culturale d'eccezione. Silvio Fagiolo è stato soprattutto un fine saggista ed un acuto analista politico; Biancheri, un letterato ed uno scrittore. L'amore per la scrittura è tradizionalmente una caratteristica della diplomazia italiana, ma essa si manifesta soprattutto come memorialistica. Fagiolo e Biancheri appartengono ad una diversa categoria, perché capaci di inserirsi con autorevolezza e prestigio nella dimensione contemporanea della scrittura, del dibattito storico e politologico. La stessa categoria - per intenderci - di un Sergio Romano.
Biancheri ha svolto incarichi che lo hanno portato a divenire segretario generale della Farnesina, il ruolo più importante all’interno della struttura. Fagiolo è stato, ad un certo punto, Capo di Gabinetto, ma direi che la sua indole era quella di uno stratega politico, senza nulla togliere alle sue doti manageriali. Se dovessi semplificare, direi che la stella polare di Fagiolo è sempre stata la causa europea, quella di Biancheri la dimensione transatlantica. Silvio Fagiolo è apparso a più riprese sulla scena europea con ruoli centrali nei diversi negoziati di revisione dei Trattati, da Maastricht ad Amsterdam a Nizza. Ha concluso la sua prestigiosa carriera come Ambasciatore a Berlino, nella capitale del Paese che egli riteneva essere davvero la locomotiva dell’Europa (in quegli anni), assai più della Francia e persino contro di essa. Biancheri negli anni “americani” ha intessuto una trama di rapporti che hanno portato l’Italia a tentare di svolgere un ruolo più attivo e partecipe all’interno della scelta “atlantista” del Paese.
Al termine della carriera “ufficiale”, con il collocamento a riposo (si fa per dire) è iniziata per entrambi una nuova vita. Biancheri è stato per molti anni Presidente dell’ANSA, un ruolo nel quale si sentiva a proprio agio, e che ha interpretato non solo come un incarico direttivo e manageriale, ma anche come un’opportunità di incoraggiare la principale agenzia informativa del Paese a sviluppare maggiormente la sua “redazione esteri”. Come Presidente dell’ISPI (Istituto di studi per la politica internazionale) Biancheri ha dato un impulso decisivo alla riorganizzazione del prestigioso “think tank”, inserendo non solo nuove linee di attività (come le summer e winter schools), ma anche incoraggiando l’inserimento di nuovi temi di politica estera nell’agenda dell’Istituto (ad esempio la Turchia e l’Europa, il grande spazio asiatico “post-sovietico”). Fagiolo ha invece coronato una passione coltivata per anni, e cioè quella dello studio e dell’approfondimento tematico, accettando di “insegnare l’Europa” agli studenti della LUISS, e inserendosi recentemente anche nel progetto di formazione di quadri a livello internazionale, il Master in International Public Affairs, concentrandosi anche in questo caso sulla vicenda dell’integrazione europea.
Biancheri e Fagiolo vanno ricordati anche per un altro tratto del loro spessore culturale. Entrambi, accanto alla passione e alla competenza sulle questioni internazionali, hanno “interpretato” la funzione di Ambasciatori anche in chiave “nazionale”, vale a dire ritenendo che la loro opera potesse servire al Paese in momenti cruciali della sua collocazione in un mondo che si andava globalizzando. Una dimensione che va ricordata con riconoscenza per entrambi, nell’anno in cui si celebra il 150^ anniversario dell’unità d’Italia.

Osama e Obama

Non bisogna farsi illusioni. L’uccisione di Osama Bin Laden nel corso di un’incursione di forze USA ad Abbottabad, a nord di Islamabad, è un duro colpo ad Al Qaeda, ma non rappresenta certo la sconfitta definitiva del terrorismo transnazionale che fa capo a tale organizzazione. Nel corso del decennio successivo agli attentati dell’11 settembre 2001 Al Qaeda si è trasformata, è diventata un network di piccole cellule sparse sul globo, che fanno un uso spregiudicato di Internet. Il modello “occidentale” è quello del franchising. Si conferma, inoltre, quello che molti analisti e commentatori hanno sempre pensato, e cioè che la vasta area compresa tra i confini di Pakistan e Afghanistan (al di qua e al di la della famosa “Durand line”) è un territorio di coltura del terrorismo islamista e ove si compie la saldatura tra alcune frange dei Talebani e Al Qaeda. Come dire che le chiavi della stabilità e della transizione politica in Afghanistan stanno in Pakistan. L’uccisione di Bin Laden avrà ripercussioni profonde a livello globale. Da una parte, essa indubbiamente “scoraggia” le formazioni islamiste dedite al terrorismo (una sparuta e deleteria minoranza in tutto il vasto mondo islamico), dall’altro potrebbe fungere – ma speriamo non accada - da ulteriore elemento di polarizzazione e radicalizzazione contro l’Occidente. Dal punto di vista americano, è una vittoria di Obama. Qualcuno potrebbe cinicamente ritenere che si tratta di un enorme ed insperato aiuto alla campagna per la sua rielezione alla Casa Bianca. Ma Obama ha fatto bene, nelle ore successive all’incursione in Pakistan, ad evitare toni eccessivamente trionfalistici e a ribadire che l’America non è contro l’Islam, bensì contro le centrali del terrorismo internazionale. Non aiutano, tuttavia, le scene di giubilo che si sono viste nelle strade americane. Si comprende il dolore immenso dei familiari delle vittime dell’11 settembre, ma non bisogna oltrepassare il fragile confine tra la giustizia e la vendetta. La morte di un uomo, per quanto efferati i crimini commessi, non può mai essere motivo di celebrazione.

Israele e la primavera araba

Può sembrare paradossale che Israele, che per molto tempo è stata considerata l’unica democrazia in tutto il medio oriente, abbia reagito con una certa perplessità alla “primavera araba” ed alle sue implicazioni di maggior apertura democratica. Ma le profonde trasformazioni che stanno avendo luogo nella regione, ed in particolare la complessa transizione in corso in Egitto, costringono Tel Aviv a ripensare dalle fondamenta tutto il sistema di alleanze costruito faticosamente in decenni. L‘Egitto del futuro confermerà il Trattato di pace con Israele, e se si, a quali condizioni? Che ruolo assumeranno i movimenti islamisti, ed in particolare i Fratelli Musulmani, e che conseguenze ciò avrà su Hamas e la striscia di Gaza? Anche la Siria, certamente non considerata favorevolmente da Israele, è investita da profonde tensioni, che potrebbero persino rendere ancora più difficile il rapporto tra Tel Aviv e Damasco. La Giordania, che ospita centinaia di migliaia di profughi palestinesi, è un altro fronte che potrebbe aprirsi. I rapporti tra Israele e la Turchia, buoni per diversi anni, si sono raffreddati dopo l’incidente della Mavi Marmara (la nave turca che, di questi tempi nel 2010, portava aiuti a Gaza, assaltata da incursori israeliani, con diverse vittime a bordo). Insomma, strategicamente le sfide per Israele potrebbero divenire molto impegnative. D’altra parte, pensare che i mutamenti strutturali in atto lascino fuori dal gioco il nodo cruciale del Medio Oriente, e cioè l’irrisolta questione palestinese, è una pura illusione. Da parte palestinese, costatato il totale immobilismo nei negoziati bilaterali, e considerato che la politica degli insediamenti israeliani illegali prosegue inalterata, si tenta ora di giocare la carta delle Nazioni Unite. In ipotesi, una risoluzione dell’Assemblea Generale dovrebbe, in settembre, dichiarare la “nascita” dello Stato palestinese. Una mossa puramente politica, visto che, in ogni caso, sarebbero necessari negoziati diretti tra le parti perché l’auspicio si trasformi in realtà. Ma anche Israele dovrebbe rendersi conto che la paralisi politica in questo momento non paga. La storia si è rimessa in marcia in Medio Oriente, e tutti sono chiamati a indirizzarla verso esiti di pace.

La crisi libica e l'Europa in crisi

Il punto di svolta, nella crisi libica, è stata una risoluzione dell’ONU. Ma non quella con cui il Consiglio di sicurezza ha autorizzato l’uso della forza, la n. 1973. No, la vera novità sta nella risoluzione precedente, la n.1970. Una pietra miliare nella diplomazia multilaterale. Con essa il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite faceva quattro cose: richiamava la “responsabilità” di proteggere la propria popolazione da parte delle Autorità libiche (invece di perseguire una linea di repressione violenta); avviava il procedimento per deferire il governo libico alla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità; stabiliva un embargo totale ed immediato nella fornitura di armi alla Libia; redigeva una lista di esponenti libici ai quali era vietato espatriare, come misura “punitiva” per la repressione delle manifestazioni anti-regime. Precedentemente, la Libia era stata sospesa, con voto unanime, dalla partecipazione al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Sappiamo poi come è andata a finire. Da una parte, un dittatore che non ha voluto sentire ragioni e che minacciava stragi; una “coalizione” che ha precipitato gli eventi bellici, priva inizialmente di coordinamento e persino di un accordo sugli obiettivi finali. L’eco delle bombe in Libia ha raggiunto le principali capitali europee, ed ha marcato ancora una volta l’assenza di una reale volontà politica di dar vita ad un’autentica politica estera e di difesa europea. Francia, Inghilterra, e in buona misura anche l’Italia, sono andate in ordine sparso. La Germania si era già tirata fuori, astenendosi dal voto in Consiglio di sicurezza sulla risoluzione 1973. Il vertice internazionale sulla Libia si è tenuto a…. Londra, importante capitale euro-atlantica, con credenziali mediterranee poco credibili. Insomma, in tutta questa crisi, ha parlato un’anacronistica “Europa delle Nazioni”, non quella delle istituzioni comuni di Bruxelles. L’unica organizzazione internazionale con sede a Bruxelles alla quale si è voluto dare un ruolo (più per “imbrigliare” la Francia che per autentica convinzione politica) è stata la NATO. Ma chiediamoci: ha davvero senso che l’Europa si presenti oggi nel Mediterraneo con il volto securitario e militare della NATO? Nessuno sa più che fine abbia fatto l’Unione per il Mediterraneo o il progetto di Medio Oriente e Nord Africa, e così via. Dopo decenni durante i quali l’asse della politica europea si era spostato nell’Europa centro-orientale (con il “grande allargamento” dell’Unione Europea negli anni 2000), l’Unione Europea si è trovata impreparata ad affrontare i cambiamenti strutturali avviatisi sulla sponda sud del Mediterraneo.
Finiti i rivolgimenti e le crisi in corso, con ogni probabilità il Mediterraneo è destinato a ritornare al centro della politica mondiale, speriamo con nuove classi dirigenti democratiche e responsabili. Questo Mediterraneo “rinato” troverà un’Europa pronta, finalmente, a diventare un vero interlocutore politico, economico, istituzionale, un partner adulto, o avrà di fronte un muro di sospetti, cinismo, indifferenza, paura? Dalla risposta dipende forse il futuro del Mediterraneo; certamente quello dell’Europa.

Giappone, ben più di un terremoto

Nonostante la meticolosa preparazione in caso di terremoti, praticata regolarmente e con grande serietà da tutta la popolazione, il Giappone è stato messo in ginocchio da uno dei più devastanti sismi della storia, accompagnato da uno spaventoso tsunami. Ma è un Paese tenace, dignitoso, resistente. Un paese che ha già dimostrato di sapersi riprendere da immani tragedie: basti pensare alla disastrosa sconfitta nella seconda guerra mondiale e al ruolo che ancora oggi occupa sul piano economico e politico nel sistema internazionale. Il Giappone è un Paese membro del G8/G20, ed è uno dei principali donatori in termini di aiuto allo sviluppo. E’ inoltre la terza economia mondiale ed è al quarto posto per il commercio su scala globale. Proprio sul piano internazionale che si potrebbero verificare le ripercussioni più significative. Le conseguenze economiche dell’immane distruzione non solo graveranno su un Paese che ha già il debito pubblico più alto del mondo industrializzato (200% del PIL), ma, per il peso che il Giappone ancora ha sull’economia mondiale, potrebbero inibire la già debolissima ripresa globale, anche se il Giappone attualmente contribuisce poco alla crescita economica. Inoltre, sul piano finanziario, gli alti indennizzi che le compagnie di assicurazione dovranno erogare non sono cosa da poco in un panorama della finanza mondiale già traballante. Sul piano politico, la solidarietà che si è innescata a livello regionale (oltre che su scala globale) potrebbe condurre a migliori relazioni tra Giappone, Corea del Sud e Cina: tre Paesi che sono stati storicamente in notevole frizione e che proprio l’emergenza potrebbe riavvicinare. Non a caso la Cina ha voluto dare grande ufficialità alla missione di esperti in protezione civile e gestione dei disastri naturali inviata in Giappone nei giorni immediatamente successivi al sisma. Per non parlare dell’emergenza verificatasi per i danni alle centrali nucleari, che ha suscitato in tutto il mondo un vivace dibattitto sulla gestibilità di questi impianti in situazioni critiche. Il sociologo tedesco Ulrich Beck, qualche anno fa, aveva coniato l’espressione “società globale del rischio”. In pratica, viviamo un mondo nel quale i pericoli, le catastrofi, non possono più essere chiusi nei confini di un solo Paese. Sarebbe perciò il caso, pensando non solo alle centrali nucleari, ma anche al fatto che le forze della natura non rispettano certo le frontiere, di evitare di considerare le scelte che riguardano attività o situazioni rischiose come un fatto esclusivamente nazionale, di globalizzare la prevenzione e di coordinare meglio la risposta alle crisi “trans-nazionali”.

From "Globish" to "Globese"?

Is language power or culture? A strange contradictory feature of the global Babel we live in is, after all, the perception of a new kind of “Koiné” rather than confusion of idioms. This is the case of “Globish”, a cosmopolitan English dialect with a vocabulary of 1500 words or so (a fraction of the 615,000 of the Oxford English Dictionary), a language spoken all over the globe by non-native speakers of English. It is the way a Bolivian talks to a Russian, or a Japanese talks to an Egyptian. Unlike "Spanglish”, it's not a meld of English and a different language. It arose naturally and acquired its legitimacy through reiteration and usage.
The English writer and editor Robert McCrum has called Globish "the worldwide dialect of the third millennium." A language sometimes compared to "open source" software: available for free to anybody willing to use it for his own purposes. Is it commonly believed that language and culture go hand in hand. In the case of Globish, language underwent a process of deculturation. In a sense, Globish as a language was “abstracted” from the western, English-speaking culture. Dangerous operation: as Ruth Walker (“Christian Science Monitor”) puts it, “language and culture are so closely linked that culture-free language would be like tasteless food or colorless paint.” However, Globish is at the same time accessible and democratic. If that is power, it is the power of anarchy in grammar and pronunciation.
In many cases, language is more a basic tool for relationships than a weapon of cultural conquest. The case of immigration demonstrates that assumption, sometimes in a dramatic way. Language travels with people, but also travels through immaterial channels. In 2009, for instance, China gained 36 million additional internet users, meaning that there are over 440 million internet users in the country. English is by far the most widely used language on the internet. However, Chinese is growing fast, and is already one among the “dominant languages” on the internet.
China is currently classified, in the international and diplomatic jargon, as an “emerging country”. If this is correct from a contemporary (economic) point of view, it is completely misleading on a historical ground. In the times of Marco Polo and Matteo Ricci (the only two foreigners who appear on the wall of the World Art Museum in Beijing, in recognition to their contribution to the Chinese civilization) Europe was an emerging power, and China a superpower.
It may sound ironic that in the year of the celebration of the IV Centenary of the death of Padre Matteo Ricci (1610-2010) a program to teach Chinese in Italian elementary schools financed by Beijing became operational. Perhaps those children one day will learn Globish. Would they also speak “Globese” (global Chinese)? (First published in "Longitude", March 2011)

Islamic Calvinism?

For decades, the fulcrum of political debates regarding Turkey was the apparent clash between Islam and democracy. Now that a southeastern European and Islamic version of the western “Christian Democratic Party” model is in power in the country, that dilemma now seems to be outdated, though naturally not everyone shares this view. There are still doubts among European political leaders about the ability of the new “confessional” political class to bring about the reforms needed to qualify for EU membership. Such reservations could be entirely wrong, but the question now is of a different nature. The case in point is no longer politics and religion, but rather economy and religion. In Turkey, a new form of Turkish Islam is emerging, one which is pro-business and pro-free market. It's being called Islamic Calvinism.
In the Anatolian province of Kayseri, a new model of economic development is reshaping the productive structure of the country. New successful entrepreneurs – sometimes dubbed as the "Anatolian Tigers" – are giving a substantial contribution to what became in 2010 the world's 17th largest economy, with a GDP of $780 billion.
The famous book of Max Weber on the Protestant Ethic and the Spirit of Capitalism perhaps needs an additional chapter. The central thesis of Weber was not that religion is the determinant causal factor of economic development, but rather that there exists, between certain religious forms and the capitalist lifestyle a relationship of “elective affinity”. On that ground Michael Novak, a catholic thinker, wrote about the conditional compatibility between the Catholic Ethic and the Spirit of Capitalism. Of all the questions raised by Novak, the possibility of economic competition in accordance with religious beliefs seems to be the most intriguing. For the Catholic thinker, a noncompetitive world is a world reconciled with the status quo. To compete - goes on Novak – is not a vice; on the contrary, it is “the form of every virtue and an indispensable element in natural and spiritual growth”. Some Christians would object to this thesis, recalling for instance the teaching of universal love and selflessness of St. Francis. Ironically, the Anatolian Tigers could easily subscribe to such a statement.
Central Anatolia, with its rural economy and patriarchal, Islamic culture, is often seen by Western Europeans as the heartland of a land far from modernity. And yet the prosperity reached in recent years in those eastern regions of Turkey has led to a transformation of traditional values and to a new cultural outlook that embraces hard work, entrepreneurship and development. That could lead to a sort quiet Islamic reform, bringing together, as Novak argued for Christianity, a solid blend of “democratic polity, an economy based on markets and incentives, and a moral-cultural system which is pluralistic and, in the largest sense, liberal”. To be sure, many questions remain unanswered. Is it religion or rather profit the incentive for production and investment? What about the socialization of profits (like in the experiment of the “Economy of Communion” of several Italian Christian entrepreneurs who divide up their profits in three baskets: a third for the poor, a third for culture and education, and the remaining for investments)? Finally, how could Anatolian capitalism be reconciled with the principles of Islamic finance and with the “problem” of interest?
It is curious to see that whereas Islamic finance is receiving more and more attention in the economic circles of the West – particularly after the financial crisis of 2008 – the Anatolian Tigers seem to adopt a Muslim (allegedly more ethical) form of Western turbo-capitalism. Paradoxically, whereas the capitalist model is more and more criticized in the Christian West, it seems now flourishing in a country with a Muslim majority. As for the liberal economic “Copenhagen criterion” (a functioning market economy capable of coping with competitive pressure and market forces within the Union) required for the EU membership, Turkey might be more qualified than some of the current member states, who no longer have a unbreakable faith in free market, and for a good reason. No surprise: it’s globalization, stupid! (First published as The Anatolian Spirit of Capitalism, "Longitude", February 2011)

Diritti solo per i cristiani?

L'eventuale creazione di un "Christian Rights Watch" proposta in particolare da "Il Foglio" è non solo ontologicamente sbagliata (i diritti umani sono universali, e non caratterizzati religiosamente, altrimenti ognuno potrebbe scrivere i propri e buttare a mare la Dichiarazione Universale; tra l'altro è quello che vogliono gli Islamisti quando vorrebbero far passare il concetto di diffamazione di una religione, non riferendola ai diritti individuali) ma anche assai pericolosa politicamente, perché farebbe esattamente il gioco dei terroristi, che colpiscono i Cristiani proprio perché vedono che c'è una enorme risonanza in Occidente, mentre quando fanno saltare intere Moschee (sunnite o sciite) c'è un agghiacciante silenzio. Con queste cose non si può scherzare, o si è coerenti oppure si fomenta allegramente ed irresponsabilmente lo scontro di civiltà. E dunque, in tal caso, il terrorismo qaedista avrebbe vinto alla grande.
Altra cosa è ovviamente auspicare la compilazione di un ulteriore rapporto sulla libertà religiosa nel mondo. In questo caso ci sarebbero due problemi. Il primo di carattere pratico, perché, per evitare ripetizioni, occorrerebbe caratterizzarlo in un senso forse più specialistico rispetto a quelli che già circolano nel mondo, a cura di organismi diversi, sia in termini monografici sia come capitoli di rapporti sui diritti umani nel loro complesso. Ad esempio un aspetto poco evidenziato è la questione delle "pratiche" religiose, come la possibilità (ed ampliezza di essa) di manifestazione pubblica dei convincimenti religiosi, verificandone la coerenza con le disposizioni delle leggi interne. In secondo luogo, prima di lanciarsi in un esercizio simile, per evitare che diventi un boomerang, bisognerebbe avere i propri "conti" a posto, ad esempio sul tema della costruzione delle Moschee o dell'edificazione di Minareti, predisposizione dei luoghi di preghiera, e quant'altro.

"Integrazione proiettiva" e "responsabilità equivalente"


Le nuove dimensioni del rapporto tra Europa e America Latina

Il dibattito politico-culturale sulla affinità tra Europa e America Latina e sulle potenzialità del rapporto tra le due regioni si è a lungo polarizzato tra i due estremi di una rappresentazione dell’America Latina come «estremo Occidente» oppure, in termini alternativi se non oppositivi, come «altro Occidente». Entrambi gli approcci appaiono fortemente condizionati da una visione eurocentrica, che definisce l’«altro» commisurandolo al «sé». L’America Latina è un contesto geo-politico e culturale con una propria originale identità, che non può essere svilita ad una replica o, all’opposto, ad una negazione della cultura occidentale dominante.
Se non si tiene conto di questa strutturale originalità, che è venuta consolidandosi a partire dall’epopea indipendentista ma che non può essere vista in netta discontinuità con l’eredità pre-colombiana, non si comprende appieno la svolta storica dinanzi alla quale si trova oggi il continente nel contesto globale.
Inoltre, occorre chiedersi se abbia davvero senso parlare di «America Latina» come di uno spazio unitario di derivazione bolivariana oppure se non sia il caso di riferirsi alle diverse «americhe latine». A differenza degli anni Novanta, quando, nonostante i diversi livelli di sviluppo, il subcontinente risultava sostanzialmente omogeneo dal punto di vista politico e delle politiche economiche, è infatti innegabile che vi sia oggi una crescente diversità dal punto di vista ideologico, politico ed economico tra i paesi dell’America Latina (con un’oscillazione tra la governance istituzionale e l’appello diretto alle masse tipico del populismo). Parallelamente, si è assistito ad un revival di fenomeni di nazionalismo e di riaffermazione della sovranità nazionale, in contrasto con le continue sollecitazioni ed iniziative per conseguire un’integrazione a livello regionale e subregionale.
Tale eterogeneità si traduce innanzitutto in una sorta di “microfisica del conflitto”, ovverosia un’acutizzazione della litigiosità tra paesi vicini e non solo (Venezuela e Colombia, Ecuador e Colombia, Argentina e Uruguay, Venezuela e Perù, Cile e Perù, Perù e Bolivia), fenomeno che spiega in parte anche l’aumento del 91% delle spese militari nel subcontinente americano durante gli ultimi quattro anni (anche se Stati Uniti e Europa non hanno proprio nulla da insegnare all’American Latina in fatto di spese militari, che continuano allegramente a lievitare nonostante la crisi economica abbia duramente colpito quasi tutti gli altri settori produttivi). Si tratta di confronti spesso collegati a vecchie e nuove dispute territoriali, o talvolta a conflitti ideologici più ampi (come quello che contrappone il Venezuela alla Colombia, presa di mira ritenuta caricaturalmente da Caracas quale “succedaneo” degli Stati Uniti, anche se al di là del folklore si palesa un più serio confronto simbolico tra concezioni neobolivariane e l‘idea olistica ed egemonica nord-americana di «emisfero occidentale»).
Per alcuni osservatori attenti, tuttavia, l’assenza di cooperazione tra i paesi latinoamericani sarebbe solo apparente. La nascita di numerose entità subregionali fortemente eterogenee non sarebbe che il segnale di un nuovo ciclo di integrazione regionale (estraneo dunque ad ogni spill over di europea memoria), caratterizzato da nuove agende di integrazione «post-liberali» che danno speciale enfasi a dimensione politica, sicurezza, difesa, coordinamento delle politiche energetiche e infrastrutturali e in generale a tematiche svincolate da quelle strettamente commerciali. Inoltre si starebbe affermando una cooperazione regionale che avanza grazie alla nascita di imprese «multilatine» e all’attuazione di progetti finanziari e infrastrutturali regionali.
L’Unione Europea, con un certo rassegnato realismo, ha mostrato negli ultimi anni, dinanzi alle divergenze continentali, di affiancare al tradizionale obiettivo di promuovere l’integrazione regionale (che rientra nell’ambiziosa prospettiva, annunciata in occasione del primo Vertice UE-LAC di Rio del 1999, di addivenire ad una “Partnership Strategica bi-regionale”) una pragmatica “bilateralizzazione” dei rapporti con i principali Paesi del continente. Dopo aver inutilmente tentato, infatti, di privilegiare il dialogo con i diversi raggruppamenti di paesi del Continente americano (Mercosur, Comunità andina), anche l’Unione Europea si è indirizzata verso un «bilateralismo selettivo», stabilendo anche in questo caso rapporti privilegiati innanzitutto con il Brasile e poi con il Messico (che appaiono, nel contesto regionale, come i «grandi attrattori» di iniziative e intese internazionali).
Al contempo, e grazie soprattutto all’attivismo di alcuni suoi Paesi, l’America Latina sta conoscendo un periodo di relativa espansione nello scenario mondiale. Il nuovo foro globale per le questioni economiche e finanziarie, il G20, vede la presenza di tre paesi latinoamericani (Argentina, Brasile, Messico). A differenza delle crisi economiche e finanziarie e mondiali degli ultimi trent’anni, che hanno sempre avuto i paesi dell’America Latina tra le principali vittime, la crisi corrente ha colpito il subcontinente solo a scoppio ritardato e la ripresa vi sta giungendo prima che altrove. Secondo le stime del FMI, alla fine del 2010 l’America Latina potrebbe far registrare un tasso di crescita del 3%, con picchi del 5% per il Brasile e del 4% per il Cile. Inoltre, se parlasse con una sola voce, l’America Latina potrebbe vantarsi di detenere un terzo del PIL degli Stati Uniti, il 40% dell’acqua potabile del mondo, la maggiore concentrazione di biodiversità nel mondo.
Nell’ambito della cooperazione tra aree emergenti, il ruolo più rilevante è svolto oggi dalla Cina, la cui presenza nel Subcontinente si è sviluppata molto velocemente negli ultimi anni, facendo di Pechino il secondo principale partner economico dopo gli Stati Uniti. Emblematicamente, il Governo cinese ha pubblicato per la prima volta nel 2008 un policy paper sull’America Latina. Oltre a diventare di recente il 48esimo membro della Banca Inter-Americana di Sviluppo, la Cina ha inoltre firmato una serie di accordi con vari paesi latinoamericani, in primis Brasile, Argentina, Venezuela.
La ridefinizione degli scenari globali impone dunque, sia all’Europa che all’American Latina, che non si possa vivere di rendita, confidando solo su fattori tradizionali e le affinità storiche e culturali. Se e’ vero che il nuovo contesto non produce un azzeramento dell’accumulazione del patrimonio politico tra l’Europa e l’America Latina, è anche vero che tale retaggio, se non «coltivato» e rilanciato su basi totalmente rinnovate, rischia di avvizzire e di restare un elemento nostalgico o di generica simpatia. E’ invece un rapporto che deve essere ripensato come una partnership strategica, fondata sulla comune consapevolezza dell’imprescindibilità di un’azione comune nel far fronte alle grandi sfide transnazionali.
Sarebbe tuttavia errato indicare oggi l’Unione Europea come modello «virtuoso» d’integrazione. E’ innegabile che, a differenza dei paesi europei, quelli latinoamericani dispongono (salvo nel caso del Brasile) di uno strumento di integrazione eccezionale, la lingua, vettore di un idem sentire. Ciononostante, i tentativi di esportazione della teoria funzionalista - evidenti nella creazione del Mercosur, le cui strutture si ispirano chiaramente a quelle europee - non hanno sinora prodotto risultati sostanziali e comunque gli effetti sono assai limitati.
L’America Latina potrebbe percorrere una strada diversa all’integrazione, in un certo senso invertendo i caratteri e le fasi dell’integrazione europea. L’Unione Europea si è costruita con una particolare «cura di sé», dando vita a politiche integrative come la politica agricola comune, il Mercato Interno, la Moneta Unica, la libera circolazione delle persone, delle merci, dei capitali e dei servizi. L’America Latina potrebbe scegliere di costruirsi attraverso la «cura del mondo», vale a dire la disponibilità ad assumere un ruolo centrale nella cosiddetta «governance globale». Mentre il processo europeo può essere descritto come una «integrazione introiettiva», l’America Latina potrebbe esplorare le nuove dimensioni della «integrazione proiettiva», vale a dire scoprire le ragioni profonde dell’unità del subcontinente attraverso l’apertura ad altre regioni del mondo e a politiche di cooperazione internazionale a tutto campo.
In ogni caso, nel perseguire un rilancio della cooperazione tra l’Europa e l’America Latina, l’approccio dovrebbe comunque essere basato sulla «responsabilità equivalente». La crescente autonomia dei paesi latinoamericani nella gestione delle problematiche strutturali (endogene ed esogene) e il ruolo sempre più rilevante di alcuni di loro quali attori emergenti nello scenario mondiale dovrebbero consentire di superare la logica degli impegni asimmetrici, per avviare relazioni «di qualità», fondate su una solida ed attualizzata piattaforma politico-strategica e sulla comune assunzione di responsabilità rispetto alle criticità globali.
(ringrazio Valeria Biagiotti per la collaborazione)

Nord Africa: ascoltare i popoli

Questa volta la metafora della polveriera non è eccessiva. Con l’abbandono (forzato) del potere da parte del Presidente tunisino Ben Ali (in carica ininterrottamente dal 1987) si aprono scenari inquietanti per tutto il Nord Africa. Gli analisti politici, negli anni ’80, avevano coniato un neologismo, e cioè “democradura” (una crasi tra democrazia e dittatura) per riferirisi alle democrazie più formali che sostanziali in molti Paesi latino-americani. C’è da chiedersi se questa definizione non riguardi, oggi, molti Paesi, e non solo nordafricani. Come che sia, il sostegno a questi governi “forti”) (per usare un eufemismo”) da parte del mondo euro-atlantico si era fondato sul convincimento che essi costituissero un baluardo contro l’islamismo violento. Come troppo spesso avvenuto dopo l’11 settembre 2001, la giustificazione risiedeva nella vaga e abusata retorica della “lotta al terrorismo globale”. Certamente vi sono forze che hanno tutto l’interesse a strumentalizzare la voglia di cambiamento ed il fortissimo disagio sociale in un’area dove la percentuale media della popolazione al di sotto dei 15 anni sfiora il 30%. Ed è altrettanto illusorio il programma di “esportazione della democrazia”, proprio perché molti profittatori politici ammantati di una patina pseudo-religiosa sono già pronti a sfruttare l’occasione. Ma pensare di “congelare” interi sistemi politici in una situazione di turbolenza sociale è semplicemente illusorio. E’ mancato un progetto di cooperazione autentica tra Europa e Nord Africa. Gli interessi legati alle furniture di energia (gas, petrolio) da una parte e le paure indotte da certa classe politica nei confronti della presunta “invasione” di immigrati non hanno fatto che alimentare il senso di sfruttamento e di esclusione in tutta la sponda sud del mediterraneo. E’ mancato un vero dialogo tra le società civili, che sono rimaste ostaggio di logiche governative e di interessi costituiti. Al di là di inefficaci progetti di Unioni e partenariati del Mediterraneo, bisognerebbe ascoltare di più i popoli mediterranei.

Tommaso d'Aquino e l'lslam

In un momento tragico per i rapporti tra musulmani e cristiani in Medio Oriente, un "pensoso" seme di speranza e di apertura viene dal passato, ma letto al presente e proiettato al futuro. E' stato
presentato martedì 11 gennaio 2011, presso la Libreria Internazionale Paolo VI (via di Propaganda, 4) “Tommaso d’Aquino e l’Islam”, primo numero dei Quaderni Aquinati, Collana di studi e documenti diretta da Tommaso Di Ruzza e co-edita dalla Libreria Editrice Vaticana e dal Circolo San Tommaso d’Aquino.
Hanno presentato il volume S.E. Jean-Louis Bruguès, Segretario della Congregazione per l’Educazione Cattolica, autore della Prefazione, e S.A.R Wijdân al-Hâshemi, Ambasciatore di Giordania.
Nel volume sono contenuti gli Atti del convegno “Tommaso d’Aquino e il dialogo con l’Islam”, tenutosi ad Aquino il 7 marzo 2009. L’indice del volume è di assoluto prestigio: i saluti introduttivi sono del cardinal Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, di S.E. Mons. Luca Brandolini, vescovo emerito della diocesi di Sora Aquino Pontecorvo, e di Tommaso Di Ruzza, Presidente del Circolo San Tommaso d’Aquino. La lectio magistralis è tenuta da p. Joseph Ellul, domenicano, esperto di dialogo con l’Islam. Il libro si conclude con gli interventi nel dibattito di Wijdân al-Hâshemi, del Mons. Lluís Clavell, Presidente della Pontificia Accademia di San Tommaso d’Aquino e di p. Vincenzo Benetollo, presidente del Società Internazionale Tommaso d’Aquino, uno dei massimi esperti in Italia del pensiero dell’Aquinate. «I Quaderni Aquinati – afferma Tommaso Di Ruzza, Presidente del Circolo San Tommaso d’Aquino – sono un segno concreto dell’impegno che un gruppo di giovani di Aquino si è preso appena un anno fa: quello di raccogliere la sfida di Paolo VI, in visita ad Aquino 35 anni fa, e formare proprio ad Aquino un progetto culturale fondato sulla figura di Tommaso d’Aquino, fondato nella dottrina cristiana ed aperto ai nuovi linguaggi della cultura e dell’arte». Il Circolo San Tommaso d’Aquino è un circolo culturale fondato 2009. È riconosciuto dalla Diocesi di Sora-Aquino-Pontecorvo ed incluso nel Progetto culturale della Chiesa cattolica italiana. Nel 2010 ha istituito il Premio internazionale Tommaso d’Aquino, destinato ad una figura che si distingue nel mondo della cultura o dell’arte, ed il Concorso Veritas et Amor, rivolto a giovani studiosi ed artisti. Gli atti del convegno, ancorché risalenti a più di un anno fa, si presentano di grande attualità. P. Ellul, dopo aver analizzato gli scritti di Tommaso d’Aquino, conclude che «è vero che il linguaggio usato da Tommaso quando descrive la fede musulmana e l’operato di Maometto è durissimo e oggi sarebbe del tutto inaccettabile, ma, detto questo, si deve ammettere anche che tale posizione non escludeva la sua curiosità intellettuale e il suo vedere i sapienti musulmani (e ebrei) come compagni di viaggio nel lungo cammino verso la verità divina». Chiosa l’ambasciatore Al Hashemi: «Quello che è altrettanto straordinario è il modo in cui Tommaso sembra cambiare opinione sia sull’Islam che sull’Ebraismo e come sia stato disponibile ad imparare da entrambe le culture per sviluppare il suo pensiero». Il volume è disponibile in versione cartacea ed elettronica, e si può acquistare e scaricare on-line dal sito www.circolosantommaso.it.

Frutti di una guerra scriteriata

Prima di fare una guerra (e non bisognerebbe mai farne, possibilmente) occorrerebbe quanto meno leggere un libro di storia e studiare le carte geo-politiche. In Iraq, Bush e la scuola dei neo-cons avevano immaginato una sorta di democratizzazione dall’alto, che avrebbe dovuto avere un “effetto-domino” su tutta la regione. Mentre di “contagio democratico” in quella parte di mondo se ne vede ben poco, da diversi mesi l’Iraq è alle prese, dopo oltre sette mesi dalle ultime elezioni politiche, con una difficile negoziazione per la formazione di un nuovo governo. Si fatica a trovare una formula di governo “inclusiva”, un governo di unità nazionale che renda equilibrata la rappresentanza degli sciiti, dei sunniti e, su un altro piano, dei curdi. E’ la dimostrazione che la democrazia non si cala dall’alto, ma che occorre costruirla dal basso, nella società, nelle culture ed anche nelle comunità religiose. E che la politica internazionale conta sugli assetti di un Paese ancora fragile come l’Iraq. Il Primo Ministro uscente, Maliki, uno sciita, è paradossalmente appoggiato, per ragioni opposte, sia dagli Stati Uniti che dall’Iran, oltre che dalla formazione intransigente di un altro famigerato leader sciita, Moqtada al-Sadr; è avversato dall’Arabia Saudita (sunnita) e da un’importante espressione politica sciita, facente capo ad Adel Abdel Mahdi, alleato con il principale sfidante di Maliki, Allawi, in una coalizione sunno-sciita. In tutto questo, i curdi giocano le loro carte sul controllo della città di Kirkuk sotto l’occhio sospettoso della Turchia. Dunque, l’effetto domino ha funzionato al contrario: oggi sono gli altri Paesi a influenzare l’Iraq. Ricostruire questa situazione serve a capire meglio ciò che sta accadendo in Iraq, sia in termini negativi (le violenze a carattere religioso, gli atti di terrorismo) che in quelli positivi (la faticosa ricerca di una base di democrazia consensuale). Tra gli eventi tragici ci sono i sistematici attacchi alla minoranza cristiana. Il recente eccidio di Baghdad ne è l’ultimo sanguinoso capitolo. Nel 2003 c’erano in Iraq 1,4 milioni cristiani tra caldei, assiro-ortodossi, armeni (cattolici ed ortodossi), protestanti, evangelici. Oggi ne resterebbero, pare, circa cinquecentomila. Pur nella drammaticità di queste cifre, occorre tuttavia avere coscienza del contesto più ampio, che riguarda la scarsissima tutela dei diritti umani fondamentali e della libertà religiosa di molti iracheni. In un quadro complicato e rischioso, come quello descritto, da anni gli attentati a centri religiosi e in occasione di eventi festivi riconducibili alle diverse fedi sono all’ordine del giorno. Ad esempio, nel solo febbraio di quest’anno vi sono stati attacchi a pellegrini sciiti che si recavano in pellegrinaggio a Karbala, con un bilancio drammatico di 59 morti ed un centinaio di feriti. Nel 2009 i fedeli sciiti uccisi in attacchi in diverse parti del Paese sono stati quasi 230. In questa tragica contabilità, i fedeli sunniti assassinati tra il 2009 ed il 2010 sono stati oltre un centinaio. La verità è che gli atti di terrorismo contro fedeli delle diverse religioni in Iraq rispondono ad una fredda logica politica, sono parte di una strategia precisa e cinica. Nella grande tensione tra sciiti e sunniti, le minoranze religiose – come quella cristiana – sono oggetto di violenza calcolata. Purtroppo i terroristi sanno perfettamente che colpire i cristiani significa avere una sorta di effetto mediatico assicurato in Occidente. Tra le conseguenze di lungo periodo dell’intervento militare in Iraq, c’è l’idea di una sostanziale identificazione tra Occidente e cristianesimo. Frutto di ignoranza: da secoli esistono comunità cristiane, come quella Caldea, che culturalmente e storicamente appartengono al Medio Oriente e non certo all’Occidente.
Ma per i terrorismi di tutte le fogge i fedeli delle varie religioni sono solo bersagli scelti con cura. Non bisogna cadere nella trappola: se la politica non riesce a proporre soluzioni, la sola risposta efficace è che i fedeli non si combattino, ma facciano emergere la profonda fraternità dei figli di Abramo.

Trento: da citta' del Concilio a citta' della (ri)-conciliazione

La seconda edizione del seminario internazionale (Trento, 13-14 ottobre 2010), promosso dall’Unità di Analisi del Ministero degli Esteri (da me diretta), dall’ISPI e dalla Provincia di Trento, dedicata al ruolo delle religioni nel mondo globale, ha affrontato il tema del rapporto tra "Religioni e Global Governance". Due le declinazioni della tematica: le condizioni della “human security” come concretizzazione di ogni approccio alla sicurezza internazionale e la questione dei “beni pubblici globali”. Quanto al primo aspetto, il seminario ha consentito di enfatizzare la stretta relazione che intercorre tra “sicurezza umana” o decentrata e sicurezza intesa in senso tradizionale e stato-centrico. Non si può parlare di sicurezza a livello “macro” se non vi sono condizioni di sicurezza minimale per gli individui (micro-livello). Anche casi difficili come l’Afghanistan, affrontati all’inizio sulla base di una concezione di “hard security” non sfuggono a questa regola. In secondo luogo, la sicurezza umana è legata ad una precisa concezione dei diritti della persona (anche volendo tener conto del dibattito sulla origine "occidentale" di tali diritti). E’ questa la ragione che rende incompatibili, in determinati contesti autoritari, la dottrina della sicurezza nazionale con le esigenze imprescindibili della sicurezza umana. In entrambi i casi, le religioni offrono un contributo costruttivo nella misura in cui sottolineano la dimensione della dignità umana come elemento centrale del loro discorso di promozione di migliori condizioni di convivenza e di migliore assetto interno delle comunità. In termini evolutivi, le religioni consentono di arricchire di contenuti il concetto di sicurezza umana espandendo il set di diritti, in modo da operare una fusione tra l’idea di sviluppo in senso economico e quella di sviluppo umano nel senso delle potenzialità individuali in un contesto di libertà e di solidarietà. Rispetto all’idea delle “comunità di sicurezza”, introdotta da Karl Deutsch con riferimento alle alleanze con contenuti politici (come la NATO), le religioni sottolineano un aspetto altrettanto fondamentale, un diverso paradigma, costituito dalla “sicurezza comunitaria”. Rispetto alla “global governance”, le religioni sono chiamate a rendere più universale il “canone” del globalismo riequilibrando i suoi contenuti prevalentemente occidentali. Le grandi religioni mondiali sono portatrici di originali interpretazioni dell’etica sociale, che devono essere incorporate nella “struttura sociale” della nuova governance, se essa intende essere realmente rappresentativa e legittima. Rispetto alle questioni globali propriamente dette (cambiamenti climatici, sicurezza alimentare, migrazioni) il ruolo delle religioni non dovrebbe essere concettualizzato in termini di protagonismo sostitutivo rispetto alle funzioni della politica globale. Al contrario, le religioni dovrebbero integrare il loro ruolo di “providers” di beni pubblici (spesso a favore della sola comunità di appartenenza), come avviene talvolta in alcuni contesti socio-economici e politici interni (le associazioni assistenziali cattoliche, le donazioni nel contesto islamico) assumendo anche quello di “mobilizers” di risorse per porre rimedio a situazioni di sperequazione a livello globale. In questo contesto, la funzione di “advocacy” che i Leaders religiosi assumono in occasione di eventi o vertici internazionali (come il G8 ed il G20) appare estremamente utile e potrebbe essere meglio articolata, rifuggendo tuttavia da ogni tentazione di istituzionalizzazione. Non sono stati trascurati gli aspetti problematici del ruolo delle religioni nel contesto internazionale. Le religioni hanno talvolta preso il posto delle ideologie, non perché siano necessariamente divenute esse stesse “ideologiche”, ma perché chiamate a riempire un vuoto di pensiero “identitario”. Ad esempio, la locuzione di “civiltà giudaico-cristiana” è stata ripristinata con riferimento all’Europa ed all’Occidente in generale solo dopo la fine della Guerra Fredda, poiché gli elementi di identificazione presenti nello scenario bipolare erano di altra natura, e segnatamente di matrice politico-ideologica (mondo libero vs. collettivismo). le religioni sempre di più forniscono e forgiano identità collettive transnazionali, che tuttavia, purché restino "aperte", non necessariamente contrastano con il pluralismo delle opzioni di fede e la libertà religiosa. Tra i due estremi della Torre di Babele e di Cosmopolis deve esserci un ragionevole punto mediano nel quale identità particolari e universalismo dei valori possano incontrarsi. In generale, le religioni hanno mostrato di essere più dinamiche dell'evoluzione del sistema politico internazionale. Al riguardo, è stato osservato che mentre nel G8 non è presente alcun Paese a maggioranza islamica, del G20 fanno parte tre Paesi dell'area islamica, pur diversissimi tra loro quanto a storia, sistema politico-istituzionale e cultura politica, come Turchia, Indonesia e Arabia Saudita. La grande questione, al riguardo, è se la ricerca di una maggiore legittimità della governance informale debba o meno includere anche la diversità religiosa come criterio di definizione dei formati.
Un altro elemento di interesse riguarda il fondamentalismo ed il suo rapporto con le istituzioni. Le cosiddette “strong religions” assumono una preponderanza impropria quando operano nel quadro di “stati deboli”, quando cioè il contesto politico-istituzionale o la cultura politica sono assai fragili. In altri casi, “strong religions” (come il protestantesimo “fondamentalista” americano) possono convivere senza ripercussioni di rilievo con istituzioni forti. Pertanto una strategia per combattere le derive del radicalismo consiste nel rafforzare gradualmente la governance interna, che tuttavia in molti Paesi interessati dal fenomeno è tenuta sotto scacco da regimi politici illiberali. Istituzioni politiche forti, infatti, sono ben diverse da istituzioni politiche oppressive. Tale conclusione sembra sfatare la diffusa convinzione che le aperture democratiche in Paesi semi-autoritari dove vi è una marcata presenza di gruppi religiosi radicali siano inevitabilmente destinate ad aprire la strada a fenomeni di fondamentalismo politico-istituzionale "statalizzato" di tipo regressivo. Nel complesso, la partecipazione al seminario è stata di un livello accademico di assoluta eccellenza, essendo convenuti alcuni specialisti ed operatori che hanno offerto contributi di analisi e di esperienza articolati e profondi. Alla riunione ha preso parte, tra gli altri, Joseph Maila, già capo del "polo religioni" al Ministero degli Esteri francese ed ora direttore della pianificazione strategica. Si segnala inoltre Scott Thomas, autore di un importante articolo per "Foreign Affairs" ("A Globalized God") che sarà pubblicato sul prossimo numero della rivista intitolato "The World Ahead". Inoltre il seminario di Trento si inscrive ormai tra gli appuntamenti più rilevanti dedicati al tema delle religioni come fattori di politica internazionale. Significativa anche la presenza, nelle due edizioni del 2009 e del 2010, di organizzazioni operanti concretamente sul piano del dialogo interreligioso a livello internazionale, come la Comunità di Sant'Egidio, il Movimento dei Focolari, "Religions for Peace", la Fondazione "Oasis". La partecipazione di studiosi e specialisti provenienti da Medio Oriente, India, Turchia ha assicurato un'impostazione non euro-centrica della riflessione e della prospettiva analitica. Ovviamente il pluralismo delle professioni religiose dei partecipanti ( mondo cristiano-ortodosso, protestantesimo, ebraismo, buddismo, induismo, Islam) ha rappresentato, in sé, un valore aggiunto in entrambe le edizioni. Un ulteriore elemento che ha contribuito al successo dell'iniziativa è probabilmente la formula organizzativa utilizzata: vale a dire il formato "non governativo" e la discussione informale. Se è vero infatti che le religioni hanno crescente influenza nelle relazioni internazionali, è anche vero che il relativo dibattito va tenuto accuratamente lontano da prospettive "inter-governative" e politico-diplomatiche tradizionali, e lasciato prevalentemente alle espressioni della società civile (nel caso specifico del dialogo interreligioso, sono esclusivamente le stesse religioni a poterlo realizzare). Sul piano degli sviluppi futuri, va sottolineato che intorno al seminario si sta progressivamente consolidando una rete di giovani studiosi italiani che operano in Italia ed all'estero (come Fabio Petito, Sara Silvestri, Luca Ozzano, Valeria Giannotta, Cristiano Vezzoni, Paolo Frizzi). Incoraggianti, in tal senso, alcune valutazioni ricevute dai partecipanti: "una splendida esperienza, intensa e formativa; sarebbe bello riuscire a raccogliere un gruppo di studiosi che riesca a incontrarsi con una certa continuità e non solo in modo occasionale" ; "uno stimolante e professionale workshop: spero di aver modo di collaborare ancora in futuro, su questo tema”; ''excellent séminaire"; "far more productive than the meeting of the international relations theory association on that subject"; “un incontro che nelle persone, contenuti e modalita' ho trovato tra i migliori a cui ho partecipato negli ultimi anni”.