Le omissioni politiche dell’Europa
Al momento della firma del Trattato di Maastricht, nessuno avrebbe potuto immaginare che un documento così tecnico e scarsamente comprensibile avrebbe finito per alimentare, venti anni dopo, uno dei più accessi dibattiti politici mai visti in Europa. Chi avrebbe potuto prevedere, d’altronde, che un asettico progetto di unione monetaria sarebbe divenuto, un giorno, addirittura una questione di vita o di morte per la stessa Unione Europea? Fa poi impressione constatare come, dieci anni dopo l’effettiva entrata in vigore dell’Euro, si sia rapidamente passati da un discorso di “integrazione” ad uno, molto diverso, di “disintegrazione” europea. La ragione di questa spettacolare involuzione sta tutta nella fine dell’illusione cosiddetta “neo-funzionalista”, e cioè la convinzione che basti creare gli strumenti tecnici per ottenere automaticamente, più tardi, gli obiettivi politici desiderati. Nulla di ciò è avvenuto; l’Unione Europea, dopo l’adozione della Moneta Unica, non è stata in grado di dar vita ad una vera unione economica, anzi, per l’esattezza, politico-economica. L’Euro è una valuta orfana di un vero governo. Ancora una volta, si dimostra che una cosa è la tecnocrazia, altra cosa la democrazia. Ma è anche vero che se la politica non svolge il proprio ruolo, prima o poi è costretta ad adottare soluzioni emergenziali dettate da necessità tecniche. Ed è quello che è avvenuto in Europa, dove la politica ha certamente assicurato governi democratici, ma non sempre essi sono anche stati governi responsabili. La responsabilità nei riguardi del governo politico dell’Euro è stata di tipo omissivo: in altri termini, non si è avuto il coraggio di compiere scelte di lungo periodo, aggrappandosi invece ai quei pochi e malconci brandelli di presunta sovranità nazionale che la globalizzazione ha lasciato nelle mani dei governi europei. La crisi dell’Eurozona dimostra che la sola prospettiva valida per l’Europa non è rifugiarsi nel cortile di casa, ma la condivisione della sovranità per poter dire una parola credibile anche sul piano internazionale.
2011, crisi e rivoluzioni: più immaginazione!
Se si dovesse sintetizzare il 2011 in due parole, queste potrebbero essere crisi e rivoluzione. Serie situazioni sociali, economiche, ambientali e processi di cambiamento radicale hanno colpito diverse aree del pianeta. L’Europa è stata investita da una tempesta finanziaria che ha messo in ginocchio non solo l’Euro, ma le stesse politiche di integrazione europea. Il compromesso raggiunto a Bruxelles agli inizi di dicembre per un’unione fiscale a 26 (la Gran Bretagna ne resta volontariamente fuori) sa più di disperazione che di visione prospettica. In ogni caso, come sempre l’Europa sa trovare vie d’uscita, se non soluzioni, proprio quando affronta momenti drammatici. Nel frattempo, il mondo diventa sempre meno “occidentale” e sempre meno “europeizzato”. Si consolida il ruolo dei “Brics” (Brasile, Russia, India, Cina ed ora anche Sudafrica) come gruppo di Paesi economicamente emergenti, con potenzialità anche sotto il profilo politico. La grande sfida che abbiamo dinanzi è far sì che questa moltiplicazione di centri del potere mondiale non danneggi le istituzioni multilaterali, come le Nazioni Unite che, bene o male, continuano a rappresentare un nucleo, per quanto imperfetto, di democrazia globale. Anche perché, come ha dimostrato la grande catastrofe del maremoto in Giappone e il grave danneggiamento della centrale nucleare di Fukushima, oggi i rischi (di qualsiasi genere) sono potenzialmente “universali”; lo sostiene da tempo, fondatamente, il sociologo tedesco Ulrick Beck. L’altra grande vicenda del 2011 è il risveglio del mondo arabo-islamico, con una serie di “rivoluzioni” che hanno assunto fattezze diverse a seconda dei Paesi e dei regimi politici. Nei sistemi a carattere più militaristico e di controllo di polizia (Libia, Siria), le vicende sono state - e sono tuttora – drammatiche; nel caso della Libia, ancora una volta la scorciatoia è stata una guerra. E qualche irresponsabile parla persino di attacco all’Iran. Speriamo che in futuro la politica internazionale ci porti più immaginazione e meno bombe.
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